La moglie
Non era la prima volta che Anita se ne andava. Usciva di casa in silenzio, spariva per giorni. Portava via solo il necessario: due o tre cambi, una vestaglia, il vecchio portatile di sua figlia e uno dei libri di Pietro. Al diavolo, aveva pensato mentre prendeva gli ultimi soldi rimasti nel tiretto della scrivania. Anche quelli non erano suoi.
La fermata più vicina era a un paio di chilometri. La raggiunse a piedi, col fiato che le moriva in gola. Si era messa un vestito a fiori, vaporoso. Delle scarpe comode, buone per camminare. Il sollievo che sentiva le sembrò una condanna. Ripensò a suo marito, al tono pigro con cui il giorno prima aveva chiesto: «È pronto?». Poi alla pianta in soggiorno: quella mattina aveva strappato via le foglie morte.
L’autobus la lasciò in un piazzale assolato, pieno di gente. Anita lo attraversò sospinta dalla folla, con entrambe le mani strette alla borsa, e la testa inclinata in avanti, come se stesse affrontando una tempesta.
Al botteghino del porticciolo l’accolse un ragazzo biondo coi capelli a spazzola, pieni di gel. «Andata e ritorno?», chiese. «Solo andata», rispose Anita, poi le uscì un sorriso nervoso, pagò il biglietto con le dita che tremavano e domandò indicazioni come una turista qualsiasi. Per il tempo in cui aspettò il traghetto rimase seduta su un cubo di pietra con lo sguardo basso. Il vento creava piccoli vortici di terra e foglie secche e scontrini. Le venne in mente che aveva scordato lo spazzolino e per qualche istante sembrò rabbuiarsi. Poi si distrasse di nuovo: attorno a lei si udivano grida, risate, lamenti. A intermittenza arrivavano grossi tonfi, come di merce scaricata a terra. Qualcuno, lì vicino, disse che tornava sull’isola dopo vent’anni. La voce era scura e maschile, graffiata dall’età. Ad Anita venne naturale alzare la testa, cercare l’uomo che aveva parlato. Quando lo vide, il volto le sembrò familiare. Ma fu un attimo. Appena l’uomo incrociò il suo sguardo tornò a essere uno sconosciuto. Anita distolse subito l’attenzione, sentì il bisogno di intrattenere le mani. Cercò il cellulare nella borsa e chiamò sua figlia. La trovò indaffarata, a quell’ora accompagnava i bambini a scuola. Avrebbe voluto commuoverla, invece disse solo “ci sentiamo dopo” e riattaccò velocemente.
Il viaggio fu breve. Più di come ricordava. Il senso di nausea invece era rimasto inalterato. Quando mise piede sull’isola si sentì come se stesse ancora galleggiando ed ebbe un altro momento di sconforto. Frugò di nuovo nella borsa, tastò con la mano il portamonete, il computer, il cellulare. C’è tutto, si disse, e si avviò per la strada che già conosceva.
Presto riconobbe il tridente di vie che sbiadiva nell’aria rarefatta dell’isola. Ne imboccò una e camminò ancora per qualche metro, poi finalmente lo vide. Allora si affrettò, era impaziente di arrivare. I capelli argentei le brillavano al sole.
Non era più come una volta: l’insegna le apparve pietosa e volgare, il neon azzurro delle luci sfarfallava. L’ingresso era intristito da un groviglio di siepi gocciolanti. Si sentì improvvisamente vecchia, avanzò con ritrosia.
Pensò al foglio che aveva lasciato in cucina. Aveva scritto un elenco di farmaci e qualche indicazione: a stomaco vuoto, dopo pranzo, mattina e sera. Subito sotto il numero del medico di famiglia. Ricordò la strana precisione con cui aveva riempito la pagina: non aveva trovato altri modi per dire addio.
Davanti al piccolo atrio, le scarpe affondavano nella ghiaia. Anita chiese permesso, nessuno rispose. Trentacinque anni prima, in quello stesso punto, si era sentita audace e fiera. Le tornò in mente la camicia infronzolita, gli occhi truccati di rosa, la vanità con cui aveva superato la porta d’ingresso. Adesso invece aveva le caviglie gonfie e una gran voglia di attaccar briga.
Adocchiò il campanello bronzato alla sua destra e ci inchiodò il dito. Suonò insistentemente.
