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L’angelo custode

Autore
Agostino Di Sciullo
Ciclo #13 - Spaghetti al nero di seppia
Narrativa generale
23 Marzo 2023

“Dovresti rivolgerti alla polizia”.
Un po’ mi pento di averlo detto, e sento in bocca un sapore acre – come se avessi masticato la montagna infinita di cicche nel posacenere Martini che ho sulla scrivania. Mi grattugio le dita con la barba di tre giorni e per fare qualcosa spalanco la finestra. Lo smog della città è meglio della puzza di piedi e cibo cinese che c’è qui dentro.
“Non posso andarci, mi mollano ai servizi sociali. Un minore non può rimanere da solo”.
Guardo il ragazzino con il cappellino degli Yankees che fa dondolare le gambe dalla sedia, e mi domando se abbia davvero solo otto anni. È maledettamente sveglio.
“Non potresti comunque pagarmi. Per la beneficenza e la carità, vai da Padre Iovine in fondo alla strada”.
Ancora quel saporaccio. Apro il cassetto e trovo l’ultimo goccio di whisky sul fondo di una bottiglia. Sa di polvere, chiuso e momenti persi. Annegare la coscienza con l’alcool viene bene solo se sei ricco e puoi permetterti roba costosa. Con il veleno che compro io, ci puoi sverniciare gli infissi di legno.
“Non le sto chiedendo di lavorare gratis, Mr Raymond”.
Il ragazzo fa tintinnare anni di paghette e lavoretti estivi.
“Ti ho già detto di chiamarmi Rocco, e non credo che in quel porcellino ci siano soldi sufficienti”.
“Mr Rocco, ho bisogno che lei ritrovi la mia mamma”.
Sospiro e cerco tra il disordine una sigaretta e una scusa. Sono messo così male che difficilmente potrò trovare entrambe le cose. Mi chino perché ho scovato un mozzicone che posso ancora fumare. Coraggioso come un chihuahua davanti a un branco di lupi, metto la faccia sotto il tavolo e – lontano dai suoi occhi – provo a liberarmi la coscienza:
“Senti, ho degli amici al distretto. Ti prometto che farò delle telefonate senza metterti in mezzo”.
“D’accordo, ho capito. Grazie del suo tempo, Mr Raymond”.
“Ti ho già detto di chiamarmi Rocco”.
La frase rimbalza nel vuoto – il ragazzino se n’è andato così velocemente che non ho sentito nemmeno la porta. Lo stomaco gorgoglia – o è l’ulcera, o è la coscienza che si è svegliata. Ho bisogno di bere. Subito, immediatamente, perché i sensi di colpa non sanno nuotare e bisogna affogarli da piccoli. Mi fiondo da Lao Tao sperando mi faccia ancora credito. Una volta in strada però vado a sinistra invece che a destra.

Alla centrale mi guardano ancora tutti male da quando mi sono fatto sbattere fuori dalla Polizia. Faccio anticamera più del dovuto ma alla fine il capitano mi riceve e ascolta quello che ho da dire.
– Non credo di volerti aiutare, Raymond. E non penso nemmeno di doverlo fare.
– No? Hai un grosso debito con me, Joe.
– Sì. Ma tu ormai non sei più uno sbirro, e io posso strapparti la licenza in qualunque momento.
– Scommetto che non lo farai.
Il capitano sospira e si alza, facendo esultare le molle della sedia.
“Non toccare niente. Soprattutto il cassetto in basso dello schedario. Io vado a prendere un caffè. E non voglio trovarti quando torno”.
Sorrido e penso che Joe era il mio migliore amico. Non credo mi abbia davvero perdonato di averlo lasciato solo, forse avrei dovuto fare come lui e girarmi dall’altra parte. Ma fare finta che nel corpo fossero tutti santi era al di sopra del mio proverbiale stomaco forte. Quando è scoppiato quel casino delle due ragazzine ubriache alla guida, violentate dalla pattuglia che le aveva fermate, ho detto basta.
Trovo il fascicolo della madre del ragazzo e per poco non mi prende un accidente.

