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La notte in cui ammazzammo Jimi Hendrix

Autore
Leonardo D'Isanto
Ciclo #25 - The Spaghetti Grand Hotel
Narrativa generale
22 maggio 2026

La pioggia su Notting Hill ha un suono che conosco bene. Non è la pioggia rabbiosa di novembre, né quella grigia e rassegnata di febbraio. È la pioggia di settembre – sottile, educata. Credo di averla inserita in qualche mio sottofondo musicale.
È la stessa pioggia di quella notte, mentre camminavo veloce sul marciapiede di Lansdowne Crescent con gli stivali che s’inzuppavano al ritmo di Stone Free nella testa, e sorridevo.
“È fatta” pensavo. “È fatta, è fatta, è fatta”.
Lo ripetevo come se stessi intonando una canzone delle mie; anni e anni di concerti, richieste di agenti, facce deliranti che invocavano il mio nome da sotto il palco.
«Erica! Erica!».
Questo finché Chas Chandler non mi presentò Jimi Hendrix.

«Ti prego Claptonana, fallo suonare» aveva detto, sottolineando con una certa enfasi il mio nome d’arte.
Lo vidi salire sul palco del Regen Strette Polytechnic – con una calma e una strafottenza che mi inquietarono –, prendere la chitarra e sparare la versione più forsennata di Killing Floor – gran pezzo di Howlin Wolf – che io abbia mai sentito. Jimi lasciò tutti senza parole. Era il 1966 e, per la prima volta dopo non so quanto tempo, mi sentii piccola e insignificante: erano bastati tre minuti a quell’americano dall’acconciatura afro tutto collane e fiori sgargianti per ammutolire alcuni tra i più grandi musicisti del Regno Unito e mandare in estasi i presenti. Ma ormai era fatta. Nessuno avrebbe sospettato niente. La storia era già scritta: il genio autodistruttivo, l’eccesso, una notte andata storta al Samarkand Hotel.

Mi fermo al civico 22 e accendo una sigaretta. L’edificio bianco a tre piani, la ringhiera nera di ferro battuto a contenere la vegetazione, i capitelli corinzi e le foglie d’acanto che si arricciolano; Jimi meritava di morire in un posto così bello. Il Samarkand Hotel com’era allora non esiste più. Oggi è un residence privato con appartamenti in affitto a lungo termine, ma la mia offerta per questa notte – 17 settembre – è stata piuttosto alta e il gestore ha accettato all’istante.
«Li vuole tutti, Sig.ra?».
«Uno soltanto» ho risposto.
Lo stesso di quel 17 settembre 1970. La notte in cui ammazzammo Jimi Hendrix.

Tempo due mesi e la sua fama raggiunse il locale Bag O’Nails. Tra il pubblico c’eravamo io, le Pietre Rotolanti, la Macchina Morbida, gli Scarabei; a fine serata camminavamo curvi e taciturni, negli sguardi un monito condiviso: quell’uomo rappresentava una minaccia per chi, come noi, puntava a raggiungere la leggenda. Una volta a casa pensai al suo fuzz acido e psichedelico, scostai le mutande e iniziai a toccarmi il clitoride come un plettro fa con la corda – non uno strumming sgarbato, bensì un fingerstyle erogeno e umido – fino all’orgasmo.
Una sera di febbraio – lo ricordo perché era prossima l’uscita del suo primo album – io e Jimi tornammo a bordo dello stesso taxi e mi ficcò la lingua in bocca; gli sbottonai i pantaloni e, anche in quella circostanza dove la musica poco c’entrava, rimasi a bocca aperta. Aveva un cazzo enorme! Roba che, un anno dopo, Cynthia Albritton lo volle a tutti i costi tra i suoi gessi, facendone il calco più famoso della collezione. Mi piaceva sentirlo ansimare mentre glielo toccavo; mi definì la sua favolosa “mano lenta”. La sua Slowhand.

Salgo i gradini e mi fermo a fissare la porta bianca dell’appartamento. Un respiro a pieni polmoni, inserisco la chiave e apro.

Riccardo Stella, il batterista degli Scarabei, non la prese affatto bene; alla fine avevamo chiavato solo tre volte, per cui gli dissi: «Ringo, anche meno», che non c’era bisogno di fare l’offeso.
«Meno male che lo odiavi. Sei solo una troia, Claptonana.»
Tra quelli del giro, tutti sapevano della mia cotta per Giovanni degli Scarabei. Le lenti tonde sul naso a uncino, gli occhietti piccoli da asiatico e quei dannati pantaloni a campana avevano su di me un fascino micidiale. Ero riuscita a starci insieme una volta al termine di un mio concerto, poi si era fissato con una giapponese simile a uno spaventapasseri ed era sparito. Di colpo. Come se io non fossi mai esistita.
Jimi intanto scalava le classifiche. I nuovi brani Oh, Giuseppe; Nebbia purpurea; Il vento piange Maria conquistavano il pubblico e acceleravano il mio declino psicologico. In casa discografica non si parlava d’altro; perfino il mio agente Roberto lo ascoltava dalla mattina alla sera, lodandone la voce e l’originalità delle scelte armoniche. Da tempo aveva smesso di vedermi come una musicista; Erica Claptonana era diventata un accessorio, la puttana deluxe dell’americano del momento.
Al Saville Theatre Jimi oltrepassò il limite. Il disco degli Scarabei era uscito da soli tre giorni, e quel matto che fece? Alzato il sipario, attaccò con la loro canzone di punta: una cover pazzesca de Il Sergente Pepito. Non c’era modo di cambiarne la natura: tirava l’osso e stava a guardare l’umiliazione dipinta sul volto dei colleghi. Quella volta toccò ai quattro ragazzi di Liverpool. Giovanni sorrideva, ma io lo conoscevo bene: vidi le sue mandibole indurirsi e le dita farsi scure attorno al bicchiere. Il critico musicale Hugh Nolan scrisse che Jimi aveva rubato il cuore di Londra, “colpendo la città con l’impatto di una bomba H da cinquanta megatoni”.

