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Dolores

Autore
Ilaria Gremizzi
Ospite Chef
Narrativa generale
1 agosto 2024

Sul ponte di Bassano
noi ci darem la mano
Per un bacin d’amor
Per un bacin d’amor.
Per un bacin d’amore
successer tanti guai.

1997.
Stretta nell’abbraccio di una primavera prepotente, la nostra casa gronda. Sa che il suo destino è sciogliersi, diventare pozzanghera dove si specchia il tempo. Come la nostra famiglia.
«Sa leggere la musica?» mi domanda il maestro.
Gli unici sedicesimi che conosco sono quelli di Alberto Tomba che vince il Super G. Il quattro quarti è un burroso dolce francese. Di tre quarti si siede Lilli Gruber.
«La fisarmonica si suona in doppia chiave.»
Silenzio dal mio capo del filo. Penso alle chiavi inglesi.
«Venga domani. Con lo strumento.»
Parcheggio in divieto la mia Seat Ibiza modello El-Alamein. Tutto è trascurabile rispetto al percorso musicale assoluto che intraprendo.
Il maestro abita al piano terra di uno stabile dai muri porosi. Da una finestra esce il valzerino zoppo dell’allievo prima di me. Suono il citofono. Un cane abbaia. Il cancello si apre da solo.
«Lo sa almeno che cos’è un buono del tesoro?» domanda il maestro.
Ho diciotto anni. La mia fisarmonica è una centoventi bassi rossa, con i tasti in finta madreperla e il mantice macchiato di colla. Viene dalla Serbia.
Lui ha settant’anni. È un ex impiegato di banca, un milanista invasato e un investitore indemoniato.
«L’ho chiamata Dolores» dico io.
La mia fisarmonica ha una sua personalità. Tirannica, selvatica, gitana. Un suo peso. Almeno nove chili.
«Vedremo di fare il miracolo» dice lui.
Voglio chiedergli un miracolo per mia mamma.
Imbraccio Dolores. La appoggio sulla cassa toracica e respiriamo insieme. Comanda lei.
«Questo è il Do maggiore.»
Il maestro mi schiaccia il dito medio della mano destra su un tasto nero e minuscolo, identico agli altri. Ci appiccica un pezzo di scotch. Mi mette l’anulare su un altro. Apro il mantice che fa un suono di bestia sventrata. Vago con le dita tra i bassi, finché ritrovo lo scotch. La stanza si riempie di note sgraziate. Il lampadario vibra. Porcellane, bomboniere, elefanti e giraffe dalle schiene in vetro mi guardano dalle mensole, tremano anche loro. Cerco di dimenticare che mia mamma forse muore.
«Non fermarti.»
Il maestro mi gira intorno come una belva.
Non mi fermo.
Apre Il metodo Anzaghi per fisarmonica. Sa di cantina. Sulla copertina c’è solo il titolo. Il vuoto illustra un concetto fondamentale: la musica è sudore. Niente chiacchiere né fronzoli. Solo polpastrelli che dolgono, avambracci afflitti, spalle che piangono, collo che tira, testa che pulsa e costole che rabbrividiscono al ritmo dei bassi, mentre le cosce si induriscono e un piede batte il tempo posseduto dal metronomo. Tra le pagine si annidano motti del tipo: Non dimenticate: lo studio di oggi, sarà la gioia del domani o Solo perseverando si ottiene. È un libro di altri tempi. Come il maestro. Entrambi mi riportano a un passato in cui la vita era dolce. Mi illudo di poter cambiare il presente.
Tac Tac fa il metronomo. Il lampadario trema. Tac Tac.
Quanto tempo le resta?

