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Contagio

Autrice
Livia Del Gaudio
A scelta dello chef
Narrativa generale
9 gennaio 2025

L’appuntamento è in un caffè del centro, poco distante dal suo ufficio. Quando arrivo è seduto fuori, indossa un paio di occhiali da sole.
“Ti sei tagliata i capelli”.
Mi passo una mano sulla parte posteriore del collo risalendo in contropelo fino alla nuca.
“Quando?”
“Due o tre settimane fa”.
“Sei bella”.
Sposto la sua giacca e ruoto la sedia in modo da vedere la strada. Lui raccoglie lo zucchero dal fondo del caffè.
“Come mai questa novità?”
“I capelli?”
“Il bar”.
“Mi andava di stare con te”.
Solleva un sopracciglio e lascia andare il cucchiaino dentro la tazza. “Ci sono posti più adatti per stare con me”. Accavalla una gamba, poi piega la testa. Sta cercando di capire. Mi slaccio il cappotto e prima che lui abbia il tempo di chiedere altro mi abbandono a un sospiro: “Pensavo ti fossi dimenticato che faccia ho”.
Scuote la testa in un sorriso pieno di denti, di labbra e di pelle.“Invece ti ho riconosciuta già da lontano”.
“Potevi sbagliarti”, dico appoggiando i gomiti sul tavolo e avvicinando le gambe alle sue.
“Potevo sbagliarmi”, ripete lui trattenendo una risata. Lo guardo e nei suoi occhiali da sole c’è il mio viso. In questo momento stiamo vedendo la stessa cosa, è un pensiero che, da solo, potrebbe bastarmi. Ma la mia attenzione ritorna subito alla strada. “Facciamo un gioco”.
“Che gioco?”
“Fammi un ritratto”.
Arriccia le labbra: “Preferisco i giochi che si fanno in due”.
Gli sorrido e questa volta i miei occhi si fermano sulle sue spalle, sul movimento del petto oltre il bianco abbagliante della camicia. “Appunto. Io sto ferma e tu disegni”.
“Non ho il foglio”.
Prendo un tovagliolo, lo apro. Lo appiattisco e glielo porgo.
“Non ho la matita”.
Chiamo il cameriere, gli chiedo di prestarcene una. È di fretta. La matita rimbalza sul bordo del tavolo e cade.

*

Mi aspettavo di sentirne il rumore. Il colpo che fa un oggetto quando tocca terra, il suono secco della mina quando si spezza dentro il legno. Ma prima che me ne renda conto alla frattura si sostituisce il ricordo: scarto di lato e in un istante non sono più lì.
È il giorno del compleanno di mia figlia e tra le mani reggo una torta. Il fuoco delle sue quattro candeline trema a ogni passo, faccio attenzione a non spegnerle mentre attraverso il salotto fino al tavolo dove sono raccolti i bambini. Li sento battere le mani, cantare buon compleanno e appoggio la torta nel momento esatto in cui lei soffia sopra i suoi anni. Distribuisco i piatti e mi siedo in disparte, soddisfatta nel mio ruolo di mamma.
Appesi tra il bastone della tenda e il lampadario ci sono i disegni dei bambini. Mentre ero in cucina Giulia li ha cuciti insieme a formare un festone. Guardo il mosaico di casette storte e arcobaleni sospesi in aria. Ce n’è uno, il più vicino alla finestra, che continua ad attirare la mia attenzione.
“Come hai fatto?”, sento dire dietro di me. È la voce della mia amica.
“A fare cosa?”
“A riconoscere proprio quello di tua figlia!”, risponde entusiasta lei. “Te lo prendo? Mi ha detto che siete voi”.
Prima che possa impedirlo Giulia è già salita su una sedia per dividere il foglio da quello degli altri.
Il colore verde del prato; l’arancione del cielo, il rosso del sole.
So di aver considerato l’ipotesi di buttarlo insieme ai resti della festa.

*

“Quando mi pensi, qual è la prima cosa che ti viene in mente di me?”
“Quando ti penso”.
Mi guarda, riprende a disegnare.
“Sì. Un particolare fisico”.
Mi allungo verso di lui, gli sfilo gli occhiali e li indosso. Adesso la strada è coperta di fumo, i finestrini delle auto in coda hanno il colore del ferro.
“Non dovevi stare ferma?”
“La prima cosa che ti viene in mente”.
“Il tuo naso”, dice. “Mi viene in mente il tuo naso”. 
Ride.
“E il tuo culo”.

