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80 arabica 20 robusta

Autore
Orlando Vuono
Ciclo #21 - Spaghetti senza senso
Narrativa generale
20 marzo 2025

Torno a casa con una scatola di Caffè Baldo da 150 cialde e viene fuori che Paola è stufa marcia di Caffè Baldo. Dirmelo prima no, eh? Ma non ho fatto in tempo a recriminare nulla perché nel frattempo lei ha trasformato una scatola di cialde in un paccobomba sentimentale.
«Ancora non l’hai capito, che mi fa schifo?»
«Da cosa dovevo capirlo?»
«Magari dal fatto che non lo bevo mai senza latte.»
«Eh, pensavo ti piacesse il latte…»
«Oppure dalla faccia che faccio quando lo bevo.»
«La faccia?»
«È che ormai non mi guardi neanche. Io non esisto.»
«Ma sì che esisti. Stiamo discutendo: se non esistessi non discuteremmo.»
«Ormai il nostro rapporto si è ridotto a questo.»
«Mi sembra che stai un attimino esagerando.»
«Esagero sempre, io. È sempre colpa mia che esagero.»
«Non ho detto questo. È che.»
«Mi guardi solo quando litighiamo, ma il problema sono io che esagero.»
«Paola, per favore. Se il problema è il caffè, cambiamo caffè.»
«Non so se è il caffè.»
«Però lo vedi che esageri? Tra l’altro, sto caffè, non mi piace manco a me.»
«Allora perché l’hai preso per la centesima volta?»
«Boh, per abitudine.»
«Qua, di abitudine, prima o poi si muore.»
«Hai ragione. Io ce ne metto due di zucchero, per ingoiarlo.»
«Pensa io, che lo bevo senza zucchero.»
«Ma con il latte.»
«Per forza.»
«Senti. Vado a comprarne subito un altro.»
«Quelli industriali no, ti prego.»
«Per carità. Vado al negozietto di cialde.»
«Sì, ma cambia negozio.»
«Infatti. Ne cerco un altro. Questo, però, l’ho pagato 25 euro…»
«Tranquillo, non lo butto. Però magari lo alterniamo con qualcosa di decente per rifarci le papille gustative.»

Potrei entrare in un negozio qualsiasi, ma sento che la posta in gioco è troppo alta per affidarmi al caso. Cerco il negozio perfetto su Google Maps.
Decidere non è facile. Di certo non posso basarmi sulle stelle. Tutti i negozi nell’arco di due chilometri oscillano tra 4,7 e 5 stelle. Com’è possibile? Dev’esserci lo zampino di amici e parenti. Bè, anch’io, se avessi un negozio del genere, chiederei a tutti di darmi una mano: cinque stelle, cinque cialde gratis.
Anche le foto sono inutili: questi negozi sono tutti uguali: un’unica stanza, pacchi di capsule da una parte, pacchi di cialde dall’altra, prodotti regionali in cassa, una zona con macchinette bicchierini e palette di plastica per gli assaggi, annunci di offerte irrinunciabili, profumatori a bastoncini, poster di chicchi di caffè o di tazzine cremose e fumanti.
L’unica, sarebbe affidarsi alle recensioni, se non fossero così sintetiche, così generiche, così infarcite di cuoricini e pollicioni. In cinque minuti ne avrò lette centinaia. Pare che ogni negozio sia super fornito, strepitoso, top, un concentrato di prelibatezze, una piacevole scoperta, con personale gentile, prezzi modici, caffè buono.
Finalmente, incappo su I Chicchi di Rob. Tra la Tuscolana e l’Appia Nuova, a sette minuti a piedi. Dalle foto e dalle stelle, sembra uno dei soliti negozi di cialde; dalle recensioni, no. Qualcuno descrive Rob come affabile, competente, generoso; il mio cialdarolo di fiducia; il mio spacciatore di capsule; un uomo che ama il caffè come io amo er pupone. C’è chi arriva dall’Eur e dai Parioli per farsi vendere il caffè da Rob. La gente, a Roma, che tira in mezzo l’ottavo re di Roma, Totti, e che si fa chilometri e chilometri di traffico e semafori: vado.

