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L’ultima cena

Autore
Nicole Trevisan
Ciclo #21 - Spaghetti senza senso
Narrativa generale
6 Febbraio 2025

Quando richiudevano la porta della sala da pranzo alle sue spalle, il rumore era terribile. I cardini faticavano a reggere il peso delle ante, che svettavano fino al soffitto, almeno tre metri più alto della sua testa, e Manuel Luis era tutt’altro che un uomo minuto. Prima o poi cadranno, pensava, si schianteranno sul tavolo e di noi tutti non resterà che una poltiglia di sangue, carni arrostite e frutta tropicale.
Sedeva alla sinistra del Generale, non abbastanza vicino da sfiorarne il gomito, malgrado le abitudini poco composte a tavola, ma tanto da intuire la composizione del suo fiato, dividendo tra percentuali alcoliche, dolci, piccanti, scindendo gli alimenti cotti da quelli crudi, marinati, annacquati in olio; riusciva persino a capire se aveva fatto visita a Raimonda, di cui conosceva l’intimità per mezzo del respiro del marito. In quel caso non riusciva a trattenere un doppio colpo di tosse, scacciando dal naso la fitta femminile ormai penetrata fino al cervello, il che produceva un istantaneo fastidio nel Generale, sottolineato con un grugnito tra palato e adenoidi. Manuel Luis si scusava e si affrettava a giustificare la sua presenza e il suo stipendio: infilava i guanti di cotone, prendeva il piatto del Generale e lo traslava davanti a sé. Con forchetta e coltello staccava brandelli di cibo e li portava alla bocca, rimuginando per il tempo necessario alla degustazione. Non masticava, non subito: suggeva sulla lingua i liquidi e i succhi, li analizzava sfregandoli contro le rughe palatali e solo dopo faceva scivolare il boccone tra i molari sul lato destro – prima – e sinistro – dopo – frantumando la consistenza di fibre, alveoli e tessiture proteiche. L’attesa spazientiva l’Eccellentissimo, che gorgogliava dal ventre placcato in fasce e mostrine. Quando infine deglutiva, Manuel Luis aspettava di bere un sorso d’acqua, sbatteva le palpebre e, se anche dalla messa a fuoco del campo visivo era tutto regolare, dichiarava.
«Buon appetito, Sua Eccellenza».
E quello si chinava sul piatto, che gli era stato restituito dalle medesime mani guantate di bianco, e ne aggrediva il contenuto con le posate, come si conviene a un uomo di forza e carattere e immenso appetito quale lui era. Il suono delle sue fauci che si chiudeva su ogni boccone, a malapena masticando, ingollando e raschiando, copriva quello della musica in costante diffusione in ogni sala del palazzo. Al Generale piaceva che ogni ambiente riflettesse la sua magnificenza e non c’era niente di più adatto di Rachmaninov – ma talvolta si concedeva anche Prokofiev o Dvorak – per celebrarla. Era accaduto che la signora Raimonda sostituisse il disco con una sonata di Chopin e Manuel Luis ricordava ancora le alte grida dei coniugi e infine il Generale uscire paonazzo con indosso mutande e maglietta della salute, brandendo il vinile spezzato, un’ostia sconsacrata che aveva fatto volare dalla finestra, conficcandone le due parti nella siepe di rosa canina.
«Non ammetto concerti di depravati in casa mia».
Aveva tuonato così forte che Manuel Luis, temendo il peggio, era uscito dalla sua stanza, anche lui mezzo svestito, e anziché assistere all’atteso colpo di Stato, aveva dovuto sopportare quella scena, le finestre che sbattevano nel corridoio e i singhiozzi della dolce Raimonda.

Quando era accaduto, pianificava di andarsene già da qualche settimana.