Maggio.
La primavera si infila nell’estate come una marmotta nella tana, dove infogna le granaglie. Mia madre esce ed entra dall’ospedale tutte le volte con una rogna diversa. Apre la porta di casa e si sdraia in terra prima di arrivare al letto.
Il maestro guarda i VHS delle migliori partite e intanto compone riduzioni di Gershwin e Chopin adatti alle mie incapacità, arrangiamenti swing di canzoni patriottiche e da balera, morbide romanze, tanghi e pastorali. Me le consegna su quadernetti ingialliti con lo stemma della banca e le macchine di Formula 1 in copertina. Traccia i pentagrammi con il righello. Scrive le note con una penna blu il cui inchiostro fa i grumi. Paiono tracce di delicati uccelli su un bagnasciuga di carta.

Giugno.
Le lezioni si dilatano, durano pomeriggi. Vedo la luce farsi ambrata dietro alle veneziane. Non imparo. Ma adoro stare lì, tra le mie note sghembe, gli elefanti di vetro e l’odore della carta vecchia. Quando finiamo, la moglie del maestro, che si chiama Esther, mi fa il thè con le Macine. Mastico la sconfitta. Lui mi racconta di conti correnti a spesa zero e Fred Bongusto, assicurazioni private e fideiussioni, Renata Tebaldi e Gorni Kramer. Con i polpastrelli, suona una melodia muta sulle vertebre della moglie.
Esco. L’aria è fresca, c’è il traffico isterico di chi lascia gli uffici. Ho sempre una multa sul parabrezza.

Luglio.
«Complimenti Evelina, so che ti sei diplomata.»
Il maestro mi regala un tomo intitolato Relazione del direttore alla commissione parlamentare di vigilanza sul debito pubblico in Italia dal 1861 al 1987 pubblicata dal Ministero del Tesoro. La reliquia viene dalla sua biblioteca personale.
L’analisi storica, qui presentata, mostra chiaramente che i tentativi fatti durante la vita ormai ultracentenaria del Debito Pubblico italiano per cercare di consolidare, in modo aperto o surrettiziamente forzoso, i titoli a breve non ha mai prodotto i risultati sperati.
«Grazie. Non doveva.»
Con le finanze dello Stato, come musicista ho qualcosa in comune: il nostro andamento è tutto caotico. Non miglioriamo.
«Ti ho fatto le cotolette. Resti qui per cena» dice la Esther.
È una constatazione. Per chi crede l’universo sia connesso da fili invisibili, rifiutare equivale a tappare i rubinetti, ricacciare le cascate nelle caverne, abbattere mandrie di cavalli selvaggi, annegare orde di trichechi e far scoppiare miliardi di lampadine, mentre i giacimenti minerari si prosciugano e una donna sdentata grida “al ladro, al ladro”.
La Esther tuffa la carne nell’olio. Io sfoglio il mio regalo. Ho una mano sul dorso di Dolores, seduta sul divano con me.

La storia sembra suggerire che è controproducente intervenire per allungare la vita del Debito, sia per l’emittente sia per gli investitori, se il mercato non è confortato dalle aspettative necessarie per fargli accettare questa manovra.

Agosto finisce di sgocciolare, come un vestito steso al sole. Il cielo bianco chiede tregua, annuncia che la terra si ritira. Mia madre è allettata. Porta sempre gli occhiali da sole.
Io e Dolores ci diamo dentro. Solfeggio sull’autobus, nelle sale d’aspetto dei medici, sui treni pendolari. Nella mia stanza foderata di Topolini, suono ore con la sordina. Dolores e io abbiamo una vita. Io la riempio dei miei tormenti. Lei me li restituisce con gli interessi. Percorriamo scale armoniche e cromatiche in salita. Solchiamo le Onde del Danubio, ci inabissiamo alla terza battuta. Urliamo il mi-re-si-sol-in apertura de La Cumparsita, ci accasciamo alla prima sincope, ricominciamo. Esiste un posto di bellezza, benevolenza e amore incondizionato che posso visitare mentre aspetto l’ineluttabile. Imparo Sul Ponte di Bassano.
Mia madre batte le mani. Il condominio partecipa ai miei progressi. Suono il pezzo in giardino. I vicini mi guardano dalla piccionaia delle finestre aperte e un vecchio alpino canta. È il mio trionfo. Esulto. Mi libro oltre i davanzali, i tetti, la città e la morte. Dalle nubi, l’Anzaghi mi sorride bonario, mi ricorda che la tenacia premia.

