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Vitamine

Autrice
Lidia Noviello
Ciclo #20 - L'uccello che girava gli spaghetti del mondo
Narrativa generale
19 dicembre 2024

Le vitamine erano già lì quando la mattina apriva la porta per uscire di casa. Da tempo il postino aveva smesso di citofonare, smesso di farsi aprire il cancello, e sgusciava avanti e indietro, come un fantasma, direttamente fino al pianerottolo per recapitare quel dono insistente. Si presentavano in maniera ogni volta diversa, diversa in maniera sottile, una diversità rintracciabile solo grazie alla consuetudine del ritrovamento. Il pacco di cartone assumeva per lo più dimensioni rettangolari, per raccogliere più contenuto possibile: tre, quattro flaconi. Buste di magnesio e potassio, sciroppi, vitamina C liposomiale in capsule. A volte assumeva le dimensioni di un plico, quasi suggerendo la presenza di un oggetto simile a un libro; questa apparenza ingannevole la faceva infuriare e strappare con forza disordinata la lingua di carta, superare l’inutile involto in plastica e i fogli di carta fino a toccare, sospettabilmente, la forma prevedibile della plastica del barattolo di turno, vitamina C, certo, della solita marca. Come se poi lui avesse mai potuto condividere con lei qualche libro, come se avesse potuto spedirgliene, addirittura.

L’etichetta adesiva sul cartone, al contrario, non riservava sorprese. C’era solo il suo nome, il suo indirizzo, nessun mittente. L’indirizzo della casa di produzione, ad andare a cercarlo, certo. Il pacchetto depositato sullo zerbino, ogni giorno uguale – più o meno – a se stesso, con la forza della consuetudine di una sveglia o di un promemoria che non si smette di ritardare e procrastinare, sempre lì con la sua sfacciataggine, con la sua sfacciata perentorietà. Lui era morto e le vitamine continuavano ad arrivare, ogni giorno più strane, ogni giorno più disinvolte e sicure di sé nel loro distacco dalla trama delle cause che rendeva sensato il mondo. Ora anche il postino era scomparso. Le vitamine semplicemente si presentavano davanti alla porta. E domani, domani cosa? Lei le prendeva, ogni giorno le scartava, vestita di tutto punto restava in piedi sulla soglia, poi cambiava idea e rientrava in casa, chiudeva la porta alle sue spalle, si toglieva le scarpe per non sporcare, buttava l’involto nella plastica e il cartone nella carta e a passi svelti andava nella stanza vuota, ormai non più così vuota, nella stanza che era stata vuota e pronta per gli ospiti, nella stanza che ora era piena strapiena di vitamine dal pavimento al soffitto in grosse pile ordinate come costruzioni architettoniche futuriste, dalle sfumature arancione evidenziatore e coi grandi caratteri delle etichette che si fondevano insieme in una lunghissima frase indifferente. Si chiudeva anche quella porta alle spalle e usciva, dimenticando completamente la stanza.

Ultimamente avevano cominciato a cambiare connotati. Differenze inizialmente sottili, quasi impercettibili: e quando quasi ormai si era abituata al leggero mutamento nella reclamizzazione dei benefici per la salute sull’etichetta, a una forma particolare del barattolo – una volta uno strano oggetto di plastica a forma di rene – ecco che succedeva qualcosa di piccolo, una stortura che inquietava e lasciava perplessi di fronte allo zerbino, con l’involto che cadeva in terra mentre rimaneva per qualche minuto buono a rileggere una scritta inaspettata, un biglietto. Apre la porta di fretta e raccoglie lo zaino, si ferma un attimo a soffiarsi il naso. Si scuote di dosso un brivido e guarda il pacco rettangolare sullo zerbino. Annoiata, sbadiglia e si abbassa per aprirlo. Quale sorpresa quando dopo il cartone, dopo la plastica e tra i fogli inutili, una consistenza nuova fa resistenza al movimento delle mani, un piccolo cartoncino bianco rettangolare, con una scritta a mano a penna stilografica un po’ sbavata sul retro?

HAI IL RAFFREDDORE. PERCHE’ NON HAI PRESO LE VITAMINE!

Fissa gli occhi sulla scritta per un lungo momento prima di scoppiare in una risata. Mette il rimprovero in tasca, raccoglie i pezzi dell’incarto caduti ai suoi piedi, ripone le vitamine nella stanza ed esce per andare a lavorare. C’era un periodo in cui sembrava avesse trovato la panacea per tutti i mali, la risoluzione a tutti i problemi, la formula per la giovinezza eterna, il moltiplicatore degli anni ancora da vivere. Sembrava impossibile che un giorno sarebbe scomparso: ogni occasione era buona per tessere gli elogi della propria forza, per fare la lista delle imprese quotidiane portate a termine, le sfortune sventate grazie al vertiginoso miglioramento delle sue capacità dovuto all’assunzione delle massicce quantità di vitamine. Si superavano così nell’arco di quelle conversazioni pindariche tanto i più grandi pericoli – aneddoti infinitamente ripetuti dell’incidente evitato grazie ai suoi formidabili riflessi – quanto i più insignificanti fastidi – la goccia di vino cade male sul vetro troppo spesso della brocca andando a sporcare la tovaglia bianca del ristorante, ma lui è più svelto, la ferma, vedi?, la ferma e le impedisce di cadere, è attento a tutto e aveva tutto sotto controllo. Tutto sotto controllo. Anche all’epoca, quando ancora si vedevano e lui le allungava i barattoli marrone scuro che andava a prendere a passi veloci e sicuri nel seminterrato-dispensa, lei non prendeva mai le vitamine, ed era come fare la gentilezza di concedergli anche stavolta la ragione, perché se c’era un problema quando lei non aveva preso le vitamine, sicuramente era perché non aveva preso le vitamine. La ragione vinceva sempre, e tutti erano felici e soddisfatti, tutto sotto controllo; solo più tardi aveva cominciato a mentire, a dire che le prendeva, eccome se le prendeva, e quindi erano finite, e bisognava dargliene di nuove, e questa era una nuova forma di gentilezza che gli faceva.

