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Il bambino ti dirà chi uccidere

Autrice
Alessia Del Freo
Ciclo #13 - Spaghetti al nero di seppia
Narrativa generale
16 marzo 2023

Lo stregone sedeva su una poltrona rattoppata, la schiena curva, le mani piene di anelli. Gli occhi blu opaco si allungavano su una riga di matita scura. Aveva rinnegato gli dei.
La donna davanti portava una camicia sgualcita senza qualche bottone e una gonna strappata e sporca. Sulla sua spalla un furetto dai riflessi rossi si rigirava sul suo lungo corpo, per poi acquietarsi.
Lo stregone le porse una fiala con un liquido celeste brillante.
«Quanto ci vorrà per rimanere incinta?» 
Lo stregone teneva ancora stretta la fiala tra le dita: «Non si attiverà fino a che non porterai a termine il tuo compito.» 
Lei annuì ansiosa. 
«A quel punto cambierà colore. La berrai. Non avrai più sangue per i prossimi nove mesi.»
La donna lasciò andare un sospiro di sollievo, sorrise e abbassò un attimo lo sguardo. Lo stregone allentò la presa sulla fiala, perché lei potesse portarla  al petto.
«Il bambino ti dirà chi uccidere.»

La donna uscì dalla tenda lasciandosi alle spalle un tintinnio di ciondoli.
Il bambino si chiamava Milo, lo stregone le aveva indicato di cercarlo al cortile del vecchio fast food, dove una signora si prendeva cura dei bambini abbandonati dai genitori.
Le macerie dell’edificio invadevano il parcheggio, erano rimaste delle staccionate deformate e lo scheletro di  una sorta di casetta a più piani dove i bambini potevano arrampicarsi. La signora occupava entrambi i posti di una vecchia panca dell’esterno del fast food, e poggiava le grosse mani su un tavolo giallo scolorito, rimasto integro. Aveva scorto la giovane donna arrivare dal cavalcavia deserto, e subito aveva tirato fuori un piccolo registro nascosto in uno dei seni abbondanti.
«Cerco un bambino» aveva detto la donna col furetto.
La signora aveva ridacchiato scoprendo un sorriso sdentato. Poi aveva battuto le mani sul taccuino.
«Per le adozioni sono cento euro. Cinquanta centesimi se te ne vuoi portare a spasso uno, ogni mezz’ora. Se torna ferito o che piange, altri cinquanta centesimi.»
«Devo solo chiedere un’informazione. Si chiama Milo.»
Tra i bambini che giocavano con dei resti di un vecchio computer, uno alzò la testa. Capelli neri su occhi grigi, un neo ingombrante sulla guancia sinistra. In quel momento si udì la sirena del coprifuoco suonare dagli altoparlanti appesi ai lampioni.
La signora si alzò di scatto e batté le grosse mani sul tavolo.
«Tutti dentro, subito.»
I bambini si ritirarono all’interno dell’edificio pericolante, sotto i tavoli rimasti intatti del fast food. La donna col furetto caricò la pistola e fuggì nelle sterpaglie incolte dopo il parcheggio.

Tornò verso casa. Che lo stregone avesse voluto metterla alla prova? Mandarla al mercato dei bambini, là dove avrebbe potuto salvarne uno, anziché mettere in pericolo se stessa e andare contro gli dei, attraverso una fialetta artificiale. 
Il posto in cui viveva erano quattro pareti di lamiere e stracci, addossate ad altrettante lamiere e così via, che creavano un condominio barcollante alle porte della città. Per arrivare al suo piano doveva arrampicarsi su una scala a pioli e poi attraversare un corridoio costituito solo da una vecchia impalcatura dei muratori.
Andò subito a controllare i risparmi nascosti in un buco del materasso a terra, dove il furetto si era già accomodato. Una banconota da cinque e pochi centesimi. Alzò gli occhi verso una polaroid sbiadita appesa alla lamiera: c’era lei, più giovane, abbracciata a un ragazzo; sotto, i loro nomi cancellati.
Cinquanta centesimi sarebbero bastati.

Il giorno successivo scoprì che Milo era già fuori con qualcuno e non sarebbe tornato fino al pomeriggio. Si chiese chi avesse soldi da spendere per portare a spasso un bambino tutte quelle ore.
Tornò verso la città, pistola carica e un coltello nella manica. Era ancora mattina ma i vicoli erano sempre bui, coperti da una coltre di fumo che esalava dai tombini. Era quella sostanza tossica che aveva reso tante altre donne, come lei, incapaci di concepire. 
Si disse che avrebbe impiegato quelle ore per cercare cibo: negli ultimi tempi una manciata di insetti valeva pochi centesimi. Ma il coprifuoco scattò di nuovo: di recente le sirene suonavano sempre più spesso. Individuò una finestra rettangolare altezza marciapiede da dove provenivano voci. Doveva essere uno dei tanti ring che anche in caso di coprifuoco poteva continuare a dar spettacolo: intratteneva i cittadini annoiati e causava morti sicure.
Si trattava di un combattimento tra donne e c’era già una vincitrice. Era una tipa tatuata, dai denti neri e una cicatrice verticale che le attraversava l’ombelico fino quasi sotto i seni. Scese dal ring con il volto pieno di sangue e un’altra donna l’accolse baciandola e sporcandosi a sua volta. Un gruppo dietro di loro esultava: ragazze dai capelli rasati e piercing, o truccate in modo eccessivo, con il simbolo del genere femminile dipinto a spray sulle magliette.
La sirena aveva smesso di suonare e fino al prossimo avviso tutti gli spettatori erano bloccati lì dentro. Un signore basso e gobbo, dalle gote pelose, si avvicinò alla vincitrice con un fonografo, mentre dietro di lui ripulivano il ring dal cadavere. Voleva cogliere l’occasione per un’intervista. La donna col furetto riuscì a cogliere un discorso sull’origine del taglio sulla pancia: se l’era procurato da sola, per espellere il feto indesiderato.
La sirena suonò ancora: il coprifuoco era durato poco, forse era un falso allarme. Gli spettatori si precipitarono verso l’uscita travolgendo il giornalista. Anche la donna col furetto se ne andò, con un senso di disgusto misto a invidia. Tornò tra le strade della città alla ricerca di cibo; trovò solo delle cicale.

