Categories

Virgilio Morandi

Autore
Jury Romanini
Ciclo #21 - Spaghetti senza senso
Narrativa generale
27 marzo 2025

Chi era Virgilio Morandi?

Me lo chiedo da stamattina. Da quando ho visto l’annuncio funebre sulla bacheca in cortile. Sapevo che aveva un’ottantina d’anni – adesso ho scoperto che sono ottantasette – sapevo che abitava qua da una vita, credo dall’83 addirittura, e sapevo che abitava da solo ma, sebbene il suo appartamento sia proprio sopra il mio, dico la verità: di lui non so nient’altro. Se non fosse per la foto sull’annuncio farei fatica a ricordarne la faccia; ed è difficile lo stesso perché in quella foto avrà sì e no sessant’anni, due belle guance rosse da vino bianco a colazione – che dubito avesse ancora – e poi… non aveva i baffi? 

Quand’è che l’ho visto l’ultima volta? L’ho mai visto veramente? 

C’è da dire che non ci si incrociava mai per le scale, i tempi delle sue giornate erano – immagino – incompatibili coi miei, direi anche con quelli degli altri inquilini del palazzo. Sempre che uscisse di casa. Qua siamo tutti single: lavori alienanti e vita notturna impegnativa. C’è anche qualche famiglia giovane con bambini stracarichi di impegni e lavori altrettanto alienanti. Non credo avesse particolari rapporti con qualcuno di noi. Perché avrebbe dovuto? Perché avremmo dovuto?

Tuttavia, per quanto le nostre esistenze fossero così slegate, io sapevo che c’era. Forse io più di tutti. E lo sapevo perché lo sentivo. 

Tutto quello che so di lui me lo ha detto il soffitto. Una sedia spostata, un oggetto che cade, gli squilli del telefono. Niente di fastidioso, solo rumori semplici. Non esisteva il suo corpo, non esisteva il suo modo di vestire, di camminare, di arrabbiarsi o di salutare, non esisteva l’odore del suo dopobarba per le scale, la sua stretta di mano, il suo sguardo giudicante – sarà stato uno di quei vecchi brontoloni che disdegnano i giovani solo in quanto giovani? – non esistevano consigli non richiesti o banalità sul tempo, la politica o il calcio, non esistevano i racconti “dei suoi tempi”, di sua moglie e dei suoi figli – sarà mai esistita una signora Morandi? Avranno mai vagato per casa, la notte, sussurrando ninnananne calmanti a un piccolo Morandi con le coliche? – non esisteva la sua voce. Anche quando parlava al telefono non mi arrivava più di un mormorio indecifrabile, filtrato e attutito dal laterocemento del solaio. Rumori più che parole. Rumori di monosillabi, di frasi brevi, quasi sempre nel tono della risposta più che della domanda. Non so perché ma ho sempre immaginato che a chiamarlo fosse la stessa persona. Un nipote lontano? Una sorella preoccupata? Qualcuno dell’assistenza sociale? Sul piccolo manifesto attaccato alla bacheca non ci sono riferimenti a parenti o amici che ne annunciano la dipartita. 

La sua morte avrà suscitato qualche emozione agli inquilini di questo palazzo? Saranno rimasti indifferenti? O invece, per non sentirsi indifferenti, faranno quella cosa di giocare con la propria coscienza – o spirito di autoconservazione – e fingeranno, o si costringeranno, per qualche istante di pensare a lui, di tentare molto blandamente di mettersi nei suoi panni, di raccogliere i pochi ricordi rimasti per imbastire uno pseudo sentimento di empatia, assemblandolo velocemente con quel che si ha sotto mano – il pensiero ai propri genitori che invecchiano, il ricordo della nonna che se ne è andata in un modo simile, ecc… – conservarlo il tempo di salire in macchina, arrivare al primo semaforo, e gettarlo fuori dal finestrino insieme a una bestemmia per quel rosso arrivato proprio quando tocca loro passare? Che è poi sempre indifferenza.

Per quanto mi riguarda la morte di Virgilio Morandi ha cambiato solo una cosa: il rumore. Non ce n’è più.

L’altro ieri, quando l’ambulanza è venuta a prenderlo – pare l’abbia chiamata lui stesso –  non c’è stata confusione o agitazione. Ho sentito i passi dei volontari, le ruote della barella attraversare la stanza, le parole dell’infermiere – “Cosa è successo? Cosa si sente?” – la risposta non si è capita, ci hanno detto dopo che s’è scusato per non averli aspettati in cortile e ha aggiunto qualcosa tipo: “Non riuscivo a fare le scale ma vi ho lasciato la porta aperta” – poi altri passi, almeno tre, quattro persone, tutti concentrati in un punto del soffitto che immagino corrispondesse al divano o alla sedia sulla quale l’uomo li aspettava. Hanno mormorato ancora qualcosa, una veloce verifica delle sue condizioni – chissà di cosa soffriva? – Infine li ho sentiti caricare la barella e uscire dall’appartamento. Poi non ho più sentito niente. Non c’è più nessun rumore da allora. Come se l’appartamento se ne fosse andato con lui.