Natale.
Il maestro recluta musicisti, forma una band. Cornamusa, chitarra elettrica, quattro fise da centottanta bassi e due da centoventi, tra cui Dolores e la sua suonatrice: me. Dopo l’investitura, piango di paura sulla tastiera. Proviamo per settimane. Suono pianissimo con le pupille conficcate nello spartito.
Alla Vigilia andiamo a trovare i malati negli ospedali. Ci lasciano scorrazzare per i reparti, fra relitti umani, medici e infermieri, in pediatria, in contabilità e nelle cucine. Sotto i neon e tra i cateteri, beviamo moscato caldo e sbocconcelliamo fette di panettone secco dopo che ha preso troppa aria.
Impomatato di brillantina e profumato alla violetta, il maestro poggia sull’asfalto del parcheggio un bicchiere di plastica mezzo pieno. Si soffia nelle mani. Prende la fisa. La band si scansa. Con lo strumento in bilico sul moncone della gamba destra, appena sopra al punto dove trent’anni prima c’era il ginocchio, sfiora i tasti e intanto li infiamma, picchia sui bassi e li risveglia dal sonno, solleva i lapilli di un fuoco di radica e conchiglia che dallo strumento si libra nell’aria, la riempie, l’accende. Il mantice serpeggia, mi infiamma le guance e la pancia. L’insegna rossa del pronto soccorso si litiga la notte con le luminarie delle feste. Le ruote della sedia a rotelle tracciano due righe parallele sull’asfalto, improvvisamente divenuto zucchero. Sarà la prima e l’unica volta in cui lo sento suonare. Nevica.

Gennaio.
La malattia di mia madre si propaga con furia. Muore. Scegliamo la tomba, la bara e i fiori. Facciamo il funerale. La seppelliamo.

Si chiuse in questo modo il primo grande ciclo della storia del Debito Pubblico italiano, durante il quale si registrò una violenta crescita dello stesso, una progressiva diversificazione delle sue fonti di finanziamento, con una particolare insistenza finale sul canale monetario, ma anche una continua attenzione a rimuoverne le cause, agendo con fermezza dal lato delle entrate tributarie e patrimoniali fino a raggiungere il pareggio.

Febbraio.
Finisco la mia migliore esecuzione di Evviva la Romagna, evviva il San Giovese. A occhi bassi dico al maestro che devo fare l’università sa, non ho più tanto tempo sa, lo studio sa, sì, lingue straniere. Non mi fermo più a mangiare le Macine né le bistecche della Esther.
«Smetto.»
Fisso il suo pantalone della tuta, ripiegato sotto l’arto che manca. Perché non tagliare anche la stoffa, oltre alla gamba? Sarebbe più logico.
Lui non replica.

2007.
Le bianche forsizie in fiore mi ricordano che il tempo si ripete, irrispettoso del dolore degli uomini. Le falcerei tutte.
Un’Alfa Romeo bianca mi si avvicina fuori dal cimitero. Rallenta. Respiro il fumo dello scappamento.
«Ce l’hai ancora la fisa?»
È Nando, l’elettricista dei miei che d’ora in poi non ho più motivo di chiamare “i miei”. Mi ha procurato lui Dolores dieci anni prima. Ha un nipote. È portato per la musica, veramente, guarda. La rivuole. Mi sento nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Andiamo a casa mia. È ancora infestata dal puzzo di gigli pesti, muco e acqua santa.
Nando prende in braccio Dolores. La mette nel bagagliaio. Dolores non si ribella. Io non faccio nulla per tenerla con me. Anzi. La consegno amorevolmente al suo rapitore.
Nando sorride.
Vedo allontanarsi la sua schiena, ricoperta da un giubbotto di pelle con ricamata un’aquila dagli occhi in Swarovski.
Non penso più a Dolores.