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Il sonno dei robot

Autore
Alessia Del Freo
Ciclo #25 - Spaghetti Pisoletti
Narrativa generale
12 marzo 2026

Avevo solo sette anni, cominciò durante un pranzo di famiglia.
Mia madre teneva la tavola: giovane e carismatica, ingegnere informatico di grande successo, aveva rifornito l’intera famiglia dei robot domestici dell’azienda in cui lavorava. Da mia nonna, che viveva nel seminterrato con due inservienti sintetici che a turno l’alzavano, la imboccavano, la intrattenevano (ma che, a detta del nonno paterno, non avevano fatto altro che accelerare il suo deperimento motorio) fino a qualsiasi inimmaginabile comodità di qualsiasi forma per noi e per tutta la famiglia allargata, con un grande occhio di riguardo per mia cugina più grande – studentessa brillante com’era lei – cui aveva regalato un robot cavia e un robot coach, entrambi per la stesura della tesi.
Poi c’ero io, il più piccolo della famiglia, che – dicevano – assomigliasse più al padre. Taciturno, bonario, pacato. Descrizioni stonate. Le parole che avrebbero voluto usare erano piuttosto sveglio, frizzante e arguto, com’erano mia madre e com’era mia cugina; ma non mi si addicevano – non nel modo in cui avrebbero voluto loro.
Sì, mio padre aveva un carattere taciturno e poca personalità. Aveva anche lui un buon lavoro, ma non se l’era sudato: un’attività di famiglia che sarebbe giunta al termine con la sua generazione.
Era lei che prendeva tutte le decisioni, che dalla famiglia non aveva avuto niente se non la perdita prematura di un genitore e la malattia dell’altra. E che tutto ciò che aveva se l’era conquistato scheggia dopo scheggia.

Quando i robot si spensero, fuori stava nevicando.
Dalla vetrata del nostro salotto si vedeva il viale imbiancato e le case e le macchine che ora sembravano tutte uguali. Maggiordomo si arrestò nel tragitto tra la cucina e il tavolo e rovesciò a terra la portata: il rumore della teglia rotta fu l’unico segnale sonoro dell’evento, come se il suo scheletro digitale non avesse niente da dire.
Qualsiasi dispositivo aveva smesso di funzionare: dagli sfavillanti passerotti d’argento, il cui unico scopo era rallegrare il mattino e che erano precipitati dalla staffa in salotto; alla Badessa, un robot da parete che si occupava della biancheria, che ora non emetteva più quel ronzio sordo cui eravamo abituati. Così le auto di tutta la famiglia, che si autoricarivano nella zona a destra del giardino e che ora sostavano senza dare segni di vita.
Mia madre tentò di rassicurarci. La compagnia avrebbe risolto a breve. Le si leggeva negli occhi la sua più grande preoccupazione: le sorti dell’azienda in cui lavorava. Chi – nel caso – avrebbe cucinato, pulito, chi si sarebbe occupato di sua madre e chi di suo figlio, venivano solo al secondo posto. E in un punto ancora più remoto c’erano i danni che i robot potevano aver provocato a casa degli zii o dei nonni paterni.
Mio padre andò a verificare che la nonna stesse bene e la trovò sporca del cibo che l’inserviente le aveva rovesciato addosso quando si era bloccato, con la punta della forchetta a pochi centimetri dal viso.
La stanza cominciò a riempirsi delle voci agitate di tutti; gli zii volevano tornare a casa, i nonni imprecavano contro le tecnologie, mia cugina grande tentava di riparare Maggiordomo. Mia madre voleva chiamare i suoi colleghi ma non trovava nessun dispositivo per farlo.

Io invece, volevo solo andare dal mio amico Ben.

Ben era un bambino che viveva dall’altra parte della strada ed era l’unico amico che avevo. Forse perché era taciturno come me, buono dentro, e perché anche lui non voleva mai fare a gara. Aveva qualche anno meno e andava in una scuola diversa. I suoi genitori erano due persone calme, che stravedevano per lui e che spesso mi invitavano a fare merenda insieme. La mamma di Ben lavorava a turni anche il fine settimana e suo padre era un meccanico, una professione che – mia madre diceva – sarebbe scomparsa presto.
Mi affacciai alla vetrata del salotto per guardare verso la loro casa.
La neve aveva ricoperto il giardino e i giochi di Ben. Giochi che – sempre secondo mia madre – erano sorpassati; ma che secondo mio padre andavano bene ancora.
La macchina dei genitori di Ben uscì dal garage sul retro, dove suo padre faceva riparazioni di macchine a benzina. Andò via per il viale, lasciando due scie che le auto robot non avrebbero mai potuto percorrere quel giorno.