Me l’aspettavo diverso, Rob. È pelato, e io tendo a diffidare dei pelati. Però da come parla con il cliente in cassa, e dall’affetto con cui si salutano, devo riconoscerlo: ci sa fare. Mentre gli altri negozi espongono decine di scatoloni di quattro o cinque marche di caffè, qui c’è uno scatolone per marca, ma le marche saranno una ventina e tutte, almeno per me, sconosciute. Smarrito ma al tempo stesso elettrizzato, guardo i nomi, i loghi, i prezzi.
«Buongiorno. Cosa cerca?»
«Caffè.»
«Ah… Allora è nel posto giusto.»
«Sembra di sì. Ma c’è troppa scelta.»
«L’aiuto io. Che tipo di caffè le piace?»
«Non saprei. Boh, buono.»
«Qua sono tutti buoni. Niente ciofeche. Solo miscele di alta qualità. Consideri che almeno una volta al mese vado a Napoli, Salerno, Torino, quando posso anche a Palermo e Trieste. Faccio il tour delle torrefazioni e mi faccio mandare solo quello che merita davvero.»
«Complimenti. Quindi dove pesco, pesco bene.»
«Benissimo. La qualità non si discute, poi bisogna vedere cosa piace al cliente. Lei in genere cosa beve?»
«Caffè Baldo. Ma voglio cambiare subito.»
«E fa bene. Non le dico come lo fanno, quello.»
«In che senso?»
«Gliela faccio breve: scarti al cubo.»
«…»
«Scarti di scarti di scarti.»
«Infatti vorrei qualcosa di migliore.»
«A lei cosa piace?»
«Eh, non saprei…»
«Forte o leggero?»
«Guardi, non lo so. Forse una via di mezzo.»
«Benissimo. Le piace morbido?»
«Credo di sì.»
«Magari caramelloso, come questo: Dolce Vita, 80 arabica 20 robusta.»
«No, caramelloso no.»
«Ok, uno l’abbiamo escluso. Lo preferisce fruttato, cioccolatoso o speziato?»
«Direi… non speziato.»
«Allora le posso proporre Mare Di Seta: 90 arabica, giusto un 10% di robusta a dargli cremosità. Si sentono gli agrumi, si sente il gelsomino…»
«…»
«Oppure un altro siciliano. Eccolo: Malavoglia. Un po’ più strutturato, 20 di robusta, però resta morbido e avvolge il palato con sentori di pistacchio e miele.»
«…»
«Altrimenti saliamo al nord. Vecia Trieste: 70 arabica 30 robusta. All’inizio arriva il cioccolato, dopo mezzo minuto la liquirizia. In ritardo, ma arriva.»
«…»
«Oppure questo: Mezzanotte. Nocciola e cannella. Diciamo che può lasciare un po’ straniti, è un caffè enigmatico. Sia chiaro: enigmatico in senso positivo. Ma per apprezzarlo bisogna essere aperti al mistero, non so se mi spiego.»
«Forse non è il mio caso.»
«Allora lasciamolo perdere e vediamo… dov’è… sì, questo. Badolato Gran Riserva: 60 arabica, 40 robusta, forte, deciso, sa di pane integrale appena tostato.»
«Ok.»
«Sennò questo. Si chiama Guerrisi, ma io lo chiamo Cuba Libre.»
«Ah…»
«Sembra un caffè classico, leggermente agrumato, ma poi ecco una ventata di rum.»
«Rum?»
«Sì, ma non è alcolico, stia tranquillo. Una ventata dolce, una carezza. Una carezza di rum.»
«Non lo so. La mia compagna odia il rum e tutti i dolci al rum.»
«Certo. Finora cosa teniamo?»
«Direi quello. E quello.»
«Vecia Trieste e Malavoglia, bene. Ah, me ne stavo dimenticando uno che potrebbe fare al caso vostro. Attenzione però: questo non è da bere.»
«…»
«È un caffè da ascoltare. Eccolo.»
«Paloma Negra.»
«Sì, Paloma Negra: 80 arabica 20 robusta, come Malavoglia, però qui, la robusta, non è una robusta qualsiasi: è una robusta di Bahia. E l’arabica proviene da Cuzco, la capitale degli Inca: terreni vulcanici a 1850 metri di altitudine, maturazione lenta, zero pesticidi, chicchi raccolti da manos campesinas. Un caffè vellutato, morbido, rotondo: come piace a lei. Al primo sorso, una colata di cioccolato fondente. Poi, una fiammata di mora selvatica. E quando pensa che sia finita, il colpo di scena: l’eco di un camino appena spento.»