Impiego mezz’ora per arrivare all’indirizzo che ho scarabocchiato sulla scatola dei fiammiferi e almeno un’altra mezz’ora per trovare il coraggio per entrare nel locale.
“Il Demis’. Di tutti gli inferni sulla Terra, proprio al Demis’ doveva finire”, borbotto cercando di pensare a un piano. Il locale è il regno dell’Orco di Coney Island: Demis Fontana. Cerco di non dare nell’occhio ma mentre lo penso, mi sento sollevare come se non avessi più peso. Mi portano nel vicolo sul retro e mi rifilano un solo pugno che però fa davvero male, come il no della tua prima cotta a scuola.
“Cosa vuoi?”
La voce è un sussurro, come se mi stessero parlando da dietro un muro molto spesso. Le mani che mi tengono sollevato sembrano fatte di pietra e il tizio a cui sono attaccate è più brutto dei gargoyle che sono scolpiti sulla facciata della chiesa di St. Francis. Un golem al servizio di un orco: devo essere inciampato in una favola.
“Devo parlare con Nina”.
“Risposta sbagliata”.
Il colpo arriva come il diretto delle dieci da Detroit e davanti agli occhi compaiono tante macchie di luce.
“Non ho tempo da perdere. Che cosa vuoi?”
Devo raccogliere un bel po’ di forze per non vomitare e rantolo la stessa risposta. Sento il naso che fa un brutto rumore e il sapore di ferro mi cola in bocca.
La cosa più saggia da fare sarebbe chiedere umilmente scusa e ritirarmi. Invece faccio scattare la testa e colpisco alla cieca. Sento uno sbuffo come quando sviti il tappo di un barattolo. La presa si allenta e tiro fuori la pistola sentendomi di nuovo protetto. Poi però sento lo scatto dell’otturatore che si arma alle mie spalle e mi arrendo all’evidenza di essere nella merda.
“Getta l’arma”.
Demis Fontana in persona. Vederlo dal vivo invece che sulle foto di cronaca nera fa ancora più paura e capisco perché lo chiamano l’Orco di Coney Island. È un ometto tozzo con la testa che sembra incollata alle spalle, come se non avesse bisogno del collo. Le mani sono talmente grandi che potrebbero accogliere una serata danzante con orchestra e tavolini. Gli occhi piccoli e feroci sono bui come una strada d’inverno.
“Cosa posso fare per lei?”
“L’ho già detto a Greta Garbo, qui”.
Che trattandosi di un golem, è un complimento; ma non gli deve piacere il tono, perché e mi assesta un diretto ai reni.
“Harry, basta così”.
Il gorilla si fa piccolo piccolo. Eppure Demis è solo la metà di lui.
“Portalo in ufficio senza strapazzarlo troppo, e non fare sgocciolare il sangue. Quella merda non si leva dai tappeti”.
Mi ritrovo seduto su una poltrona scomoda con un bicchiere in mano e una pezza bagnata nell’altra.
“Perché vuol parlare con Nina?”
“Perché dovrei dirglielo?”
Demis alza un sopracciglio. Si vede che sta valutando se uccidermi subito o darmi un’ennesima possibilità.
“Non sia stupido. Le mie buone giornate durano poco, soprattutto con chi risponde a domande con altre domande.”
“Sono un investigatore privato e mi hanno assunto per ritrovarla. Meglio?”
“Sì, meglio. Il problema è che anche io vorrei sapere dove è finita. Mi ha fregato un bel po’ di grano e si è data alla macchia.”
“Mi sembra impossibile che qualcuno riesca a farla passare per scemo.”
“Ho le mie debolezze. Ma non lo diciamo in giro.”
Il sorriso di Demis è come quello di una tagliola da caccia e non in senso figurato. Da giovane, quando non era nessuno, lo avevano pestato così tanto da rompergli tutti i denti e lui se li era fatti rimettere tutti di metallo. Nel buio, quelle poche volte che ride, scintilla.
“Facciamo così. Lei mi ritrova Nina e io la lascio vivere. Anzi, la pago”.
“Non posso seguire due casi”.
È un secondo, Demis salta da dietro la scrivania e mi atterra a piedi uniti sul petto – una palla di cannone umana.
“Io non ci metto niente a farti sfilare le ossa mentre sei ancora vivo. Dammi un’altra risposta che non mi piace e ti faccio provare l’esperienza. Ci siamo intesi?”
Ho talmente tanta paura che rispondo sì a tutto. Torno in strada e smetto di tremare solo quando rientro in ufficio.