La planimetria delle stanze è rimasta invariata, la tappezzeria è stata modernizzata. “Dopotutto, sono passati cinquant’anni” penso, chiudendomi la porta alle spalle. Cammino per i corridoi, accarezzo i muri e, senza farlo apposta, raggiungo la camera da letto; mi volto e vedo Jimi che mi guarda. Lì, dopo tutto questo tempo.

Se Monterey fu il palco della ribalta, La terra delle signore elettriche lo consacrò nell’olimpo del rock. Amavo quell’album, per questo evitai Jimi per oltre un anno: lo odiavo con tutta me stessa. Mi contattò lui, dicendomi che ad agosto avrebbe partecipato a un festival nella fattoria di un contadino, e che dovevo assolutamente andarci. Ignorava – o semplicemente se ne fregava – dello scioglimento dei Crema; nel frattempo era partito il progetto dei Fede cieca, con cui quell’estate sarei stata in tour. Perciò rifiutai Woodstock – la più grande cazzata della mia vita. Quando l’esibizione di Jimi iniziò a passare di continuo ai notiziari, con quell’inno americano straziato che sembrava un bombardamento, sciolsi la band.
Iniziai a drogarmi. C’erano volte che mi addormentavo con la voce di mia madre che chiamava il mio nome; io ero lontana, la ascoltavo come dal fondo di un pozzo: «Erica, piccola mia, dove sei?». Le rispondevo, la imploravo a gran voce, ma niente, non mi sentiva. Finché un giorno finalmente ci parlai. Accasciata in un angolo della sala, avevo perso i sensi; aprii gli occhi e mi ritrovai nella nostra vecchia casa, seduta al tavolo con lei che m’imboccava.
«Sei più forte di così» diceva, invitandomi ad aprire la bocca.
«La vita è così complicata» dissi, pulendo il cucchiaio.
«La vita è semplice. Siamo noi che la complichiamo per il gusto di divertirci. Non hai bisogno di nessuno, Erica. Non hai mai avuto bisogno di nessuno. Lasciali perdere e vai avanti da sola.»
Sentii bussare alla porta. Mi svegliai decisa a intraprendere una carriera solista. Potevo farcela: io, Slowhand, Erica Claptonana, senza più gente alle calcagna. Mentre andavo verso l’ingresso pensavo già al titolo del primo album; aprii e mi paralizzai: Jimi Hendrix fumava nel vestibolo di casa mia. Appena lo vidi capii che sarei finita di nuovo a letto con lui; poi mi disse che era senza una band e che un mese dopo avrebbe suonato all’Isola di Wight, anche da solo se necessario.
Quell’uomo aveva la capacità di rovinarmi la vita in pochi secondi. Già vedevo i manifesti: “Erica Claptonana solista”. E subito sotto, più in grande: “Jimi Hendrix”. Presi una decisione: dovevo agire, prima che fosse troppo tardi. Da sola non ce l’avrei fatta, sicché condivisi il mio piano con gli Scarabei e Giovanni ne fu entusiasta: lo scherno del Sergente Pepito ancora era fresco e, nonostante predicasse l’armonia e il peace and love, sostenne convinto che era ora di muoversi. Disse di conoscere la sua ragazza attuale, una tedesca di nome Monica, che durante una festa tra amici, ubriaca e fatta, si era lamentata di come Jimi la trattava.
«Quando è a Londra, dorme a Notting Hill.»
«Dove?».
«Al Samarkand. Ci parlo io.»

Apro la finestra e posiziono una sedia davanti al letto. Sento ancora la tua puzza di vomito; ti vedo lì, disteso sulle coperte con la sigaretta tra le labbra. Paolo e Riccardo ti distraggono con i loro racconti sulla reincarnazione, mentre io da una parte sciolgo nove compresse di Vesparax nel tuo bicchiere di vino. Poi sei sull’uscio di casa, mi fai l’occhiolino e dici: «Buonanotte, Slowhand».
A Scotland Yard alcune dinamiche non sono mai state chiare, ma la tua Monica alla fine se l’è cavata bene, nonostante le sue versioni imprecise. È morta nel ‘96, in un parcheggio di Seaford. Si è ammazzata a bordo di una Mercedes.
«Forse ci hai maledetti tutti» dico, guardando il cuscino.
Giovanni e Giorgio degli Scarabei: una pallottola e il cancro; Monica, il monossido di carbonio.
Mi avvicino al letto e prendo posto accanto a te; ora sei nudo, con un crocifisso attorno al collo.
«Hai maledetto tutti, tranne me» aggiungo, afferrando il telecomando sul comodino.
Porto il cursore sull’icona di Youtube. Digito il tuo capolavoro: Piccola ala, e preparo ogni cosa con insolito buonumore: il calice, la bottiglia di rosso, le mie pastiglie. Verso nel vino quello che basta, quindi miscelo e sorseggio. Mi metto comoda, poggio la nuca sulla testiera.
Take anything you want from me, anything.
La pioggia su Notting Hill ha un suono che conosco bene.
“È fatta” penso. “È fatta, è fatta, è fatta”.
Fly on, little wing.

Immagine generata con Stok Chazo