Ricorrente
Traduzione dallo spagnolo di Gino Tramontana
Ho un sogno ricorrente. Un sogno di merda che non mi lascia dormire.
Potrei sognare mari azzurri e cieli limpidi, concerti pieni di luce, orge interminabili o banchetti esotici, e invece ricado sempre in quello stupido sogno. Mi sveglio tutta sudata e un blocco di ghiaccio mi perfora l’addome. Il ghiaccio sale su, lungo le vie respiratorie. Soffoco.
Ma non sogno il ghiaccio e il congelamento. Questa è solo la sensazione che provo al risveglio.
Il sogno è un altro. Può avere inizio in un qualunque contesto ma la fine è la stessa. Sto camminando per strada o in cima a un grattacielo o sto guidando un fuoristrada oppure mi trovo alla presentazione di un libro e, in qualche modo, involontariamente, in forma del tutto accidentale e casuale, finisco per ammazzare qualcuno.
La cosa peggiore è quando scopro che la persona – un bambino appena nato che profuma di colonia, una donna fragile e angelica, un esile anziano con una sigaretta tra i denti o un uomo forte e bello – giace a terra senza la minima traccia di vita.
La paura sale attraverso il mio corpo e a metà strada diventa il blocco di ghiaccio che mi deforma l’addome.
Talvolta, nel sogno, la polizia irrompe sulla scena. Riempiono tutto di numeri, sagome di gesso e nastri gialli.
Vedo il corpo del defunto al centro dell’attenzione di investigatori e curiosi. Vedo me stessa con la testa sepolta tra le mani accovacciata davanti al corpo senza vita.
Vedo loro parlare del probabile assassino e delle presunte circostanze della morte come se io non fossi lì con la testa tra le mani gridando: sono stata io, l’ho ucciso io!
Raccolgono i nastri gialli, i numeri, il corpo e vanno a fare le loro indagini. Continuo ad accovacciarmi, invisibile. Assolta da ogni colpa. Con il blocco di ghiaccio che congela ogni millimetro. Con il dolore di dover vivere la morte di qualcuno che è morto per mano mia.
A volte nel sogno, come un déjà vu, so già cosa accadrà, cosa proverò.
A volte il blocco di ghiaccio si fa sempre più intenso e non riesco a respirare. Soffoco.
A volte, nella realtà, sbatto la testa contro le mani e maledico questo sogno idiota al quale non attribuisco altro significato se non quello di un’atroce paura nei confronti della morte. O della vita. Ogni notte parlo con Dio, a tu per tu. Come la migliore tra le figlie. Gli rendo grazie per educarmi attraverso la sofferenza. Per il suo non essere pio. Per rendermi forte. E alla fine gli chiedo solo una cosa: che allontani il sogno da me. Ma Dio mi ignora. Vuole insegnarmi qualcosa, suppongo, e il cammino è lo stesso sogno un’altra volta e un’altra volta ancora. Ma non ci arrivo. Non comprendo. Perché devo andarmene in giro ad uccidere qualcuno diverso ogni notte?
Ho pensato di andare da uno psicologo, da uno psichiatra, da uno spiritista, da un vudú.
Forse un’anima in trance mi gira intorno e vuol lanciarmi un qualche messaggio. Sono arrivata a preferire il sogno della caduta senza fondo. Quello in cui salti dal letto fradicio di sudore e hai come la sensazione di essere caduto giù dall’infinito.
Preferisco qualsiasi altro sogno, questa è la verità. Addirittura preferirei che il sogno avesse una continuità. Vorrei riuscire a individuarne una fine. Non un lieto fine come nelle soap opera o nei film commerciali. Sarebbe un finale più adatto alla circostanza. Più realistico. Che rifletta il disagio che mi accompagna mentre mi accovaccio davanti al corpo. Un finale in cui arriva un poliziotto e mi solleva per le spalle. Mi ammanetta con le mani dietro la schiena e mi spinge verso la pattuglia.
Dentro l’auto nessuno mi guarda. Il morto doveva essere una persona innocente. Qualcuno che non era destinato a morire. Forse un bambino. Quando si tratta di un bambino il blocco di ghiaccio è un iceberg.
In questa parte del sogno la polizia sa che esisto, ma mi ignora. Non fanno battute come nelle serie poliziesche. Non mi guardano nemmeno con la coda dell’occhio.
Dopo aver percorso strade e viali, la macchina frena e mi spingono fuori. Entro in una stanza dove molte persone mi aspettano.