“Sapevo che mi avrebbe aiutato”.
Per poco non me la faccio addosso. Non avevo notato il ragazzino seduto sul divano.
“Come sei entrato?”
“Ho trovato aperto”.
Controllo la porta. Non l’ho mai dimenticata aperta in vita mia.
“Ha trovato la mia mamma?”
“Senti, figliolo, la tua mamma è nei casini”.
“Lo so. Per quello mi ha lasciato da solo”.
“Sai mica se ha un parente dove possa essere andata?”
“Non abbiamo nessuno. La nostra famiglia è tutta al cimitero”.
Lo guardo asciugarsi un paio di lacrime. Ha solo otto anni. Dovrebbe preoccuparsi delle ginocchia sbucciate, non di reggere il peso del Mondo.
“Forse però zia Simo potrebbe sapere qualcosa”.
“Non hai appena detto che non hai nessun parente?”
“Non è proprio una zia. È un’amica che chiamo così perché lei e la mamma sono come sorelle”.
Provo a sedermi sul divano letto e a distendere le gambe. Sento una scossa elettrica che parte dalla punta dei piedi e arriva in un punto imprecisato del cervello, che si spegne.
Quando riprendo i sensi sono solo. Fuori la luce scarseggia ma il sole sembra non volersi arrendere.

L’appartamento della zia Simo è proprio sotto la sopraelevata. I muri tremano ogni quindici minuti e mi chiedo come si possa dormire in una casa che sembra una lavatrice. Zia Simo è una bella donna cui gli anni hanno dato più dispiaceri che gioie. Mi guarda da dietro la porta socchiusa e con la voce roca per le mille sigarette gracchia:
“E tu chi cazzo sei?”
Alzo le mani come se mi avesse minacciato con una pistola. Sono un uomo all’antica, non sono mai preparato alle donne belle e sboccate.
“Cerco Nina”.
“Qui non c’è”.
La porta prova a chiudersi ma ho in mezzo il piede. Zia Simo non va per il sottile e se non le chiedessi pietà probabilmente continuerebbe a sbattere l’uscio fino a frantumarmi tutte le ossa.
“Sei proprio uno stronzo tenace”.
“Senta, ne va della mia vita. Se sa dove posso trovare Nina, me lo dica. Se non per me, per suo nipote”.
Scacco matto. Gli occhi di Zia Simo annegano nelle lacrime.
“Lascia in pace quella povera creatura”.
“Lo faccio per lui. Oltre che per me”.
Zia Simo dà una passata di mano al pianto e torna a guardarmi come se valutasse il mio grado di serietà.
“Spero tu non mi stia prendendo per il culo”, sbotta. “Nina mi ha chiamato due giorni fa. Era sbronza e ha farfugliato qualcosa riguardo al fatto che ha vinto la lotteria. Ha detto anche che mi avrebbe spedito un bel po’ di soldi, ma ho i miei dubbi”.
“Quei soldi li ha fregati all’Orco di Coney Island”.
Zia Simo bestemmia il santo del giorno, chiude e riapre senza il catenaccio.
“Mi ha detto che sta qui. Ora sparisci”, ordina mentre mi allunga un pezzo di carta.

