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Ti farà bene

Autore
Giulio Lepri
Ciclo #1 - Una porta si apre
Narrativa generale
1 ottobre 2020

Apro la porta ed è tutto come ricordavo. Tranne per la polvere. I mobili sono gli stessi, la posizione è la stessa, eppure è tutto coperto da una patina trasparente: camera mia è una vecchia polaroid dimenticata in un album fotografico.

«Facciamo veloci» le dico.
Non ho tempo per la nostalgia, non ho proprio tempo e basta. Poso lo zaino a terra e mi siedo un attimo sul letto. Una nube di pulviscolo si solleva appena intorno ai miei jeans. Il viaggio è stato lungo e i pantaloni mi tirano sulle gambe. Avrei dovuto mettere qualcosa di più comodo ma non posso presentarmi troppo in disordine. Non che sia il genere di situazione in cui qualcuno fa caso a queste cose.

Si siede accanto senza dire una parola, ha la maglietta che le ho regalato a Natale, mi piace come le cade sui fianchi. Li ha leggermente larghi, lei li detesta, io invece ne vado pazzo e non sono mai riuscito a farglielo capire.

Le due e quarantasette. Sono arrivato da dieci minuti, il treno ha fatto solo un quarto d’ora di ritardo, forse ho il tempo di andare al bagno, sciacquarmi almeno la faccia. Sempre che il bagno funzioni ancora, non ne sono così sicuro. I miei stanno traslocando. Sono due anni che devono traslocare, la mia stanza è l’unica che non hanno ancora svuotato. Forse dovrei farlo io.

Veronica mi passa una mano fra i capelli e mi sussurra qualcosa all’orecchio ma non sento niente. Ci metto un paio di minuti buoni prima di realizzare che mi sta baciando il collo. Le dico che non mi sembra una buona idea. Provo a ripeterglielo ma incolla le sue labbra alle mie. Di solito i baci si danno in due. Invece mi ritrovo con una lingua in bocca mentre fisso un punto a caso della libreria, fra i numeri di Spider-Man e Dylan Dog. Prende le mie mani e se le porta al petto.
«Ti farà bene» dice decisa.
Fisso le mie mani appoggiate, inermi, ridicole. Non ho neanche la forza di stringere. Mi bacia di nuovo e un poco alla volta lascio che succeda. È meno veloce di come vorrei, lei è bella, mi piace davvero e per dieci minuti mi dimentico perché sono lì. Le vengo sulla pancia e fisso almeno 40 milioni di spermatozoi nati solo per morire. Non c’è niente per loro in questa camera da letto, il loro unico scopo è macchiarmi il materasso.

Suona il cellulare. Stuck inside of Mobile with the Memphis blues again. È il mio.
«Mamma.»
So già cosa sta per dirmi ma lascio che lo dica comunque.
Riaggancio.
«Che ti ha detto?»
Non riesco più a leggere le scritte sulla costola dei miei fumetti. Mi si è appannata la vista improvvisamente.
«È morta, vero?»
Mi giro verso di lei inclinando la testa un poco di lato. Ci vedo sempre peggio.
«Vuoi…», mi prende la testa e se la porta fra le braccia. Non so neanche più se è attaccata al corpo, «Vieni qui».
Scoppio a piangere. Ho un orecchio appoggiato al suo petto e i singhiozzi rimbombano ovattati, vibrano attraverso le sue costole a contatto con la pleura e le mie lacrime le arrivano fino ai polmoni.
«Bravo.»
Io invece non mi sento bravo per niente. Vorrei urlarle che è una stronza, che mi ha tenuto lì a scopare in una vecchia camera da letto polverosa. Non la perdonerò mai.

Mi solleva la testa e mi guarda negli occhi soddisfatta. Non vedo nulla ma la conosco bene e so che sta sorridendo. È dolce.
«Mi sa che non sei venuta…»
Scuote la testa ridacchiando, anche lei ha gli occhi umidi. Io invece sì, sono riuscito a venire pure in questo caos, in mezzo alla polvere, ai ricordi, alla morte. Penso a tutta quella retorica della vita che va avanti. È proprio quello il problema: la vita va avanti, con o senza di noi.

Piano piano ci rivestiamo. Mi sciacquo la faccia – sì, l’acqua va ancora – e sistemo i capelli. In realtà c’è poco da sistemare, non capisco perché ma quando lo faccio mi si appiattiscono tutti e sembro molto più serio, io però preferisco portarli spettinati, è un vizio d’infanzia.

«È meglio se ci sbrighiamo» dice Veronica. Ah, adesso ha fretta! Ma anche questa considerazione la tengo per me. Questo è un momento mio e poi non ci sarebbe comunque modo di farglielo capire.
Nel mentre che apre la porta di casa chiudo gli occhi e cerco di annullare la distanza fra me e il muro. Voglio assorbire tutto di questo momento prima di raggiungere mia mamma e tutti gli altri, prima che anch’io vada avanti.

La raggiungo all’ingresso, controllo di aver preso tutto (chiavi tasca sinistra, telefono a destra, portafogli tasca posteriore; ok).
«Preso tutto?»
Do un’ultima occhiata alla casa. Senza mobili è molto più grande di come la ricordavo. Ci verrebbe bene una di quelle cucine moderne, integrate nel salotto. Può essere un sacco di cose nuove.
Spengo la luce, è tempo di andare.


foto di Andrea Lenci