Sono arrivata direttamente al processo. Un giudice colpisce lo scranno con un martelletto d’oro. Colpevole, dice. E sento che la sua sentenza è giusta, perché sì, l’ho ucciso. Non so chi, né come, ma ero io.
La sentenza fa sì che il blocco di ghiaccio cominci a sciogliersi. Respiro meglio. Arrivo persino a sorridere. Due poliziotte mi spingono ancora una volta. Una è magra e minuta, l’altra robusta e molto alta.
Mi obbligano a percorrere un corridoio lungo e buio.
Puzza di ratti e scarafaggi. La luce tremola sulle nostre teste. Ancora uno spintone e mi ritrovo dentro una cella.
Divertiti, mi dice la poliziotta più alta, e sorride ironicamente.
Va via camminando lungo il corridoio, giocando con le chiavi e canticchiando una canzone.
La cella ha due letti. Qualcuno dorme nel letto a sinistra con la testa coperta.
Benvenuta in hotel, una voce greve si fa largo dal cuscino.
Grazie, dico io, e mi siedo sull’altro letto.
Hai una sigaretta? Chiede la voce.
Non ne ho, non fumo.
Fumerai, dice, e ride come una strega.
Appoggio le gambe sul materasso, mi rannicchio come una lumaca, chiudo gli occhi.
Chi hai ucciso?
Non ne ho idea.
Perché hai ucciso?
È stato un incidente.
E quanto tempo resterai qui?
Molto tempo.
E quando dico “molto tempo” il ghiaccio si discioglie del tutto. Sono incarcerata. Sconto di gusto la mia pena, colpevole di aver ucciso in così tanti sogni. Dormirò su questo letto di cimici e pidocchi. Sognerò di camminare a piedi nudi su un prato perfetto. E che sono tornata bambina e monto su una girandola, mi lancio dallo scivolo, faccio un giro sulla ruota panoramica. E corro trecento miglia all’ora su un’auto di lusso. Vado in guerra e sparo e dal mio cannone nascono girasoli. Posso sognare quanto voglio e nessuno muore.
Non c’è ghiaccio, ma solo acqua versata sul mio corpo. Acqua salata.
E non è acqua.
È urina e sgorga come una fontana direttamente dal corpo che accompagna la voce greve. A cavalcioni su di me, la donna guercia e unta se la ride.
Pensavi davvero che questo fosse un hotel, mia regina? E che magari avresti dormito sonni tranquilli?
Provo a parlare, ma il rivolo di urina e grasso mi arriva dritto in gola e tossisco. Tossisco senza sosta.
La donna se la ride come fosse lo scherzo più bello del mondo.
Non sei pronta per questo. Hai molto da imparare.
La donna continua a ripetere la stessa cosa. Hai molto da imparare.
Mi sollevo su un mare urina. Lavoro di autocontrollo.
Faccio finta di non sentire un desiderio irrefrenabile di afferrarla per il collo finché il suo unico occhio non salta via dall’orbita e si schianta a terra.
Ti senti male? È troppo salata? E ride ancora.
È il minimo che ti possa capitare qui. Devi imparare. Ripete.
La donna dalla voce greve mi guarda con quel suo occhio arrossato dalle risate.
Qui è tutto diverso, mia regina. Devi imparare.
La donna affonda le dita nel cuscino e tira fuori una lama arrugginita.
Vedi questo? Lo vedi?
Sì, lo vedo, non sono cieca, né guercia.
La donna mi viene sotto ed è un mare di rabbia e grasso.
Ti atteggi a coraggiosa? Ti credi cazzuta? Non ci credo nemmeno per il cazzo. Mi capisci, mia regina?
Ed eccola lì, minacciando. Accarezzandomi la pelle con la ruggine, e il grasso del suo corpo, e con quel suo occhio guercio e l’alito che sa di tomba appena aperta.
Qui, in questa lussuosa camera d’hotel, comando io. E tu fai quel che ti dico. Capito, mia regina?
Annuisco come se avessi capito davvero. Presumo che tutto faccia parte del castigo divino e l’accetto come farebbe la più devota tra le figlie, quella più fedele alla strategia di Dio. Ma la verità è che non capisco la sete di potere della ragazza guercia. Quel suo unico occhio e tutte le puzze che la contraddistinguono non bastano a farle capire che il potere è effimero.
Transitorio.
I sogni somigliano al potere. La felicità somiglia al potere. La vita.
Al sorgere dell’alba completerai la tua prima missione, mia regina.
La donna si diverte a sfiorarmi la bocca con la lama arrugginita.
Devi recuperare qualcosa che mi appartiene.
