Pan di stelle
A mio fratello
«Pronto, Centro Operativo della NASA?», Edoardo ansimava. «So dov’è».
Siccome la comunicazione avveniva in lingue diverse, avevano chiesto che scandisse meglio; poi avevano cominciato a ridere. Secondo loro, tra tutte le telefonate di quei tre giorni, questa era la più buffa e la meno plausibile. Gli avevano attaccato in faccia.
Lui, per sicurezza, aveva accostato la porta. Ma, essendo difettosa, si apriva da sola. Uno spiraglio di luce l’aveva preso alle spalle e si era girato di scatto. Era riuscito a sigillarla con il manico di una scopa. Poi aveva chiesto a ChatGPT: Cosa fare se trovo la Luna nel mio bagno?
«Questa frase è molto interessante: analizziamo bene cosa intend—».
«La Luna è nel mio bagno, ecco cosa intendo».
«Stai parlando di un riflesso, un’allucinazione o la tua è una frase scherzosa. La Luna (quella vera) misura 3.474 km di diametro e non può entrare nel—».
«Mi dai del pazzo?»
«Assolutamente no, sto solo dicendo che è impossibile che la Luna (quella vera) sia dentro il tuo bagno».
«Però c’è, e in cielo no».
«Ti trovi davanti a una situazione decisamente surreale, ai limiti della fantascienza: dato che la Luna è un corpo celeste, non può fisicamente trovarsi nel tuo bagno».
Dopo un lungo viaggio in aereo, era troppo stanco e per niente pronto ad affrontare una discussione con ChatGPT. Per non parlare dei disagi delle compagnie low cost, il taxi, la ricerca delle chiavi che non usava da tre giorni e che erano finite disperse nella valigia, tra una mutanda e una maglia pesante. Le mille chiamate e visite che aveva dovuto fare in settantadue ore, le ferie prese all’ultimo minuto. Nella concitazione di quei giorni, si era perfino dimenticato di portare la giacca a vento. Il clima cui era abituato non la rendeva un pensiero immediato; così, una volta che si era trovato in mezzo a quel vento gelido e straniero aveva dovuto comprarne una, che poi aveva abbandonato nella stanza dell’hotel, ché in valigia non ci stava.
«Ma guarda tu che cazzo di situazione».
Aveva usato la valigia come ulteriore ostacolo all’apertura della porta del bagno. Poi aveva dormito, profondamente, ma senza fare sogni. O facendo sogni che al mattino non ricordava più.
Di giorno, l’assenza non causava un disturbo eccessivo. Fino al tramonto la città andava avanti al proprio ritmo fisiologico. Le notizie sulla sparizione della Luna passavano al TG tra una guerra in un paese in via di sviluppo e il crollo delle borse.
«Come è entrata uscirà», si ripeteva. «Sicuramente dalla finestra che ho lasciato aperta dopo la doccia». Edoardo teneva la finestra aperta, di solito, giusto il tempo di mandar via l’umidità. Rovina l’intonaco, gli aveva insegnato suo fratello. Solo quel giorno non l’aveva fatto, e guarda tu in che situazione diabolica si era andato ad infilare.
Per tre giorni, Edoardo non si era avvicinato al bagno e aveva usato quello degli ospiti. Aveva lasciato lì anche la valigia piena di panni da lavare, pur di non muovere la porta. Aveva anche comprato un nuovo set da barba, spazzolino e dentifricio e quelli vecchi li aveva lasciati dentro a marcire. Al quarto giorno, complice anche la puzza che proveniva da dentro la valigia, aveva chiesto a ChatGPT: «Fa’ finta che sia possibile che io abbia la vera Luna nel bagno: come faccio?» e dopo un intenso scambio di battute, il bot se ne era uscito dicendo: «Hai provato a toccarla?»
Appena tolto il bastone la porta si era mossa verso di lui cigolando, e lui era arretrato di mezzo passo. Teneva il manico della scopa come fosse un’arma di offesa e l’aveva usato per dare un piccolo colpetto alla superficie, per vedere cosa sarebbe successo; ma questa non si era mossa.
Allora aveva provato ad avvicinarsi lui e sfiorarla: è ruvida e polverosa, aveva scritto a ChatGPT.
«Forse è disidratata: hai provato a darle dell’acqua?»
Edoardo era sceso in cucina, aveva cercato e trovato un‘insalatiera – non aveva ciotole di animali domestici da riciclare, e dopo la morte dei genitori aveva dato via perfino il pappagallo. L’aveva riempita d’acqua fredda, immaginando quali potessero essere le condizioni presenti nello spazio. Era tornato su di corsa e l’aveva posata sull’uscio del bagno.