Verso sera, il problema con i robot non era ancora risolto, al contrario di quello che aveva sostenuto mia madre. Nessun programma di recupero li aveva ripristinati entro le due ore. Aveva continuato a nevicare.
Gli zii erano tornati a casa con un taxi, i nonni si erano messi a cucinare con le proprie mani. Mio padre aveva pulito il pavimento dalle lasagne e dai vetri della teglia, e mia madre si era messa a svitare il dorso di Maggiordomo ancora bloccato in mezzo alla stanza.
La macchina a benzina dei genitori di Ben era tornata.
Uscii fuori. Speravo di poter giocare con lui prima di cena. Attraversai di corsa il vialetto, la neve era alta ma riuscivo a vedere le punte dei giochi di Ben in giardino.
Suonai il campanello. Si affacciò suo padre. Mi sorrise e disse che quella sera Ben stava già dormendo.

La cena fu inconsueta. Mia madre nervosa e intrattabile, si rifiutava di mangiare. I nonni si divertivano a servire le portate come si faceva una volta. Mio padre aveva sistemato i panni nella stanza della Badessa, dato cena a mia nonna, raccolto i passerotti d’argento.
Era tutto così strano: le cose prima funzionavano da sole, succedevano intorno a noi mentre noi non facevamo niente se non lasciarle compiersi. Ora invece ogni singola azione aveva bisogno di un gesto, di un tocco; del movimento di qualcuno di noi per accadere. Ma nessuno si preoccupò di spiegarmi cosa stesse succedendo né di quali meccanismi sarebbero cambiati per me.
Il robottino della routine era immobile nell’angolo della mia stanza, la luce era alla sua massima intensità e il letto ancora da aprire. Non avrei dovuto pensare a cosa preparare per la scuola perché non ci sarebbe stata scuola l’indomani. Solo in quel momento, realizzai per la prima volta che tutti i miei maestri erano androidi. Alcune domande mi solleticarono la mente: dov’è che erano quando non erano a scuola, come avevano imparato quello che mi insegnavano, se si sarebbero mai risvegliati dal sonno. E come sarebbe un mondo senza dover andare in classe, senza essere obbligati a stare con gli altri bambini. Quella sera mi accontentai di godermi la libertà della mia camera.
Quella sera nessun robot mi avrebbe imposto di lavarmi i denti o mi avrebbe letto quelle storie generate e noiose sulle emozioni. E mi sarei infilato nel letto da solo. E avrei potuto giocare con le ombre come mi aveva insegnato Ben, perché Ben non aveva robot a casa propria ed era lui a decidere quando spegnere la luce. L’indomani, poi, avremmo finalmente potuto giocare con la slitta nei campi in discesa dietro casa.

La mattina seguente, la macchina dei genitori di Ben aveva lasciato di nuovo le sue impronte rotanti nel viale innevato.
Ero stato sciocco a pensare che Ben sarebbe stato a casa. Come la sua famiglia non aveva robot, la scuola che frequentava sicuramente non aveva maestri robot.
Trovando le auto ancora inutilizzabili, quella mattina anche il divertimento dei nonni si esaurì e tornarono a casa propria con un taxi a benzina. Mia madre passò la giornata divisa tra il lavoro da remoto e i tentativi di rimettere in moto Maggiordomo; mio padre si dedicò alla casa in modo paziente e premuroso, mostrandomi com’è che si facevano le faccende quand’era piccolo. Tirò fuori alcune vecchie scatole da sistemare e dentro ci trovò dei tubetti colorati e secchi che non avevo mai visto prima. Li strizzò in alcune tazzine e li ammorbidì con acqua, poi prese dei prototipi bianchi di passerotti d’argento e m’insegnò a colorarli con le tempere.
A fine giornata i passerotti avevano assunto un aspetto esotico e la mistura dei colori mi ricordava i giochi del giardino di Ben.

Anche quel giorno, non lo vidi.