La donna si diverte a infilarmi la lama tra le labbra, e preme tra i denti e il sapore di ruggine mi cuoce la lingua.
A colazione aspetterai la Pretty giusto all’ingresso della sala da pranzo e le dirai questa frase: Annienta le mie voglie. Lei, con dei cenni, ti darà le istruzioni, tu seguila e portami quello che ti consegnerà.
La donna mi scruta con quel suo unico occhio. Capisci, mia regina?
Annuisco quasi al rallentatore.
La donna ritira la lama lentamente.
E poi fa scivolare la mano e il filo della lama arrugginita scorre dal mio petto giù fino all’inguine.
Ti piace quel che senti, mia regina?
Non rispondo. Sento solo il filo affilato scorrere attorno al mio clitoride e mi consolo con il solito pensiero. Fa parte del piano di Dio. Come fossi Giobbe, devo resistere a ciascuna prova. Solo così il sogno ricorrente e il blocco di ghiaccio scompariranno.
E chi è questa Pretty?
Lo saprai, lo saprai appena la vedrai.
Ed eccomi lì come il rarus object all’ingresso della sala da pranzo.
Donne di ogni tipo entrano, mi guardano, mi sfiorano, mi spingono e mi prendono in giro mentre resto in attesa. Tutte così brutte, grottesche, sgradevoli e imperfette in questa vita dietro le sbarre. Finché non entra lei. Deve essere lei. Con una risata di chi sa fare solo del bene. Una mascella semi-quadrata e forte. Occhi che sanno di pazienza e speranza in accumulo. E la pelle bianca, liscia e immacolata. Mi avvicino.
Sei tu la Pretty?
Chi è che vuol saperlo?
Io non conto nulla.
Tutto conta sempre.
Devi darmi qualcosa che appartiene alla Guercia.
Devo?!
No, scusa. Annienta le mie voglie.
Ah, con molto piacere. Al mio segnale, seguimi.
La Pretty va a servirsi la colazione lì al bancone. Si siede da sola a un tavolo. Una volta terminato, esce ondeggiando i fianchi attraverso la stessa porta da cui è entrata precedentemente. Uscendo, fa un cenno con la mano sinistra. La seguo.
Attraversa un corridoio.
La seguo.
Vai in bagno.
La seguo.
Non c’è nessuno in bagno.
La seguo.
Mi vede e sorride. Chiude la porta con una mano e con l’altra mi trattiene per la spalla.
Sei nuova?
Sì.
Quando sei entrata?
Ieri notte.
Cosa hai fatto per essere qui?
Ho ucciso.
Non hai la faccia di una che uccide.
I sogni dicono il contrario.
Cosa?!
Non importa. Lascia perdere.
Che centri tu con la Guercia?
Niente.
Niente?!
Niente.
Perché volevi incontrarmi?
Lei dice che hai qualcosa che le appartiene.
Ti ha detto di cosa si trattava?
No.
Vieni.
Dove?
La Pretty non aggiunge altro. Mi prende per mano e mi trascina da un cubicolo all’altro.
Qui, mi dice. Spinge la porta. Entriamo. Siamo molto vicine. Respira contro di me tutta la sua bellezza femminile.
Prendi, dice.
E mi bacia.
La sua lingua calda e perfetta si intreccia con la mia. Il suo sapore dolce.
La sua saliva.
Il suo odore e le sue mani scendono giù lungo il mio corpo.
Separa i vestiti dalla mia pelle.
Mi accarezza.
Si porta la mano alla bocca.
Mi fa bagnare.
Affonda le dita.
Mi trivella tra le gambe.
E io eccitata. Io calda grazie ai baci di una donna.
Io realizzo il piano di Dio anche se ciò implica una dose di piacere e una di peccato. Io, la più fedele tra le figlie, la più devota, tremo e non per un orgasmo in arrivo.
Mi contorco, ed è a causa del dolore causato da qualcosa che lei mi ha introdotto.
Ecco a te, dice, dallo alla Guercia. E se ne va.
Mi lascia sola in bagno con un turbinio di nausea che mi sale fino allo stomaco. Aggrappata al muro nell’affanno di trattenere ciò che ha piantato dentro al mio corpo. Ho paura.
E se fosse qualcosa che può esplodere? Se fosse qualcosa che si diffonde al mio interno e sbrana tutto come fosse un piranha? Se si trattasse di un batterio mortale? E se invece si trattasse di droga e io morissi per un’overdose?
Faccio un respiro profondo.
E poi respiro ancora. Cerco le forze ma trovo solo il freddo nello stomaco. Il blocco di ghiaccio. È come se tutto si fosse nuovamente congelato.