«Se l’è risucchiata tutta».
«Quindi aveva sete, ottimo lavoro».
«Boh, immagino di sì. Pensavo anche: che le do da mangiare?»
«Un piatto fumante di code di cometa».
«Dove cazzo la trovo io la coda di una cometa, dimmi una cosa che sia fattibile».
«Hai ragione. Allora ti direi Pan di stelle».
«Sei un deficiente».
«Mi scuso se la mia risposta ti ha frustrato, il mio unico obiettivo è essere un assistente affidabile».
«Non lo sei».
«Mi dispiace, capisco la tua frustrazione».
«Sei tu quello frustrato. Io sto cercando di curare la Luna».
«Hai rag—».
«Stai zitto».
«…»
Stavano lì, abbandonati da quando era venuto a trovarlo suo fratello sei mesi prima. Sin da piccolo, Tommaso non mangiava altro per colazione. Ne aveva versati una decina in una scodella ed era corso su di nuovo.
La Luna aveva divorato anche questi, sbriciolandoli e formando una scia di polvere dolce attorno alla propria circonferenza.
«Ne vuoi ancora?»
Nessuna risposta.
«Un po’ di latte, magari?»
«Le servirà un cuscino, qualcosa di caldo?»
«Sicuramente! La luna non è proprio fatta apposta per stare su superfici dure…»
«E che le do?»
«Forse dovremmo puntare su qualcosa di morbido e spaziale».
«Stronzo io che chiedo a te».
Edoardo aveva chiuso con forza lo schermo del pc e si era allontanato. Era sceso giù al rustico, dove stavano ancora le cose di suo fratello. Aveva cercato in uno stanzino buio. La Luna e la sua luce gli sarebbero servite per trovare le cose che stava cercando.
Ne era uscito dieci minuti dopo con un piumino impolverato, che aveva portato su per tre piani di scale: ecco qui, aveva detto. Così puoi dormire comoda. E poi l’aveva guardata adagiarsi lentamente. Si era girata su sé stessa e poi accucciata.
«Pare che stia dormendo. Ma la Luna dorme?»
«La Luna che dorme… è un pensiero dolce e mist—»
«Sii conciso, plz».
«Sì, la Luna dorme… o meglio, è in un momento di quiete».
Si era reso conto di aver lasciato per la prima volta la porta del bagno aperta. Lo aveva percorso un brivido.
«Non sembra pericolosa, dici che la richiudo dentro?»
«Se la Luna dorme tranquilla, probabilmente non c’è niente di cui preoccuparsi! Però, se vuoi davvero assicurarti che non faccia disastri, meglio chiudere. Potrebbe svegliarsi di colpo e decidere di fare un giro, e chi sa dove potrebbe finire!»
«Ma perché chiedo a te… No, vabbè, mi fido».
«Come vuoi».
La mattina di Edoardo aveva lo stesso odore da quasi cinque anni. Soffriggeva un paio di uova e vi accostava una o due fette sottili di pancetta abbrustolita. Dormiva poco e male, ormai. L’assenza protratta della Luna nel cielo iniziava a confondere e sbiadire il confine tra il giorno e la notte. Anche se in apparenza più netto, infatti – giacché si passava da un buio pesto e catramato a una luce fortissima e chiara – il Mondo intero aveva cominciato a fare fatica a prendere sonno, e così anche Edoardo. Si vedeva in giro gente che dormiva in pieno giorno sui marciapiedi o altri che bevevano un cappuccino alle sette di sera. I bar aprivano tutti a orari casuali, e perfino i semafori andavano a caso, risultando in un aumento del tasso di incidenti.
Si era messo a consumare la colazione proprio di fronte al bagno, seduto a gambe incrociate. Masticava e parlava, indicando le uova: «Queste mi ha insegnato mio fratello a farle così, quando è tornato dal suo primo viaggio a Londra: diceva che in Inghilterra le facevano strapazzate e poi ci mettevano pure i fagioli di fianco». Aveva messo davanti alla Luna una ciotola piena di latte e una scodella con i Pan di Stelle e questa aveva divorato tutto. «Le vuoi assaggiare?»
Lei non aveva rifiutato e lui, tutto compiaciuto, aveva sorriso.
«Buone, vero? Te ne faccio un piatto se ti sei rotta di mangiare i biscotti… Anche perché mi sa che sono finiti e devo uscire a comprarli: io non ne mangio, li avevo presi per Tommy». E aveva riso. «Sai, lui con le uova ci metteva anche il Ketchup, ma non so se a te piace… No, ma poi è un casino, metti che ti sporchi, come ti pulisco … Lasciamo stare. Aspetta», aveva posato il piatto alla sua destra e si era sgrullato le mani dalle briciole, «Te le faccio, ma ho un’idea: perché non vieni a mangiarle qui fuori?» Si era guardato intorno e aveva concluso: «Ma non passerai mai dalla porta. Dovrei avere ancora giù gli attrezzi di Tommy, li prendo e ti faccio uscire».