Per quasi dieci anni aveva assistito il Generale, provando ogni genere di prelibatezza. Aveva viaggiato con lui, accomodato in una delle auto che chiudevano i cortei nelle capitali alleate, schiacciato sul retro di un mezzo militare quando la visita era meno piacevole. Il privilegio della vicinanza a Sua Eccellenza era qualcosa per cui altri avrebbero ammazzato, che fosse per sorseggiare cacao amaro da una delle fontane del soggiorno o per attentare alla sua vita e porre fine al regime. Nessuno, tuttavia, aveva le capacità di Manuel Luis – non che fosse nato col desiderio di diventare un assaggiatore, era capitato, era stata una congiuntura di situazioni: la prima era la finezza della sua sensibilità gustativa, evidente sin dall’infanzia, quando criticava l’eccesso di spezie nelle zuppe materne in cambio di qualche schiaffone; c’era poi la sua curiosità per i sapori anomali, bucce, noccioli e fiori, che gli aveva procurato un paio di lavande gastriche; infine, la salda e del tutto platonica amicizia col Maresciallo Gustavo Horta, uomo di fiducia di Sua Eccellenza, che aveva giudicato opportuna la candidatura di Manuel Luis come assaggiatore, essendo disoccupato e ridotto a nutrirsi di bucce, steli e germogli.
Era grato dell’impiego, avrebbe ricevuto uno stipendio con cui mantenere la sua famiglia e ogni comodità, un letto con coperte e cuscini, vestiti dignitosi – avrebbe potuto fumare sigari con Gustavo, persino viaggiare. Non intendeva perdere quel lavoro e, per dimostrarsi più abile di qualsiasi altro assaggiatore proposto dal Consiglio, Manuel Luis mischiava micro dosi di veleno con i più comuni alimenti, allenando il palato al freddo amaro dell’arsenico, al palpito del cianuro e all’indolenza degli alcaloidi, provando a estrarre lui stesso dalle piante le essenze mortali e assaggiandole crude, bollite, arrostite, in polvere. La sua stanza era affollata di vasi di elleboro, stramonio, agrifoglio, vischio, tasso, oleandro; persino i mughetti erano stati espiantati dal giardino di Sua Eccellenza in quanto mortali.
«Manuel, non starai esagerando?»
La signora Raimonda, scesa sul vialetto con la voce offuscata dalla veletta, si era preoccupata per gli ansimi che lo scuotevano, curvo sull’aiuola.
«Niente di cui preoccuparsi, mia signora, sto mantenendo il dosaggio minimo».
«Stai ansimando».
«È la convallotossina nei pistilli».
Poco dopo l’aveva sentito vomitare in un innocuo cespuglio di rosmarino.

La sua ascesa come principale e infine unico assaggiatore dello Stato aveva richiesto dei sacrifici: aveva subito dei ricoveri, per settimane aveva dovuto sospendere il servizio e alimentarsi tramite sondino, ma aveva imparato a riconoscere ogni sfumatura di morte nei piatti di Sua Eccellenza. Era diventato fondamentale, l’uomo alla sua sinistra – dove alla destra c’era stato Gustavo, fino alla tragica pallottola vagante che l’aveva colpito alla tempia. Da allora le cose erano cambiate, il carattere ombroso e riottoso del Generale era peggiorato, si diceva che il Consiglio mormorasse complotti e i malesseri dello Stato erano filtrati oltre le mura del palazzo. Manuel Luis aveva deciso di andarsene, prima che qualcuno riuscisse a sfondarle, portandogli via tutto quello che si era guadagnato in un decennio, tra insalate di arsenico e semi di aconito.
Poteva entrare e uscire a piacere, spesso si serviva delle porte principali, e aveva valutato di inscenare un rapimento: si sarebbe recato da qualche parte in città e, semplicemente, non avrebbe più fatto ritorno. Avrebbe fatto trovare l’auto svuotata e priva di pneumatici in un vicolo malfamato e la rivendita di certi doni ricevuti dalla Signora Raimonda gli avrebbe assicurato di campare in salute e semi povertà per il resto dei suoi giorni. Si sarebbe spinto a nord, fino a un qualsiasi piccolo villaggio di pescatori, e con la barba lunga, abiti dimessi e un gatto tra i piedi nessuno l’avrebbe mai riconosciuto. Intorno, solo il silenzio e le onde, nei giorni in cui il mare era in tempesta.
Il primo tentativo di andarsene – aveva le tasche piene, un triplo strato di biancheria addosso, un cappotto ben allacciato sotto a uno più ampio – era sfumato quando una grossa falena nera si era posata in cima alla porta della sua stanza. Non se ne sarebbe accorto se la domestica non avesse urlato, procedendo ad abbattere l’animale con un battipanni.
«Signor Manuel Luis, Dio e Sua Eccellenza la benedicano!», gridava tra un colpo e l’altro. La falena non voleva morire, si dibatteva con le grandi ali, mostrando una resistenza rara per un insetto. Altro chiaro segno di sventura, che l’aveva spinto a rimandare la fuga.
La seconda volta si era premurato di far visita in chiesa, prima di avviarsi al vicolo prescelto e attuare il proprio piano. Dopo aver composto il segno della croce, era uscito e scendendo i gradini verso l’auto, si era accorto che questa era scomparsa. Era stata scassinata e messa in moto nel giro di una decina di minuti. Nessuno dei passanti sapeva nulla e Manuel Luis, sudato sotto al suo cappello di paglia e ai suoi innumerevoli strati di vestiti, aveva dovuto far ritorno a palazzo a piedi, dov’era stramazzato per la fatica, ma solo per una ventina di minuti: mancava poco alla cena ed era suo compito rendersi presentabile.
Il terzo tentativo di abbandonare Sua Eccellenza si era esaurito prima ancora di indossare l’ultimo strato di vestiti. Cercava, trattenendo il respiro, di abbottonare il panciotto sopra alle due camicie che aveva indossato e quando ci era riuscito, paonazzo e ansimante, si era affacciato alla finestra che dava su un vicolo laterale dell’edificio governativo. Sperava di ingollare aria pulita e insieme il coraggio di andarsene per sempre – questa volta aveva scelto una bicicletta, certo di essere rapinato anche di quella – ma gli schiamazzi e le urla che salivano dal basso l’avevano distratto dalla ricerca di ossigeno e concentrazione. Il tonfo dei manganelli, lo schianto degli scudi e dei caschi sulle tenere ossa dei civili avevano spinto Manuel Luis a indietreggiare, rifugiandosi dietro alle imposte di legno.
«Cosa ci fa qui al buio?»
La signora Raimonda l’aveva sorpreso aggrappato alla maniglia, sconvolto. I piccoli passi appuntiti graffiavano il legno del pavimento, annullandosi sopra allo spesso tappeto al centro della stanza.
«Stavo riflettendo Suasignoria».
La sua voce si era scomposta in una tenue preoccupazione, in una carezza di guanto, limitata alle punte delle dita.
«Lei corrode l’anima e il corpo per mio marito, Manuel Luis. Cerchi di volersi bene».
«Signora…»
Aveva cercato di ammonire l’inopportunità del suo gesto, scostando il viso e dunque la delicata mano della donna, che si era serrata a vuoto, stridendo nel pizzo a un soffio dalla sua guancia ispida.
«Si trascura, lo vedo. Cerchi di trovare il tempo per sé e per le proprie passioni».
Il suo tono, altrimenti orgoglioso e accurato sulle sue labbra, si era spento e lei si era allontanata. Prima di imboccare il ritaglio della porta, tuttavia, gli aveva ricordato gli impegni per quella sera stessa:
«Attendiamo il Console e la sua famiglia per cena. Inizieremo con un aperitivo, ci vediamo al piano nobile tra un’ora».
Manuel Luis si era spogliato, lavato, rasato e aveva indossato il suo vestito migliore. Anche la signora Raimonda, che non perdeva occasione di aggrovigliare le dita alla sua collana di pelle, sgranandole.
Non era riuscito a trattenere i due colpi di tosse.