Mi appoggio alle pareti. Esco dal bagno. Stringo le gambe.
Cammino.
Stringo.
Cammino.
Torno in cella. La Guercia mi aspetta con la testa sepolta nel cuscino.
Ce l’hai con te?
Sì. Prenditelo immediatamente. Tiramelo fuori subito.
Bisogna aspettare.
Aspettare cosa?!
Che passino le guardie.
Non posso.
Sì, puoi. Sdraiati. Rilassati, mia regina.
Non posso.
Sì, puoi. O non capisci?
La Guercia tira fuori la ruggine a forma di lama. Me la mette davanti agli occhi. Ho come un fuoco dentro. Sono tutta un battito.
Frega un cazzo di ogni sua minaccia.
Cosa mi ha infilato “quella là”?
Quella là? La Pretty?
Sì, proprio lei.
Meglio che lei non sappia che la chiami “quella là”.
Cosa mi ha infilato?
Non ti interessa.
È dentro di me, sì che mi interessa.
Tranquilla, mia regina, uscirà presto.
La Guercia tira giù la lama, la nasconde tra le mani.
Le guardie percorrono il corridoio. Chiudono le celle. Sfottono alcune carcerate. Vanno via facendo suonare le chiavi. Se la canticchiano.
Adesso puoi levartelo, prova a pisciare, dice la Guercia.
Cerca un qualcosa sotto al letto e tira fuori un contenitore di plastica. Me lo porge.
Butta qui.
Vado in bagno. Mi accovaccio. Pongo il contenitore lì sotto.
Spingo.
Inizia il travaglio.
Spingo.
Esce urina calda. Mi schizza sulle mani. Puzza di ruggine.
Spingo.
Qualcosa brucia dentro di me. È come se si aprissero solchi. Sento di non farcela.
Spingo.
Il suono cambia da un getto a un tonfo. Qualcosa è cascato sul fondo del contenitore. Mi accascio sul water senza forze. La Guercia corre e strappa via il contenitore.
Finalmente, dice.
E intinge la mano nell’urina.
Tira fuori il trofeo e lo brandisce davanti ai miei occhi annebbiati.
Non saprai mai a cosa serve.
Un crocifisso.
Un crocifisso allungato e il corpo di Cristo con le braccia tese da chiodo a chiodo. I piedi inchiodati. Il corpo sfiancato sulla croce. Il metallico corpo di un Cristo crocifisso piantato dentro di me.
A cosa potrà mai servire un crocifisso qui dentro? Perché nascondere un crocifisso? E non trovo risposte.
E il dolore è forte. E la fatica.
E smetto di pensare. Di ascoltare.
Di vedere.
Crollo sul water. Mi perdo in un paesaggio giallo. Tra prati gialli. Cieli gialli.
Apro le braccia.
Corro a piedi nudi sull’erba.
Corro.
Chiudo gli occhi.
Corro.
Il vento mi accarezza il viso e corro. All’improvviso scontro contro qualcosa. Scontro contro me stessa che se ne sta accovacciata con la testa sepolta tra le mani davanti a un corpo senza vita. Vedo il corpo del morto di turno coperto da un lenzuolo al centro dell’attenzione di inquirenti e curiosi. Tutto è pieno di numeri, sagome di gesso e nastri gialli.
Ascolto quel che si dice in merito al possibile assassino e alle presunte circostanze della morte come se non fossi lì con la testa sepolta tra le mani in una posa di colpevolezza.
La me che corre ha come la sensazione di un déjà vu. Di aver vissuto tante vite, tante morti.
A piedi nudi mi avvicino al corpo che è stato ucciso dall’altra me. Scosto la coperta eresto immobile, come incantata.
È lei.
Con quella mascella semi-quadrata e forte. Pelle bianca, liscia e immacolata.
L’altra me è ancora accovacciata.
E adesso, in un impeto di coscienza e panico, giura di essere stata proprio lei ad ucciderla.
E non sa. Non capisce che nemmeno quello è il cammino.
Arriva un poliziotto e tenta di sollevare per le spalle l’altra me. Ma non lo permetto.
Lo strattono.
Lo faccio cadere di schiena sull’erba gialla. Trascino l’altra me per un braccio e inizio a correre.
Corro.
Corriamo.
Mentre un mondo di neve sta nascendo proprio sotto i nostri piedi.
E i blocchi di ghiaccio crescono
E gli iceberg, poco a poco, ostacolano il nostro cammino.
A illustrare, Zaina Shini “Jail”, 2015.