Quando raggiunse il fast food, Milo giocava in disparte. Consegnò cinquanta centesimi alla signora, poi si allontanò con il bambino. Lui la prese per mano in modo automatico, doveva essere un comportamento richiesto dalla signora ogni volta che uscivano.
Alla fine del parcheggio, dietro alcune macchine abbandonate, si scrollò da quella presa. Lo guardò dall’alto.
«Non ti porterò da nessuna parte. Mi manda lo stregone, hai un’informazione per me.»
Milo la guardò senza dire niente, come per metterla alla prova.
«Devi dirmi chi uccidere.»
Lui esitò, poi disse: «Non conosco il nome. Devo mostrartela.»
«Dove si trova?»
«In città.»
La donna si trattenne dall’imprecare.
«Va bene» disse mentre cercava una moneta da due euro da dare alla signora.
Il furetto si mosse da una spalla all’altra.
«Come si chiama?» le chiese Milo.

Il bambino la guidava con sicurezza per le strade della città, tenendola per mano. Sembrava conoscerla meglio di lei. L’allarme suonò ancora. Non voleva rischiare, quindi prese il bambino in braccio e corse in direzione di casa, facendo a spallate con i cittadini che si dileguavano.
«Ho soltanto delle cicale.»
La donna chiuse l’entrata della baracca e lasciò scendere il furetto sul materasso, dove si era seduto Milo. Il furetto gli si avvicinò, odorando l’aria in sua direzione.
«Come si chiama?» chiese di nuovo.
«Non ha un nome.» La donna rispose tenendo d’occhio la situazione esterna attraverso un foro nella lamiera. Milo era seduto proprio sotto la polaroid. «Se le cose non hanno un nome, è più facile dimenticarsene.»

L’allarme di via libera suonò circa due ore dopo. La donna mise in conto di pagare un extra alla signora per il bambino. Tornarono in città e stavolta Milo trovò il bersaglio in un pub dei bassifondi. Gliela mostrò da una finestra opaca sul retro. Era la donna che aveva visto vincere l’incontro sul ring. Sedeva al bancone con la compagna e sembrava proprio stesse raccontando le gesta di quella mattina. Solo adesso notò il neo sulla guancia identico a quello di Milo.
Continuò a scrutarla, dubbiosa.
«Come conosci lo stregone?» chiese al bambino.
Milo adesso aveva preso a giocare con la coda del furetto.
«Viene a portarci in giro ogni tanto. E anche lei, ogni tanto, viene, solo per me.»
«Chi ha deciso che deve essere uccisa?»
«Io. È mia madre.»

Quando tornò al fast food per riportare Milo, trovarono nuove macerie, e la signora schiacciata sotto all’impalcatura di quelle che erano state le casse.
Non c’era traccia dei bambini. Forse erano riusciti a scappare in tempo, o forse la signora aveva deciso di restare e morire.
Milo non lasciò la mano della donna, anche se non c’era più nessuno a controllare. Lei non lasciò la mano del bambino.
«Sai dove possono essere tutti i tuoi amici?»
Milo scosse la testa, mentre percorreva con gli occhi l’ammasso di macerie che era stato il suo cortile di gioco.
«Non avevate un secondo rifugio, di emergenza?»
Scosse di nuovo la testa.
«Non eravamo amici» disse.
La donna si guardò attorno, spaesata. Strinse più forte la mano del bambino.
«Non hai proprio idea di dove possono essere andati?»
«Non eravamo amici» disse ancora, poi aggiunse: «Dietro le casse c’è nascosto il nostro cibo. Più buono delle cicale.»
Si avviarono con cautela verso l’estremità dell’edificio caduto.
«Forse non dovresti guardare» disse la donna, titubante.
«Che cosa?» 
Fu proprio il bambino a fermarsi di fronte al corpo della signora. Una gamba era spezzata, gli occhi rivoltati. Milo ripercorse le forme grasse della signora, poi le sferrò un calcio a un braccio carnoso.
La donna lasciò andare il furetto al suo lavoro: si insinuò nelle vesti della morta e frugò fino a scovare tutti gli spiccioli e le banconote guadagnate con i bambini, mentre loro scavalcavano le casse cadute per andare a prendere le scorte di cibo.
«E se gli altri bambini tornassero qui per mangiare?»
«Nessuno tornerà. A nessuno piaceva questo posto.»
Mentre si riempivano le vesti di cibo, la donna incappò nella fiala che le aveva dato lo stregone. Era ancora del suo colore originario. Guardò Milo e il furetto che gli era appena saltato sulle spalle.


A illustrare il racconto: immagine presa dal web