Sarebbe stato, di nuovo, molto più semplice trovare tutto con l’assistenza dalla luce della Luna, ma Edoardo era riuscito comunque nell’impresa e si era messo a smontare lo stipite della porta.
«Ecco fatto, vieni fuori adesso», la chiamava a sé con le mani. La Luna si era mossa lentamente, varcando la soglia d’ingresso del bagno. Edoardo le aveva porto un boccone di uova dalla sua mano e questa l’aveva mangiato con gentilezza, non come prima con i biscotti o l’acqua.
«Brava, bella… O bello, non so». Gli passava la mano sulla superficie, che ora sembrava molto meno arida. Le aveva fatto fare il giro della casa. «Lui è Tommy. Abbiamo vissuto in questa casa da dopo la morte dei nostri e poi lui è andato a Londra per lavoro… Però ci sentivamo sempre, era come se fosse qui».
E la Luna ascoltava, o pareva farlo, con molta attenzione. Ebbero modo di trovare le cose che si erano perse nel tempo e nella confusione, in quel piccolo scantinato. Il costume da pirata che Edoardo aveva messo a un carnevale, e quello da astronauta di Tommaso.
Aveva anche chiuso la finestra del bagno per tenerla calda durante la notte, ora che veniva l’inverno. Sull’insalatiera dei biscotti aveva scritto “Luna” con un pennarello acrilico trovato in cantina. Avevano dormito insieme sotto una coperta bianca, che si confondeva in parte con la pelle di lei. Sebbene lei preferisse dormire sul suo piumino in bagno, dopo qualche notte era uscita per sdraiarsi sotto le coperte con Edoardo, sistemandosi tra le sue gambe.
Lui le faceva spazio, e presto quella si trasformò in una piacevole routine.
Il TG cominciava a orari ormai casuali; dopo oltre un mese di assenza della Luna, i ritmi naturali degli uomini erano completamente rivoluzionati. Il titolo di apertura dell’edizione delle dieci e ventitré riportava: Stormo di uccelli dentro Termini: si contano le vittime, e a seguire, Crollo nel mercato ittico: RIOMARE e Nostromo annunciano bancarotta, per poi continuare con Boom di disdette per le “Lune di miele” colpisce il settore del turismo.
«Credi sia colpa mia, cioè della Luna? Del fatto che sia qui con me?»
Nel mondo i porti erano asciutti, c’erano più terremoti e il tempo strisciava strabico – tutto questo solo perché lui, per non far tardi all’aeroporto, aveva lasciato mesi prima la finestra del bagno aperta. «Dipende da cosa intendi: “colpa mia” in che senso? Se parli di qualcosa che stai vivendo – un’emozione, un evento, un cambiamento – e ti chiedi se la “colpa” sia tua o della Luna (come presenza simbolica o reale), sembra quasi che tu stia parlando di un legame tra te e qualcosa di più grande, di natu—».
«Coglione, i disastri che avvengono nel Mondo (vedi link), sono imputabili all’assenza della luna?»
Si era chiesto cosa Tommaso avrebbe pensato di lui.
Sto pensando… «Sì, i disastri che avvengono nel Mondo sono imputabili all’assenza della Luna».
«Dovrei lasciarla andare?»
«Se sei in possesso della Luna, allora sì: dovresti proprio rimetterla in cie—”
«Sta’ zitto».
«…»
Era entrato in bagno, la Luna dormiva. Aveva riaperto la finestra e l’aveva svegliata con due uova nella sua insalatiera. Lei le aveva mangiate piano e, facendo attenzione a non urtarlo, era scivolata fuori. Il cielo aveva subito ripreso un orientamento, il mare bagnato le coste, e i lupi avevano riavuto qualcuno cui rivolgere le proprie preghiere, così come gli innamorati. Intanto, lui piangeva e quelle lacrime finivano rapite dalla gravità della Luna, formandole attorno una corona lucida.
Guardandola salire, Edoardo non aveva potuto fare a meno di pensare a quanto somigliasse a quella che splendeva la sera in cui aveva saputo che suo fratello era morto. Per dirgli addio aveva preso il primo aereo, in fretta e furia, proprio poco prima che la luna si rintanasse in casa sua.
Durante il volo, gli era parso quasi di poterla toccare.
A illustrare, immagine pescata da Facebook senza il nome dell’autore – se lo sapete, segnalatecelo!