Per la seconda volta in un giorno, torno a casa con 150 cialde. Esibisco la scatola-trofeo con il sorriso di chi ha vinto le Olimpiadi. Paola si avvicina incuriosita. Mentre metto delle cialde nel dispenser verticale, le accenno di Rob, ma è solo il trailer del racconto che prometto di farle dopo la doccia.
A cena, parlando di Rob e dei suoi caffè, mi infervoro, anche se non ricordo con esattezza né i nomi delle marche né le sue descrizioni. Trasformo Mare Di Seta in Mar Di Lino, le carezze di rum in tocchi di rum, il pane integrale appena tostato in pane appena sfornato. Di Paloma Negra sottolineo l’assenza di pesticidi, l’altitudine, l’anima brasiliana e peruviana, però il cioccolato non è più fondente, la mora non è più selvatica, e soprattutto: il camino spento è un camino spento, non un’eco di un camino appena spento. Paola si fa comunque contagiare dal mio entusiasmo e propone di assaggiarlo subito. Se non fossero le nove e mezza, lo farei. Perché rischiare l’insonnia quando manca così poco a colazione?
Io, di insonnia, ci soffro. Almeno una volta al mese passo la notte in bianco. Paola lo sa, e infatti accetta di rinviare la degustazione a domani.
Peccato che per tutta la notte non ho fatto altro che immaginarmi pelato: Paola giurava di amarmi, ma presto mi lasciava; il mio ufficio andava a uno stagista, e io tornavo nel salone comune; molti, guardando la forma del mio cranio, pensavano alla morte. Quella di perdere i capelli è una paura cretina, lo so, ma saperlo non basta a superarla, non basta a dormire.
Mi alzo alle sei e un quarto, tanto che senso ha aspettare le sette? I capelli ci sono ancora, ma sono più rincoglionito che mai. Vorrei darmi malato. Non posso: rischio di farmi fregare davvero dagli stagisti.
Sarà una giornataccia, ma almeno posso cominciarla bene. Vado in cucina. Accendo la macchinetta e le faccio fare un giro a vuoto per scaldarla. Scarto una cialda, l’annuso e la inserisco nella morsa della macchinetta. Abbasso la leva. Sistemo la tazzina. Avvio la macchinetta e ammiro la discesa del caffè caldo, cremoso, rotondo. Un cucchiaino di zucchero, una decina di giri. Faccio un sorso, chiudo gli occhi: il cioccolato è un mondo nuovo, è l’America, è l’Inca per lo spagnolo, lo spagnolo per l’Inca. Un sorso alla volta, sento e vedo qualcosa in più: un condor nel vento, mandrie di alpaca che brucano erba, le rovine di Machu Picchu al tramonto, more selvatiche appena raccolte dagli sciamani. L’ultimo sorso mi porta su una spiaggia tropicale: è notte, una donna danza, rischiarata dalla luna, dalle stelle, dal falò, e io la guardo danzare.
Sento un’energia che non dovrei avere: come se in un minuto avessi dormito otto ore. Prendo la bustina per buttarla nella plastica, la giro: non è possibile: Caffè Baldo. Ma come? Cerco la bustina di Paloma Negra, magari è caduta. Niente. Guardo il dispenser. Lo apro. Le cialde di Paloma Negra sono in alto; quelle di Caffè Baldo in basso, pronte a uscire per prime. Ho bevuto la solita ciofeca. Scarti di scarti di scarti.
«Che profumino…»
«Già sveglia?»
«Mi ha svegliato il profumo di caffè.»
«Resta a letto, te lo porto lì.»
«Non me lo faccio dire due volte.»
«Arrivo.»
Scarto un’altra cialda di Caffè Baldo. Sistemo la tazzina, la riempio e gliela porto a letto. Paola la guarda, l’annusa, l’assaggia: sorride.
«Oh, finalmente!»
«Buono, eh?»
«Buonissimo. Mai più Baldo.»
«Certo, mai più.»