Quando arrivo all’indirizzo capisco perché Demis non abbia trovato Nina. Nascondersi in un cimitero è la cosa più geniale che si possa fare. Vago tra sorrisi eterni e fiori di plastica che sembrano appassiti lo stesso. Croci storte e lapidi corrose da pioggia e muschio. Cappelle di ricchi e loculi per poveracci. Poi un fulmine illumina il buio in cui galleggia il mio povero cervello.
“Non mi avresti mai creduto se ti avessi detto che sono morto anni fa”.
Mi volto e trovo il ragazzino sorridente come se la tomba che stiamo ammirando non fosse la sua.
“La mamma non si è più ripresa da quando me ne sono andato”.
Mi gratto la testa. Per sbaglio tocco uno dei lividi ricordo del giorno prima e barcollo.
“Mi hanno concesso di tornare, non volevo che le facessero del male. Dovevo solo convincere un’anima innocente a fare quello che avrei fatto io”.
Sto per obiettare sulla mia innocenza, ma mi fa cenno di seguirlo. Attraversiamo un cespuglio spinoso che mi graffia nelle poche parti sane rimaste. Mi trovo davanti una piccola rimessa, c’è una lucina dondolante che si intravede da una minuscola finestrella dal vetro mancante. Mi muovo il più silenziosamente possibile, la porta è solo socchiusa e riesco a intravedere una donna con i capelli biondi che piange rannicchiata, stringendo in mano un cappellino degli Yankees.
“Amore mio, gioia mia, mi dispiace”.
Davanti a lei c’è il ragazzino. Sembra quasi trasparente.
“Mamma, questo signore è venuto ad aiutarti”.
Nina si gira e sobbalza nel vedermi, non per la sorpresa ma più per il mio aspetto simile a un incidente senza superstiti.
“Buonasera, Nina. Credo sia meglio che ce ne andiamo da qui al più presto”.
“No, da qui non se ne va proprio nessuno”.
L’Orco e il suo gargoyle appaiono dal riquadro buio della porta.
“Ora questa sgualdrina mi ridà tutto quello che mi ha rubato, e poi pregherà per morire”.
Il Mondo si spegne all’improvviso. L’Orco e lo scagnozzo non sono più così cattivi. Davanti a loro c’è un figlio che vuole proteggere la mamma. È peggio dell’Angelo dell’Apocalisse, fiamme dagli occhi e voce da tuono; peccato sia solo scena. Demis ha paura e spara. La pallottola passa attraverso il niente di cui è fatto il ragazzino. Nina ha una rosa di sangue disegnata sul petto.
“Mamma!”
L’Orco e il Golem fuggono, e spero proprio di non vederli mai più.
Nina ha gli occhi chiusi e quando mi chino su di lei sussurra:
“È buffo. Quei soldi non li ho presi per me, li ho dati in beneficenza. Volevo fare qualcosa di buono”.
Le tengo la mano fino a che non la sento fredda. Sento il ragazzino che piange, piange, piange. Vorrei farlo anche io, avevo dimenticato quanto bruciasse trattenere le lacrime. Mi avvicino e cerco di consolarlo. È solo un bambino, Cristo santo. Scompare prima che possa mentirgli come fanno gli adulti.

Entro in un bar e chiedo il telefono. Faccio la soffiata anonima a Joe.
“Raymond, sei tu? Guarda che ti ho riconosciuto”.
Metto giù senza rispondere. Esco e mi perdo nell’alba che straccia il nero della notte. Le sirene continuano a cercare cuori da curare e la città torna a fregarsene di tutti noi.


Ad illustrare il racconto: nello snippet, l’ineffabile Alack Sinner di Sampayo e Muñoz; nella pagina, Come in – Tokyo, Japan di Giuseppe Milo (https://flic.kr/p/22bTTMt).