Anche fuori casa le vitamine non smettevano di assediarla. Fra incontri e impegni e girovagamenti dei più imprevedibili, quelle riuscivano sempre a rintracciarla, il che era ben più strano della semplice linearità con cui si manifestavano davanti alla sua porta ogni santo giorno, sulla scia del percorso di un postino fantasma. Poteva capitare che la trovassero attraverso le parole di una persona qualsiasi con cui si trovava a parlare: dopo i convenevoli, i saluti, la reciproca inconscia ricognizione sullo stato generale di salute, qualche mutamento nell’apparenza, un nuovo modo di cadere dei capelli, una sfumatura diversa nella voce a segnalare un certo umore piuttosto che un altro, seduta con un amico a fare due chiacchiere, capitava lo starnuto col solito trambusto di fazzoletto, gemito di lamento, rumore di muchi, occhi al cielo, ripiegamento del fazzoletto e ricomposizione finale della posa appoggiata allo schienale della sedia, sospiro di sollievo per riprendere: dicevamo? E l’amico, considerando lo stato di cose e dopo aver sorriso un po’, puntualmente le diceva:

MA LE VITAMINE LE STAI PRENDENDO?

E lei non poteva fare a meno di ridere e diceva che sì, ma sì, le stava prendendo, che non era quello, che forse aveva dormito poco, che le giornate erano più fredde, che forse aveva bevuto troppo o mangiato male, che magari il suo corpo non le segnalava bene quando stava prendendo freddo, perché effettivamente non le sembrava di aver preso freddo, e allora? E rotolando sui binari così cari del tempo atmosferico e delle sensazioni corporee, la conversazione tornava finalmente in territori inesplorati, alla ricognizione reciproca, al racconto delle ultime settimane, lontano dalle vitamine. A un certo punto guardavano l’ora e decidevano di salutarsi, e lei continuava per un po’ a camminare fino a quando le veniva in mente di fare una spesa veloce. Con un paio di buste leggere appese a un braccio, il fazzoletto nell’altro, si avviava verso casa, infilava pigramente il viale alberato, e svoltando l’angolo incontrava un gatto sornione tutto intento a pulirsi, a pulirsi meticolosamente e a osservarla con curiosità, lei si fermava per incitarlo e fargli due carezze quando lui la fissava dritto con le sue mezzelune dorate e miagolando in una lingua soffice e comprensibile le comunicava:

SAPEVI CHE I GATTI, A DIFFERENZA DELL’UOMO, PRODUCONO VITAMINA C NEL FEGATO DIRETTAMENTE DAL GLUCOSIO?

Accoglieva l’informazione con una risata sommessa, ormai un po’ stanca, faceva una carezza al gatto circondata dalle sue fusa, lo salutava e saliva le scale per entrare nel palazzo. In casa non faceva in tempo a togliere le scarpe e posare le buste della spesa che lo vedeva, appoggiato a un soprammobile sulla libreria di fronte alla porta di ingresso, un biglietto di carta bianca di fattura diversa rispetto a quello della mattina, più grande, con un disegno come da biglietto d’auguri comprato in cartoleria, una nuvola di linee spigolose a enfatizzare un messaggio incorniciato di frecce e punti esclamativi volti a richiamare tutta l’attenzione possibile:

RICORDATI DI PRENDERE IL NAC! BUONANOTTE

Il messaggio era corredato da un piccolo disegno, in basso a destra, come l’emoticon del muso di un gatto. Sorrideva e metteva da parte il biglietto, poi si dedicava alla spesa e alle attività della sera. I messaggi continuavano a comparire, ingombranti e non più così divertenti. Mentre cucinava, cenava, lavava i piatti, preparava il pranzo per il giorno successivo, si svestiva e si lavava, il sorriso che quei messaggi scaturivano diventava via via più amaro, la sua curva si rovesciava, creando rughe d’espressione dove non dovevano esserci, prefigurando un’azione che avrebbe voluto con tutto il cuore evitare. Alla fine, senza più nulla di cui occuparsi, si arrendeva all’ultima faccenda da sbrigare, tirando un sospiro raccoglieva il biglietto della mattina e il biglietto della sera, tutta una serie di informazioni e moniti nella sua mente che non aveva spazio per ospitare, li portava con cura impilati nella stanza arancione delle vitamine così ben ordinate e diceva, prima di chiudere la porta sulla stanza vuota:
«Buonanotte, papà. Ti voglio bene».

A illustrare, René Magritte, La Victoire, 1939.

Lidia Noviello è laureata in filosofia. Vive a Roma, dove studia e lavora.