Al mattino successivo, non si era svegliato all’orario consueto. Quando aveva capito che era giorno fatto, aveva già smaltito i liquori di troppo del dopocena – intatti, come pure le pietanze servite – era intrecciato alle lenzuola, seminudo, e per qualche ragione la collana della signora Raimonda era sul pavimento: l’aveva calpestata al primo, incerto passo fuori dal letto, ma non ricordava di avergliela sfilata né che lei fosse stata lì. Manuel Luis l’aveva raccolta e la stringeva nel pugno, quando, rivestitosi in un silenzio pieno e distorto, notando l’assenza di Rachmaninov con inatteso piacere, aveva scoperto la porta chiusa a chiave. Aveva cercato la sua copia in uno degli innumerevoli cassetti affollati di semi e petali di piante, campioni di veleni sintetici e droghe, l’aveva trovata ed era emerso dalla sua stanza. Il piede, sotto la suola in vera pelle, si era fermato sopra una lunga scia bagnata.
Il corpo della signora Raimonda era sparpagliato sul velluto del corridoio. Doveva averne forzato il sonno e la permanenza nella sua camera, nella speranza di salvarlo. Manuel Luis aveva alzato le mani prima di sentire lo scatto del fucile tra le scapole.
«Sono solo un assaggiatore. Ho tentato più volte di fuggire e sono stato trattenuto contro il mio volere».
La faccia dietro al suo collo era rimasta in silenzio. Avrebbe dovuto risultare più convincente, impegnarsi di più, ma se c’era una qualità che non mancava a Manuel Luis era l’abnegazione.

Si era spesso interrogato sul sapore del suo primo pasto da uomo libero. Immaginava la crosta polverosa del pane, insipida per ristrettezze di mezzi. La polpa fradicia di una pesca troppo matura, quella rigida del ventre di piccione. Nessuna paura di masticare una foglia d’insalata e riconoscere nella nervatura il grano pallido e amaro di un alcaloide, di deglutire e temere la risalita dei succhi gastrici, un’impennata della pressione venosa fino al rigetto: nessun estremo tentativo del corpo di espellere la morte, mentre Sua Eccellenza assisteva, lieto che anni di investimenti su un assaggiatore trovassero giustificazione. Il Generale era morto prima che accadesse, vinto dalla congiura nel sonno, risparmiando i suoi pasti e con essi Manuel Luis.
«Buon appetito».
La guardia gli aveva consegnato una ciotola ammaccata dal contenuto confuso e freddo. Seduto a terra in una cella che divideva con criminali comuni, giudicato ininfluente e pertanto innocuo dopo aver allungato la collana della signora Raimonda al sovversivo direttore della prigione, Manuel Luis rimestava la sua cena con un cucchiaio. Rideva, curvo nella sua camicia a brandelli, gonfio delle botte che nessuna perla aveva potuto evitare. Aveva assaggiato, tossito, sputato. Sorriso: per la prima volta in vita sua, non capiva cosa stesse per mangiare.