Beatrice
Ogni tre o quattro mesi, mia moglie faceva le valigie e scappava in hotel. Tornavo dal lavoro e trovavo armadi vuoti, cassetti rovesciati. A volte “addio” scritto sullo specchio del bagno o “fanculo” sulla lavagna del frigo. Le prime volte scappava nell’hotel vicino casa. Quando voleva rendermi le cose difficili, cercava l’hotel più economico in città. Poteva succedere in qualsiasi momento. Nel weekend o dopo una lunga giornata di lavoro. In periodi più o meno felici. Quasi sempre coincideva con le mestruazioni. Sottolinearlo la infuriava, quindi fingevamo fosse una coincidenza.
«Non mi trattare come una pazza».
Di solito lo capivo appena entravo in casa. Altre volte dovevo arrivare fino alla camera da letto. Quando succedeva, mi aprivo una birra e gozzovigliavo in salotto fino all’ora di cena. Poi mi presentavo in hotel con una pizza o un mazzo di fiori. Alla reception dicevo che ero atteso. Probabilmente ci scambiavano per amanti. Apriva subito o aspettava fino a che non imploravo. Tutto dipendeva da come esordivo. Avevo segnato le frasi che funzionavano di più e ogni tanto le ripetevo. Sapevo che aveva una memoria tremenda.
«Se non apri questa porta, rimpiangerò per sempre l’opportunità di chiederti scusa».
Quasi sempre ero accusato di tradimento. Giovani donne, pischelle rimorchiate al bar o anziane colleghe di lavoro. Secondo lei mi facevo andare bene tutto, come se la cosa avesse potuto offendermi. A me sembrava un pregio, quasi altruistico. Le prove erano le più svariate: un paio di calze che non ricordava di aver comprato, macchie strane sulle mie camicie, un semplice ritardo.
«Dove sei stato? Ti sei fatto una sveltina in ufficio?»
Lo trovava insopportabile ma finiva col tollerarlo, come un brutto vizio. Ero in difficoltà a negarlo con troppa convinzione. Se avesse saputo quanto poco scopavo senza di lei, avrei perso fascino.
Non perdevamo mai la compostezza. Erano litigi borghesi. Quel genere di persone che non temono i divorzi e ne parlano alla manicurista come di un’esperienza qualsiasi. In realtà avevo il terrore di ritrovarmi a vivere in macchina. Negli anni avevo pianificato delle soluzioni nel caso il divorzio fosse arrivato per davvero. Avevo convinto mia madre a ricavare una stanza per gli ospiti dal vecchio studio, anche se non vedeva nessuno da almeno vent’anni. La soluzione più ambiziosa prevedeva una barca. Mi immaginavo steso a poppa, illuminato dalla luna, mentre fumavo uno spinello. Una fantasia hippie. Sarei rimasto ormeggiato al porto durante il giorno e in mare aperto durante la notte. Avrei interpretato la parte dello spirito libero.
«Sto riscoprendo me stesso. Esplorando nuovi confini».
Avrei indossato sandali e camicie di lino. Fatto crescere la barba e cominciato a farfugliare di filosofia orientale. Magari avrei iniziato a pescare. Sarei diventato un fautore della “vita lenta” per fare colpo alle cene con amici. Non era chiaro il perché la casa sarebbe andata a lei dal momento che scappava in hotel. La rifiutavo a prescindere, per ripicca. Se non voleva metterci piede, allora neanch’io. Sarebbe rimasta vacante.
Un’altra fantasia ancora mi vedeva nella camera accanto, nello stesso albergo. Come un film di Wong Kar-wai. Le avrei lasciato tutte le mattine la colazione davanti alla porta e avremmo comunicato con colpi sulle pareti. Una volta le avevo raccontato tutto questo e ci eravamo fatti delle gran risate.
«Incredibile come in tutto ciò non ti sia mai preoccupato del gatto».
Ah già, il gatto. Il nostro Scottish Fold preso come surrogato. Di figli non ne volevamo, su quello eravamo d’accordo. Così d’accordo che non ci eravamo mai chiesti perché. Forse li vedevamo come un ostacolo. A me stavano semplicemente antipatici i bambini. Sempre bisognosi: coccole, cibo, giocattoli, attenzioni. Un’elemosina perenne. Anche se, ogni tanto, avanzavo il dubbio che un figlio ci avrebbe reso adulti migliori.
«Migliori per chi? Io voglio l’adulto migliore per me».
L’emergenza rientrava verso mezzanotte. Riuscivo a convincerla che i suoi sentimenti erano ricambiati. A volte dovevo ridurmi a piangere. Quello funzionava sempre. Altre volte bastava una battuta o del sesso riparatore. Non dico che avessi imparato a piangere a comando, ma sapevo come lasciarmi andare.
Se la reception accordava uno sconto, tornavamo subito a casa. Altrimenti passavamo lì la notte. Abbiamo passato così tante notti in hotel che abbiamo cominciato a lasciare recensioni: valutavamo il tessuto delle lenzuola e la ricchezza del buffet a colazione, la presenza di polvere o capelli, la comodità del materasso, la gentilezza del personale. Se sceglieva un buon hotel, sapevo che il litigio non sarebbe stato troppo impervio. Se alloggiava in una bettola, erano cazzi.
Soltanto una volta non stetti al gioco. Era un periodo stressante a lavoro. Lasciai passare tre giorni. Guardavo la tv e ordinavo cibo d’asporto. Mi telefonò dicendo che aveva finito i soldi per l’hotel. Andai subito a prenderla. Al ritorno c’erano i Beatles in radio, le accarezzavo le cosce e lei sorrideva.
Adesso non succede più da anni. Non so se ho imparato qualcosa. Oppure se lei si è rassegnata.
Rimpiango solo la barca. Avevo pensato anche al nome. Beatrice.
«Venite a mangiare! Chiama tuo figlio!».
Comunque è ora di cena.
A illustrare, Edward Hopper, Night windows, 1928.