La luce naturale del sole mi svegliò sabato mattina.
Il robottino della routine era ancora nell’angolo, cupo e immobile, e il mio letto era sfatto da giorni. Era la prima mattina che non nevicava, ma aveva nevicato così tanto che lo strato bianco non se n’era mai andato.
Con quel sole alto in cielo e il giorno in cui non c’era scuola per nessuno, finalmente avrei potuto rivedere Ben. Presi un passerotto colorato per portarglielo e uscii di casa.
In giardino mio padre spalava la neve silenzioso.

Attraversai il viale che era una grande superficie compatta di neve: significava che nessuna macchina era passata di lì e che Ben e la sua famiglia dovevano essere a casa.
Il passerotto colorato tra le mie dita, contro il bianco della neve, sgargiava di colori.
Suonai il campanello, poi entrai in giardino, bussai alla porta.
Nessuna riposta. Andai a togliere la neve dalla punta della girandola. Una volta sciolta, notai come avesse portato via un po’ di colore.
Quando capii che nessuno avrebbe risposto, mi affacciai sul retro. Il garage era aperto. Tanta era la luce del sole e tanta era quella che si sprigionava dal bianco intorno a me che era difficile vedere bene in quell’antro buio. Riconoscevo la macchina di famiglia e il bancone degli attrezzi di suo padre, e poi lo vidi. Una sagoma che non rifletteva niente e che stava immobile, la sagoma di Ben in piedi, come mille altre volte che lo avevo visto aiutare suo padre e imparare il suo mestiere. Ben che non parlava mai e Ben che conosceva i giochi di una volta. Ben che non piaceva a mia madre, e mio padre che a me e Ben aveva insegnato come giocare a biglie. Ben a cui volevo davvero bene, Ben che non poteva rispondermi. Possibile che non potesse rispondermi?

Suo padre uscì dalla penombra del garage, in mano gli attrezzi che utilizzava per riparare le auto. Le mani quel giorno non erano sporche della gomma delle ruote.
Ragazzino, mi disse, cosa ci fai qui con tutta questa neve.

Scappai nei campi dietro le case, nei punti in cui non ero solito andare con Ben. Lasciai che la neve mi bagnasse le scarpe, i calzini e la punta dei pantaloni; spezzai l’uccellino colorato. Provai a pestarlo con violenza ma non fece altro che affondare nella neve.
Non sapevo neanche se lo sapevo già, non capivo. Forse lo sapevo, forse no, e provavo rabbia, tanta. Per non averlo saputo o capito o non averlo ammesso, perché ora non sapevo se sarebbe mai tornato. E volevo che tornasse, anche se ero arrabbiato con lui; non mi sarebbe importato chi o cos’era.

Quella sera suo padre venne a bussare alla nostra porta. Chiese come stavo.
Perché? Chiese mio padre; no, niente, i bambini sa.
Io ero sul divano che cercavo di trattenere le lacrime, con la febbre alta e mia madre convinta che il pianto fosse a causa dei suoi rimproveri.
Il giorno dopo la cercai. Fu una delle pochissime volte in cui, da bambino, le rivolsi una domanda. E forse l’unica volta in cui non mi costò fatica, perché c’era qualcosa che mi mangiava dentro. Non la chiamai mamma, le chiesi: i tuoi robot sono guariti?
Nei giorni successivi i robot, quelli della sua azienda, ripresero davvero a funzionare; la casa tornò viva e automatica come lo era sempre stata, con gli uccellini argentei che cinguettavano in salotto, la stanza che faceva il bucato, i robot umanoidi che ci servivano la cena. I suoi robot si erano risvegliati dal sonno perché erano buoni robot, con programmi di recupero veri e garanzie. Avrei voluto che fosse la mamma di tutti i robot.

La sera a volte ancora fingevo che tutto dormisse e indugiavo in fondo alle scale prima di salire in camera. Erano le sere di pomeriggi passati in casa, senza più uscire in giardino da Ben, senza più avere un amico.
E una sera sentii mio padre dire a lei: ma come è possibile che tu non te ne sia mai accorta?
Il giorno dopo non mi svegliò il robottino. Mi svegliò il suo volto, il volto di mia madre, la sua mano che raramente mi toccava. Prese la mia e uscimmo insieme per andare a scuola.
Non devi lavorare? Dopo.

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Immagine di accompagnamento a cura del prompt designer.