La dieta della biglia
I genitori avevano acconsentito: per la prima volta, dopo quattro anni di scuole elementari, poteva andare al compleanno di Gherardo.
Gherardo viveva in una casa bellissima in cima alla collina, come raccontava a ricreazione. La strada acciottolata saliva tra due morbidi prati verdi, l’erba tagliata a raso, una piscina coperta di qua, un campo da tennis di là, due bassotti nobili che annunciavano l’arrivo della scoppiettante Panda 4×4 di suo nonno. Già, perché i suoi genitori avevano acconsentito, dopo che li aveva pregati per settimane e aveva portato a casa un buono in matematica, ma mica ce lo avevano accompagnato. Avevano lasciato l’adempimento al nonno, che dall’orto era passato sul sedile senza allacciare la cintura. Gente con la puzza sotto al naso, li aveva sentiti brontolare, ma non era sicuro di aver capito cosa i suoi genitori intendessero.
Il compleanno si svolgeva in un grande salone con le vetrate che davano sul giardino con la piscina. Due tavoli lunghi erano imbanditi di focaccine, tramezzini, patatine, succhi e bottiglie di coca-cola, quelle della marca vera. La madre di Gherardo lo invitò a lavarsi le mani prima di unirsi ai compagni di scuola, lanciati su un grande divano intorno al festeggiato.
Lui aveva due cose nello zaino: il regalo per Gherardo (non sapeva neanche cosa fosse perché ci aveva pensato la mamma quando era passata al Discount) e il Game Boy grigio di suo fratello maggiore, con cui da poco aveva iniziato a giocare a Pokémon Giallo.
Gherardo era quello che a scuola aveva sempre i giochi più nuovi, prima di tutti e nelle edizioni più costose. Sul divano stava esibendo la versione Zaffiro che aveva ricevuto per il compleanno insieme al nuovo Game Boy, una scatoletta argentea che si apriva e chiudeva e sembrava arrivata dal futuro.
Cercò di farsi posto tra i compagni, ma erano già tutti ben accalcati intorno a Gherardo. Solo un bambino era disinteressato alla situazione, un bambino più piccolo, con pochissimi capelli in testa, che scoprì essere il cuginetto del festeggiato.
L’entusiasmo per Pokémon Zaffiro si esaurì in breve e i bambini si precipitarono fuori a giocare a calcio. Il pallone su di lui non aveva mai esercitato alcuna attrazione, perciò rimase all’interno, disorientato, con l’unica compagnia del cuginetto di Gherardo. Il piccolo bambino lo invitò a seguirlo nella stanza accanto.
Lui si tastò lo zaino, sentì la forma del Game Boy vecchio che non aveva avuto il coraggio di tirare fuori, guardò le acrobazie dei compagni con il pallone del Milan, poi decise di seguirlo.
Entrarono in quello che sembrava l’ufficio di lavoro del padre di Gherardo; una scrivania bianca accecante e senza un filo di polvere, una foto di famiglia su un lato, una penna stilografica svettante e un piatto di marmo con una stella a sei punte e ogni punta occupata da dieci biglie.
Il cuginetto si issò sulle scarpe e con la manina riuscì a raggruppare per miracolo le dieci biglie di un’estremità, poi si aiutò con l’altro palmo per raccoglierle tutte, e scappò fuori, sul retro, facendogli cenno di seguirlo.
Aveva poggiato le biglie a terra ed era corso a prendere dei sassolini bianchi dalla ghiaia del sentiero che costeggiava la casa: li aveva usati per creare una porta sul pavimento, per poi porgergli metà delle biglie e realizzare un primo tiro goffo, sparando la biglia in tutt’altra direzione.
Il bambino rise divertito e recuperò la biglia. Tirò anche lui, ma non fece gol. Tirò di nuovo il cuginetto, con impeto, e la biglia schizzò come in un flipper tra le conche di fiori. Il cuginetto rise di nuovo e fece ridere anche lui, tanto che al suo secondo tiro decise di improvvisare un’altra mossa: si chinò e spinse la biglia con un colpo di lingua. La biglia fece solo una decina di centimetri, restando lontana dalla porta di sassi, ma il cuginetto trovò la scena divertentissima.
In giardino, i compagni di scuola continuavano a giocare a calcio.
Quando toccò ancora a lui, si chinò di nuovo e di nuovo tirò fuori la lingua mentre il cuginetto lo esortava a proseguire. Sul più bello, però, la ricacciò dentro. Preparò invece la bocca a forma di cerchio: voleva soffiare la biglia il più lontano possibile. Mentre il cuginetto lo guardava curioso e in attesa, il gesto di inspirare l’aria lo tradì: risucchiò la biglia.
S’alzò di scatto con le mani al collo, emise due suoni terrificanti, sentì la biglia conficcarsi in mezzo alla gola, sentì sua madre che urlava per sgridarlo, il ceffone che gli avrebbe tirato suo padre, la punizione che avrebbe seguito – mai più compleanni e niente Game Boy per un mese -, sentì che sarebbe morto soffocato e che i suoi genitori si sarebbero arrabbiati anche per quello. Poi la biglia andò giù di colpo e lui si ritrovò in piedi a respirare ansimando, con il cuginetto che, prima impaurito poi ancora più diverto, gli ordinò di sputarla.