Sopra di lei, due o tre finestre sembrarono risvegliarsi. Ci fu un movimento di tende, nient’altro. Anita scrollò le spalle, fu sul punto di andarsene. Indietreggiò appena e per un attimo si sentì sollevata. Era arrivata fino a lì, pensò, ma non doveva entrare per forza. Anzi, si disse, era meglio così. Certi luoghi hanno bisogno di una buona dose di smemoratezza per rimanere importanti.
Guardò il motel un’ultima volta. La facciata screpolata, quei brutti infissi marroncini. L’aria era così densa che l’intero edificio sembrò vibrare davanti ai suoi occhi. Un tremolio leggero che si portò dietro un rumore improvviso di vetri scossi. Anita sentì di non essere sola. Guardò l’orologio, era già mezzogiorno. Dopo un secondo la porta si aprì.
Ne venne fuori un volto di ragazza. Era giovane, più giovane di sua figlia, pensò Anita. Eppure il viso le sembrò antico. Sul naso rotondo reggeva un occhialino azzurro, dello stesso colore degli occhi. La fronte era incorniciata dal taglio impreciso di una cuffia merlettata.
La ragazza non la invitò a entrare, trattenne la porta con la mano, disse solo: «Signora, si è persa?».
L’imbarazzo sorse in ritardo. Forse quello non era un posto per signore. La sua era stata un’idea avventata, dettata dalla rabbia, oppure dalla noia. Lo stesso non demorse.
«Vorrei prendere una camera», disse con la voce incrinata.
La ragazza la guardò con sospetto, sembrò esitare, infine disse: «Aspetti». Si voltò indietro. La porta era di legno lucido, rifletteva la forma sottile delle sue dita.
Quando tornò a guardarla disse: «Io non posso registrarla, dobbiamo aspettare la signora».
«Va bene. Posso aspettare dentro?».
«Credo di sì» rispose lei, e spalancò la porta con malavoglia, come se stesse disubbidendo a un ordine.
Una volta dentro, Anita si guardò attorno. L’androne era in penombra, non c’erano finestre. La luce filiforme di una lampada a muro cadeva su una scrivania disordinata e poco altro. Notò uno sgabello poggiapiedi rivestito di velluto rosso.
«Posso sedermi qui?», chiese. Non fece in tempo a piegarsi: in quel momento le squillò il cellulare. Cercò a lungo nella borsa senza trovarlo. Intanto sudava.
«Vuole una mano?» chiese la ragazza.
Anita fece no con la testa. «Non è importante, tra poco smetterà», disse. Invece il telefono continuava a squillare.
«È sicura?».
A quel punto Anita le offrì la borsa pentendosi subito del suo gesto. Le stava chiedendo aiuto.
La ragazza si avvicinò cauta. Infilò il braccio sottile nella confusione di oggetti. Senza nemmeno rovistare estrasse il cellulare in un solo gesto. «Eccolo», sorrise, senza pensarci gettò lo sguardo allo schermo. «Pietro», disse.
«È mio marito» rispose Anita.
«Non risponde?».
Il silenzio che seguì sembrò inviolabile. Anita afferrò il cellulare, lo spense. Lo sguardo finì sul tappeto arabescato sotto ai suoi piedi. Qualcosa riaffiorò ai suoi occhi. Forse un ricordo sbiadito. Di nuovo, pensò di andare via. La ragazza volle scusarsi. Disse che era stata indiscreta. Nel dirlo si espresse in un italiano incerto che tradiva origini lontane.
«Mi chiamo Marija» disse.
Anita mantenne lo sguardo basso. Le esaminò le scarpe, orlate e senza tacco, da bambina. Eppure le stavano bene, le gambe rimanevano lunghe e affusolate. Alzò un poco la testa. Il grembiule che indossava era ben stirato, emanava un vago odore di cloro.
«Io sono Anita».
La ragazza sorrise. «Mi piacciono i suoi capelli», le disse.
«Sono capelli da vecchia».
«Un giorno li vorrei così anch’io».
La voce era fresca, graziosa, non dimostrava più di vent’anni.
«Dovrai aspettare un bel po’», disse Anita. Il tono si era fatto scherzoso.
Adesso si guardavano entrambe. Marija le sembrò bellissima, spigliata, fiduciosa del suo aspetto. Non poté fare a meno di confrontarla con la figlia che invece appariva sempre timida e sommessa.
«Ho una figlia più grande di te», disse Anita svelando in parte il suo pensiero.