Spesso, di notte, non dormo. Mi sveglio all’improvviso e non c’è verso di addormentarmi fino alle cinque di mattina. Penso a cose che non dovrei pensare. Non ho la forza di smettere o di alzarmi per fare altro. Prima, a volte – quasi sempre, in realtà – capitava che a un certo punto sentissi Virgilio Morandi – ma, devo dire la verità, non l’ho mai chiamato, nella mia testa, Virgilio Morandi; lo chiamavo “il tizio di sopra” oppure solo “Eccolo” – lo sentivo camminare per casa e la sua camminata riusciva a distrarmi perché nel silenzio della notte risultava abbastanza fastidiosa da costringermi a immaginarla. Credo che trascinasse i piedi, che portasse le pantofole o qualcosa del genere, i vecchi lo fanno, ma non in modo costante, da lumaca, assomigliavano più a strappi, come se usasse uno di quei cosi a quattro ruote sui quali si appoggiano per non cadere. Però non ho mai sentito il rumore delle ruote. La mia immaginazione dev’essere difettosa o poco sviluppata perché non sono mai riuscito a visualizzare una forma coerente al suono, a dargli un corpo. Quello che visualizzavo, dietro agli occhi chiusi, in mezzo ai brutti pensieri, era un mostro senza zampe con chiappe prensili e lunghe braccia, che si trascinava per la casa aggrappandosi a stipiti delle porte, lampadari in ferro battuto carichi di candele spente, maniglie di water, buchi nei muri, mobili e utensili di cucina. Lo vedevo gettarsi cibo e bevande nel grosso foro sopra la testa che aveva al posto della bocca e pisciare da orifizi nascosti sotto rotoli di lardo ascellare. Ci vorrebbe “uno bravo”, lo so, fatto sta che i cortocircuiti della mia fantasia riuscivano a scollegarmi dagli altri pensieri, molto più mostruosi, in qualche modo mi rilassavo e nel giro di… non so, poco tempo, trovavo la via del sonno. Il giorno è molto più lontano dalla notte di quel che sembra, è come se fossimo persone diverse. O forse la stessa persona ma abitata da due anime che non si incontrano mai, come me e Virgilio Morandi. Non ci avevo mai fatto tanto caso ma in effetti il rumore delle sue chiappe da mostro mi ha salvato. Magari non la vita. Magari, invece, sì. Di certo mi ha aiutato a superare le notti, certi pensieri più angoscianti di altri, presentarmi al giorno con un po’ di forze in più, tirare fino a sera senza droghe particolari. 

Adesso come farò?

Chi era, dunque, Virgilio Morandi? 

Il vecchio del terzo piano? Gli altri lo chiamavano così. Più o meno tutti, credo. Neanche un mese fa la mia vicina, quella bionda, mi ha detto: “Te lo sai chi è stato a scrivere in bacheca di non fare casino dopo le 11? Secondo me è stato il vecchio del terzo piano”. Cose così. Che poi lei, come me, non l’avrà neanche mai visto. Si sapeva che c’era un vecchio, punto. Da dove venisse l’informazione, chi se lo ricorda?

A pensarci bene, se l’annuncio in cortile non mi informasse che era un uomo, di quell’età, con quella faccia e che fino a due giorni fa era vivo e aveva un corpo, avrei potuto immaginarlo in qualunque modo. Oltre al mostro notturno, intendo. Poteva essere un fantasma, un soffitto magico, un’allucinazione. Era il cigolio delle porte, lo scorrere dei cassetti, il cozzare di ceramiche e vetro, tonfi improvvisi, squilli di telefono fisso, tapparelle scivolate dalle mani, rubinetti aperti. Passi. Colpi di tosse, starnuti, brusio leggerissimo di televisore acceso.

Era, a conti fatti, solo rumore.

Un essere immateriale prodotto dalla compressione e dalla rarefazione dell’aria, da vibrazioni e oscillazioni, esplosioni minime e grandi sospiri. Riverberi. Battiti, schiocchi. Soffi leggeri, lamenti sussurrati. Un essere fatto di onde sonore capace di attraversare i muri o di rimbalzarci contro, che modula i propri poteri in base a ciò che incontra, un’eco: che lascia le tracce del proprio allontanarsi.

Io sarò stato lo stesso per lui?

Forse non io, che i suoni che vengono da sotto sono più difficili da sentire, ma tutti gli altri? Erano solo rumori per lui?

Continuo a chiedermi: chi era Virgilio Morandi? Chi sono io per gli altri inquilini di questo palazzo? Io che abito qui da solo, che non posso dire di conoscere – davvero – nessuno di loro. Io che a casa non ci sono mai e quando ci sono, più che altro, dormo o tento di dormire. Sono un mostro anche io? Anche io sono il rumore di una pisciata alle quattro di mattina?

Sono io Virgilio Morandi?