Ma non poteva sputarla.
La biglia era nel suo corpo.
La madre di Gherardo li richiamò all’interno. Erano le quattro e si poteva fare merenda. I bambini, sudati e con i pantaloni sporchi d’erba, assaltarono il tavolo. Con le mani unte di focaccia ripresero a giocare con i Game Boy.
Lui si massaggiò la pancia e deglutì. In bocca gli pareva di sentire il sapore del vetro, liscio e freddo, insieme a quello terroso della polvere che la biglia aveva raccolto rotolando sul pavimento. Passò in rassegna il salato esposto nei vassoi e si chiedeva che cosa sarebbe successo al suo stomaco se avesse provato a mangiare qualcosa.
In fondo al tavolo, adocchiò l’area delle bibite gassate. La coca-cola, quella vera, svettava come nelle pubblicità. Dal fondo, un vortice di bollicine risaliva fino alla sgargiante etichetta rossa.
Prese un bicchiere e se ne versò un po’. Se l’avvicinò alla bocca, e la superficie frizzante gli bagnò la punta del naso. La bevve tutta d’un fiato. Dapprima sentì pizzicore alla gola, poi un sapore netto, di plastica, di corrosione.
Doveva essere il sapore della biglia: quella biglia maledetta che il cuginetto aveva rubato dall’ufficio del padre di Gherardo, quella biglia con cui aveva giocato mentre i suoi compagni davano calci a un pallone, quella biglia fatta di vetro o di plastica o di un altro materiale non commestibile, che sapeva di niente, di sintetico, di giocattolo. Di tradimento.
Sentì un gorgogliare nello stomaco e si spaventò. Raggiunse la madre di Gherardo e le chiese di chiamare i suoi genitori, ché non si sentiva bene e voleva tornare a casa.
Lei rispose che non poteva andarsene prima del dolce e che, se non riusciva a integrarsi con gli altri bambini, poteva passare il tempo con il cuginetto, che stava lanciando le biglie in un angolo contro il battiscopa elegante. Quando la madre lo vide, corse verso la sua direzione gridando il valore inestimabile di quel pezzo unico di dama cinese. Recuperò le biglie sgridandolo, allora il cuginetto si voltò di scatto: indicò verso di lui, accusandolo di averle prese per primo.
Quando i suoi genitori vennero a prenderlo, aveva il volto stravolto dal pianto. La madre di Gherardo fece una partaccia alla sua, dicendo che era un bambino strano, asociale e maleducato, che non sapeva comportarsi, che aveva rovinato la festa e perso una biglia del set di dama cinese del marito. E, soprattutto, che avrebbero dovuto risarcire quel danno.
Dietro casa sua scorreva il fiume.
Dalla piccola terrazza della cucina si scendeva sulla terra bagnata e i sassi e per un buon tratto si poteva costeggiare un lato della strada principale del paese; il retro dell’osteria dove i lavapiatti in pausa buttavano i mozziconi delle sigarette, la finestrella con le inferriate della bottega che faceva i conti di notte, il muretto del parcheggio da cui tutti pisciavano, i bidoni addossati al muro di un condominio vecchio con gli abitanti che imprecavano contro la differenziata.
Era un giorno intero che non mangiava, le aveva prese da suo padre, le aveva prese da sua madre, il Game Boy era stato sequestrato e la sua bocca sapeva ora come di metallo, amaro e pungente, che arrivava fino dietro le orecchie.
La biglia girava ancora in segreto nel suo stomaco e non aveva idea di come tirarla fuori. Da un lato c’era la paura che qualcosa di terribile sarebbe accaduto al suo corpo, che la biglia si sarebbe ingrandita e avrebbe tappato qualche cavità vitale o che l’avrebbe fatto marcire dall’interno. Dall’altro, il danno da risarcire sarebbe gravato per il resto dell’anno su ogni cosa che avrebbe avuto voglia di fare, dall’andare al campetto dietro la Chiesa alla lettera per Babbo Natale, dove avrebbe voluto chiedere la scatola argentea con cui si poteva giocare all’ultima versione dei Pokémon.
Sul fiume, tra i sassi, luccicava una lamiera abbandonata da qualche vecchio che andava ancora a pescare. Brillava, metallica come la console argentea di Gherardo, metallica come il gusto che aveva in bocca.
D’improvviso gli venne in mente che nello zaino c’era ancora il regalo di compleanno di Gherardo. Nel panico di quel pomeriggio non glielo aveva mai consegnato. Ci pensò un attimo, poi decise che poteva aprirlo: notò che la carta era stropicciata, che era la stessa carta con cui avevano incartato il suo di regali di compleanno.
All’interno c’era una tazza trasparente con lo scudetto dell’Inter: ci guardò dentro ma gli venne solo in mente che a casa sua non c’era mai la coca-cola vera e che, dopo quello che era successo, non gli avrebbero mai comprato neanche quella.
La lamiera tornò ad attirare la sua attenzione. Si avvicinò ai rifiuti e con un po’ di forza la estrasse. Era tagliente e lucida. Si tirò su la maglietta. Passò il dito intorno all’ombelico. La bocca sapeva ancora di biglia.
Immagine generata con MidJourney