«Come si chiama?».
«Grazia».
«È un bel nome», rispose per cortesia.
«Era il nome di mia suocera». Questa volta fu lapidaria, senza ironia.
Marija non osò dire altro. Fece sporgere un poco il labbro inferiore. Nella smorfia infantile tornò la terra dove forse era nata. Doveva essere un luogo disperato, un ritrovo di cose perdute, pensò Anita. Senza un vero motivo intravide in lei una solitudine non diversa dalla sua.
«Sono stata qui con lui molto tempo fa. Il motel era diverso».
«Parla di suo marito?»
«Non eravamo ancora sposati».
Tra quelle mura avevano riso, si erano amati. Lo rivide seduto sul bordo del letto. Sfogliava un romanzo. Ogni tanto le leggeva un pezzo ad alta voce. Lei fingeva di ascoltare. Forse quel letto non esiste più, pensò. Anche i due giovani mezzi nudi che vi sedevano sopra. Anche loro non esistono più.
«Eravamo ragazzi. Io sognavo di venire a vivere qui».
«Qui, sull’isola?».
«Volevo aprire un ristorante. Avevo preso anche dei contatti con uno del posto».
«E poi com’è andata?».
«Alla fine ho fatto la moglie».
Non disse la madre, come forse Marija si aspettava. Volle essere didascalica.
«E il ristorante non l’ha più aperto?»
«No, ma ho cucinato tanto lo stesso» scherzò Anita, e poi si portò una mano sulla fronte, come se quel gesto servisse a nasconderla.
A Marija avrebbe voluto dire di più: tu che sei ancora giovane, non farti ingannare. Che non ti venga in mente di dedicare la vita a fare da mangiare a un uomo. Lavora, viaggia, non invelenirti. Conserva questo viso medievale, questa grazia. Ma, in fondo, cosa sapeva di lei? Era nubile? Era sposata? Era arrivata da sola sull’isola? Le sue ciglia lunghe le fecero tenerezza. Non volle turbarla. Tornò a parlare del motel.
«Avevamo preso la camera ventidue».
Rievocò la posa da viaggiatrice dell’unica foto che aveva di quella breve vacanza. In piedi davanti alla porta della stanza, una mano salutava, l’altra si accostava alla bocca, mandava un bacio. Rievocare: esistevano altri modi per tornare indietro?
«Le stanze sono state tutte rimodernate».
«Lo immaginavo».
A quel punto Anita si fece sfuggente, abbassò la testa, guardò di nuovo il piccolo orologio che aveva al polso. Marija se ne accorse. Subito disse: «Non voglio farla aspettare. Prenderò io il suo documento, la accompagno in camera». Le sembrò impietosita.
Anita accettò, disse grazie. Aveva male alla schiena. Pensò che avrebbe voluto sdraiarsi, leggere qualcosa, guardare un film.
Marija si offrì di portarle la borsa, nel farlo sorrise mostrando i denti, come forse le avevano detto di fare. Anita si oppose, poi la ringraziò più volte, e infine disse: «Sei una brava ragazza».
Avrebbe voluto chiamarla col suo nome di battesimo, ma non lo ricordava più.
«Camera ventidue?» domandò Marija, gli occhi le ridevano di malizia.
«Dimmi la verità: sto facendo una cosa stupida?».
«Neanche un po’».
«Allora sì, prendo la ventidue se non è un problema».
I suoi nervi erano saldi, eppure sentì che una volta dentro non avrebbe trattenuto le lacrime. Sarebbe bastato un colpo d’occhio alla stanza, vedere come s’era trasformata, per sentire addosso tutto il tempo passato. Oppure – ed era ciò che sperava – entrando avrebbe riconosciuto un dettaglio, un particolare, un quadro o un monile da scrivania, e allora presto l’avrebbe avuta davanti: la ragazza con gli occhi luccicanti, lo sguardo furbo, una versione di lei che non saprebbe più dove trovare se non lì, stesa sul letto e coperta solo per metà, presa da un’allegra mollezza, fiduciosa, contenta, come non le sarebbe capitato di sentirsi più.
Quel pensiero le diede una piccola scossa, guardò Marija che le camminava di fianco, le sorrise come avrebbe sorriso a sé stessa. In silenzio si lasciò condurre al piano di sopra.
A illustrare: particolare di “Her room” di Andrew Wyeth.