Vella che assajea
“Bisognerebbe chiedere ai bambini e agli uccelli che sapore hanno le ciliegie e le fragole”.
J. W. Goethe
La prima volta che Isabella vide vella che assajea aveva undici anni. Prima di allora ne aveva sentito parlare dai suoi vecchi compagni delle elementari e dalla nonna, che, quella mattina, l’aiutò a infilarsi le calze e il suo maglione color anguria con un fervore che le parve insolito. La mamma aspettava fuori con il cesto tra le mani e il viso avvolto nella sciarpa. Insieme salirono le scale del paese; la mamma taceva sovrappensiero, il che significava che aveva dormito poco. Ogni anno lei e la nonna aspettavano quel momento con logorante trepidazione, tanto che, ai primi frutti della Limoncella, entrambe avevano preso a baciarne le bucce e a farsi il segno della croce.
Una volta giunte in piazza, Isabella scorse una ridda di persone disposta in fila indiana che sostava fin sotto il grande platano. Ognuna di loro aveva un cesto o una piccola carretta contenenti latte, frutta, e verdura; c’era perfino una ragazza che teneva una pecora per la corda. A mano a mano che si avvicinavano, Isabella sentiva la gente che commentava in attesa del proprio turno.
«Povera Rosetta. È il terzo anno che le va male.»
«Secondo me la colpa è del marito e di tutte le cicche che butta nel terreno.»
«Gliel’avevo detto di vendere quel campo. Vella che assaja non sbaglia mai.»
All’improvviso, un grido di gioia. La mamma di Mario, un bambino con cui Isabella andava in classe e che purtroppo ricopriva di caccole le gambe dei tavoli, aveva appena ricevuto la “benedizione”. Isabella vide la rabbia crescere negli occhi degli adulti, mentre la donna invitava i presenti a scendere al bar per farsi un bicchiere.
«Le va sempre bene», borbottava la gente tutt’attorno.
Isabella vide sua madre farsi il segno della croce e avanzare di un passo.
«Il prossimo» disse un uomo sulla sessantina robusto e barbuto.
Isabella lo guardò dal basso verso l’alto, e solo allora si accorse della vecchia accanto a lui. Una donna esile e di piccola statura, con la pelle delle mani talmente fina da intravedere l’osso; le palpebre erano sformate e mollicce, mentre le macchie sul suo viso ricordarono a Isabella le stesse che tappezzavano la pera spina. Una soffice criniera bianca, infine, splendeva su quel corpo diafano.
Sua madre si inchinò e porse la cesta. La vecchia allungò le dita all’interno del vimini ed estrasse una mela. In molti invidiavano il loro raccolto; gli alberi di Limoncelle si sviluppavano sull’intera superficie del campo di proprietà del nonno e le chiome espanse si notavano sin dall’imbocco del casello. Isabella vide le lenticelle color ruggine aggirarsi sotto il naso della vecchia, la superficie ruvida del frutto roteare nei pressi delle narici. Pensò alla nonna che metteva le mele tra il bucato per profumare i tessuti e al piacevole aroma che in un istante permeava la cucina. Infine, senza esitare troppo, lo scrocchio. Da una parte, il sospiro liberatorio di sua madre, dall’altra, lo sguardo vitreo e sieroso ‘e vella mentre assajea. Il movimento macchinoso della mascella triturava la polpa acidula senza emozione; un ritmo energico e cadenzato, mentre un rivolo di succo bianco fuoriusciva dagli angoli della bocca. La pecora belò, quasi che il silenzio dell’attesa la infastidisse. La vecchia ripose la mela nel cesto e, guardando la mamma, fece schioccare la lingua sul palato scuotendo la testa. Lungo la via del ritorno, come all’andata, nessuna parlò.
Col passare del Natale e l’arrivo della Pasqua, Isabella diventò la nuova vicina di banco di Mario. Il bambino parlava poco e studiava il giusto, un compagno perfetto, peccato solo per quella sua abitudine ripugnante che a stento controllava.
Un giorno, a ridosso delle vacanze estive, la campanella suonò, e, prima di lasciare la classe, Mario le chiese come andassero il lavoro nei campi e le vendite del raccolto.
«La mamma e la nonna stanno lì tutto il giorno» rispose lei, senza guardarlo.
«Si preparano per la vecchia? Mia madre mi ha detto che c’eri anche tu l’ultima volta.»
Isabella lo guardò, tirò il cordoncino dello zaino e annuì. In casa avevano smesso di parlare di quella donna, poiché le vendite in quegli otto mesi erano crollate a causa sua.
«Perché non ci fai un salto, prima che assaja?».
«Dove?».
«A casa della vecchia.»
«E perché dovrei andarci?».
Mario si mise lo zaino sulle spalle e provò a reprimere un sorriso.
«Magari trovi qualcosa di interessante» disse, incamminandosi verso l’uscita.
Imboccato il corridoio, si volse a guardarla.
«Lo sai dove abita?».
Isabella fece di no con la testa.
«Suppe ju crocione, in cima in cima», e se ne andò.
L’odore emanato dai sampietrini dopo un acquazzone riusciva sempre a infonderle coraggio. Lo preferiva a quelli delle mele e della legna che ardeva nel camino. La mamma saliva le scale con la cesta tra le braccia e lo sguardo cupo di chi presagisce una sventura.
Raggiunta la piazza, le due si misero in fila. La vecchia sembrava andare spedita, quasi che un anno in più le avesse affinato il gusto e accelerato i tempi di giudizio. Mentre Isabella assisteva all’inchino di sua madre, pensò che anche lei si sentiva diversa, più simile agli adulti che le stavano attorno, più incline ai loro sentimenti di odio e rivalsa. Quando vella fece schioccare la lingua scuotendo la testa, sua madre si allontanò, Isabella invece rimase inchiodata al suo posto.
«La mela che ha assaggiato non appartiene al nostro raccolto, ma al suo» disse, fissandola.
La vecchia parve accorgersi di lei e abbassò lo sguardo, l’uomo barbuto, invece, che Isabella aveva saputo essere suo figlio, la invitò a ripetere.
«La mela che ha assaggiato non appartiene al nostro raccolto, ma al suo» gridò stavolta, così che tutti la potessero sentire.
E mentre la mamma e i presenti si avvicinavano, Isabella buttò fuori tutto. Che il giorno prima era salita suppe ju crocione, che aveva rubato un cesto pieno di mele dall’orto della vecchia, che aveva visto entrare in casa sua la mamma di Mario, e che le aveva sentite parlottare da sotto la finestra delle famiglie del paese e della suddivisione dei loro guadagni. Isabella avrebbe voluto aggiungere che era una farabutta e che doveva vergognarsi per tutto quello che aveva fatto alla sua famiglia, ma non ne ebbe il tempo. La mamma la tirò a sé, salvandola dall’orda di gente che ora si scagliava contro la vecchia e suo figlio.
L’ultima volta che Isabella vide vella che assajea aveva dodici anni, e i sampietrini bagnati sprigionavano un effluvio talmente buono che la bambina identificò con l’odore della libertà.
A illustrare, un’immagine creata senza vergogna con una IA.