*

La prima immagine che ho di Lorenzo: una stanzetta del dipartimento di storia, la luce che entra di taglio dalla finestra posandosi su alcuni piccoli oggetti – un mazzo di chiavi, una penna stilografica, la copertina di un libro – e la sensazione generale di non essere presente, come se avessi ricostruito la scena a partire dal ricordo di un altro. Lorenzo leggeva il capitolo della tesi che gli avevo portato a revisionare, scriveva brevi note a margini del foglio senza mai alzare la testa. Ogni tanto mi chiedeva spiegazioni riguardo a una fonte bibliografica poco chiara, o di integrare il testo con qualche esempio. Io accoglievo le modifiche senza obiettare e intanto lo guardavo, interessata ai suoi gesti, al colore della sua camicia, alla leggera scia di sapone che intuivo provenire da lui. Senza aspettare che finisse di leggere, gli ho chiesto se avesse voglia di un caffè. Non credo che la mia proposta lo abbia colto impreparato; penso invece di averlo preceduto di poco ma la nostra mitologia familiare non vuole così. Ha sempre sostenuto di essersi accorto di me solo in quell’istante e che sia stato costretto a sbirciare il mio nome tra i fogli della tesi, per non fare la brutta figura di dovermelo chiedere.
Quella sera, dopo aver messo a dormire la bambina, ho mostrato a Lorenzo il disegno. Lui si è seduto sul divano scrollando le spalle: “I bambini della sua età non disegnano i volti”. “Non è vero”, ho insistito riprendendo in mano il foglio che lui aveva lasciato sul tavolo. “I figli di Giulia lo fanno”.
Ha tirato indietro la testa e per un istante ho pensato che si sarebbe messo a gridare ma poi ha soltanto sorriso. “Guarda: non ci sono neanche le mani. Vuoi dirmi che non riconosce le mani?”
Mi sono seduta accanto a lui tenendo il disegno sui bordi come se avessi paura di romperlo. La lampada alle mie spalle proiettava sulla carta un cono giallastro che rendeva opachi i colori ma evidenziava ogni singolo tratto. Cercavo di concentrarmi sui dettagli: le curve rotonde delle colline, i corpi allungati delle nuvole, il maglione azzurro di quella mamma stilizzata eppure bella che galleggiava in un cielo arancione. Ma il mio sguardo non faceva che ritornare ai tre ovali bianchi, le tre facce perfettamente vuote dentro le quali mia figlia non aveva disegnato niente.
Mi sono girata e Lorenzo ha abbassato la fronte, poi l’ha alzata di nuovo. La mascella serrata, il mento proteso. Credeva di sapere cosa stessi cercando, e si portava avanti nella lotta. Mi fissava provando a restare immobile ma nonostante il suo impegno lo vedevo perdersi, scavalcare la mia faccia e piegarsi di lato.
“Se insisti possiamo fare qualche accertamento”, ha detto alla fine. Gli ho preso la mano e dopo un attimo di esitazione anche lui ha risposto alla stretta. “Comunque, non facciamone un dramma”.

*

Disegna tenendo entrambi i gomiti sul tavolo, accucciato sul suo pezzo di carta come in trincea. Vorrei dare un’occhiata a quello che sta facendo ma non ci riesco, così sono costretta a chiedere.
“Raccontami quello che vedi”.
Lui solleva la fronte, strizza gli occhi per la luce.
“Vedo te”.
Te è troppo vago”.
Appoggia la matita sul tavolo, con il gomito copre il disegno. “Non saprei. Guardo. Mi basta guardare. Perché tante domande? È un gioco, no?”
“Il mio gioco”.
Lo sfioro sotto il tavolo.
“Andiamo da un’altra parte”, dice lui.
“Prima finisci”.
Allunga un braccio e mi posa una mano sulla nuca. Dovrebbe essere già passato mezzogiorno. Sento le sue dita tra i capelli, il pollice che scende lentamente verso il collo. Mi avvicino. Lui esita ma in un attimo decide che non gli importa. Posa le labbra sulle mie. Lo bacio con gli occhi aperti, guardando la strada.

*

Una settimana dopo la scoperta del disegno, sono andata a prendere mia figlia all’asilo. Nell’atrio mi ero guadagnata la seconda fila e aspettavo in disparte il suo arrivo quando ho visto il gruppetto di mamme delle sue compagne di classe. Le ho salutate con un rapido cenno della mano ed è stato facile rifiutare il loro invito ad avvicinarmi, per via della ressa che in quella giornata di pioggia sembrava lievitare più del solito. Una di loro mi ha sorriso indicando la testa e facendo il gesto di una forbice sotto l’orecchio. Ho distolto lo sguardo.
Per primi sono arrivati i più piccoli, e insieme a loro mia figlia. Le mamme si sono fatte avanti; piccole mani si accoppiavano senza incertezza a dita curate e bianche, gonfie e rossastre: ognuno si univa secondo la propria specie. Poi lentamente ogni coppia defluiva verso l’uscita. È rimasta soltanto lei, ferma al centro dell’atrio mentre le classi successive la incalzavano alle spalle.
Ho affondato le unghie nei pugni ma sono rimasta immobile, ben visibile, poco distante. Mia figlia si è guardata confusa attorno, i suoi occhi saettavano indifesi da un punto all’altro attraversando senza logica quei corpi di donne tutte uguali, poi ha iniziato a piangere. Si è avvicinata una maestra. L’ha presa per mano.
Via via che la scuola andava svuotandosi, il rituale perdeva d’intensità. I gesti si facevano più precisi e meno ansiosi. Qualche madre aveva il tempo di voltarsi verso la bambina piangente, rivolgerle una parola gentile, scuotere la testa in segno di disapprovazione per l’ingiustificabile ritardo di una sconosciuta.
Alla fine siamo rimaste soltanto in dieci. Sono riuscita a vedere il volto di ognuna di loro: gli sguardi imbarazzati, i movimenti trafelati e scomposti di quella manciata di donne attese senza impazienza, abituate alla delusione dei propri figli come all’impossibilità di strappare al lavoro una manciata di minuti per arrivare in orario. Poi la maestra che teneva la mia bambina per mano ha chiamato il mio nome. Soltanto a quel punto mi sono avvicinata.
Non so cosa abbia pensato quando ha capito che la donna che da più di un quarto d’ora le stava davanti era la madre della bambina. Mi ha chiesto un documento, e io senza guardarla gliel’ho dato. Mia figlia continuava a piangere.
“La mamma ha tagliato i capelli”, ho detto. “Guarda com’è bello il suo cappotto nuovo”.

*

Sullo sfondo, oltre il suo corpo, un ragazzo cammina tenendo al guinzaglio un cane. Un uomo in tuta corre sul marciapiede. Le cose accadono fuori da me, come su uno schermo. Lui si allontana e mi chiede:           
“Me lo lasci finire, il ritratto?”
“Certo”, rispondo.
Il mio sguardo è ancora fisso sulla strada, le sue dita ancora tra le mie.

*

L’ho sorpresa a toccare il mio cappotto. Frugava le tasche, tirava fuori gli scontrini appallottolati e li riapriva. Li guardava concentrata come se avesse saputo leggerli. Si rigirava tra le mani gli spiccioli dei centesimi e li rimetteva al loro posto. Cercava le prove. Mi sono schiarita la voce ed è scappata via, una bestiola messa in fuga dal rumore maldestro del cacciatore.
Per qualche giorno si è comportata in maniera strana. Evitava di toccarmi; mi trattava con sospetto; quando Lorenzo tornava dal lavoro gli correva immediatamente incontro come non aveva mai fatto. Ho finto che non ci fosse nulla di diverso fino a quando tutto è davvero tornato come prima.
Un pomeriggio, eravamo al supermercato, si è fermata in mezzo agli scaffali. Il corridoio era stretto e dietro di me si era formata una discreta coda. Il carrello mi impediva di avvicinarmi e non potevo fare altro che insistere perché si muovesse. Ma lei rimaneva ferma, con le dita si torturava l’orlo della gonna. Credevo che sarebbe rimasta lì per sempre quando con uno scatto si è fatta da parte e mi ha permesso di passare. Si è aggrappata alla mia manica tirandomi verso di sé per sussurrarmi: “Sei davvero tu, la mia mamma?”

*

È girato verso di me, lui non può vedere la strada. Protetta dagli occhiali, mi concentro su pensieri innocui: il pranzo, il merluzzo da scongelare, il pane da comprare prima di tornare a casa. Potrei ancora andarmene. Guardo un manifesto incollato a una locandina, ne decifro le scritte. Seguo il contorno di un’ombra sulla facciata di un palazzo. Poi qualcosa mi cattura. È un istante.
Soltanto io mi accorgo di loro.

*

Ho raccontato a Lorenzo il sogno che faccio da un po’ di tempo. Cammino senza meta in una città sconosciuta attraversando vicoli bui, quando realizzo di essermi persa. Avverto un’ombra alle spalle e inizio a correre ma la strada finisce e mi ritrovo all’estremità di un molo. Davanti a me soltanto la superficie piatta del mare. Osservo l’acqua paralizzata dal terrore, incapace di tuffarmi eppure certa che quella sia la mia unica possibilità di salvezza. Poi sull’orizzonte spunta una barca. Una gondola guidata da una donna che tiene tra le mani una lanterna. La barca si avvicina e io prendo la cima, tiro la prua verso il molo. Sono a pochi metri dalla gondola quando mi accorgo che quella donna sono io. Cerco la mia faccia ma non vedo niente. La donna mi afferra un polso, mi obbliga a salire.
“Tutto qui?”, mi ha detto Lorenzo.
“Sì”, gli ho risposto.
È rimasto in silenzio, le lenzuola che scricchiolavano attorno al suo corpo mentre io osservavo immobile un punto qualsiasi del soffitto. Ha tastato lo spazio che ci separava fino a trovare la mia mano. Mi sono ritratta. Ha reagito come una molla: “Tratti la gente come un contagio”.
Ho chiuso gli occhi senza respirare. Non la gente, ho pensato.

*

Li guardo avanzare sul marciapiede: l’uomo alto con la giacca marrone e la bambina al suo fianco. Lui un poco inclinato in avanti, lei che sembra in equilibrio sulle punte. Sento il respiro ridursi a un fischio e per lunghi istanti non avverto più niente. Sono soltanto un occhio, una lente che  ingrandisce sul vetrino mentre loro camminano indifferenti. Gli sguardi che si posano ovunque senza che niente riesca a sfiorarli. Anche su di me. Mi sfilo gli occhiali, mostro il mio volto. Sono così vicini che quando mia figlia mi supera senza riconoscermi riesco a stento a frenare l’istinto di chiudere la cerniera della sua cartella aperta.
Mi giro, li seguo passare.
“Cosa c’è?”
Non rispondo e continuo a fissare il punto verso il quale si stanno allontanando. Dentro di me prego che almeno lei si fermi, chiami il mio nome, riconosca il mio tradimento. 
“Che succede?”
“Niente”, ma la mia voce si sente appena.
Si avvicina, mi tocca una spalla. Con la coda dell’occhio percepisco qualcosa cadere. È la mia faccia, imprigionata dentro il tovagliolo. Lui si abbassa a raccoglierla ma non è abbastanza veloce. Il vento la solleva e la spinge verso la carreggiata dove un’auto la investe, senza fermarsi.
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Nota
La Prosopagnosia è una patologia che comporta l’incapacità parziale o totale di riconoscere le persone attraverso il volto. È stato stimato che coinvolga circa il 2.5-3% della popolazione. Le cause sono ancora da chiarire, ma esiste una componente genetica secondo cui i genitori prosopagnosici tendono a trasmetterla ai discendenti.

A illustrare, Les amants, René Magritte (1928)

Livia Del Gaudio ha studiato e lavorato come architetto; ora insegna storia dell’arte nelle scuole superiori. Nel 2021 ha fondato con Aurora Dell’Oro la rivista online “In allarmata radura”. Ha scritto racconti e saggi, alcuni dei quali pubblicati su riviste online e cartacee. Nel 2024 è uscita la novella “Edwin Land. L’uomo della luce” (Coppola editore) e “L’ora senza ombre” (Pidgin edizioni) antologia con la curatela di In allarmata radura. Collabora come critica d’arte con diversi illustratori e fotografi.