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Come se avessimo tempo

Autore
Giulio Lepri
Ciclo #22 - Spaghetti Fuel
Narrativa generale
6 giugno 2025

I like the ones who say they listen to the punk rock
I like the kids who fight against how they were brought up
They hate the trends and think it’s fucked to care
It’s cool when they piss people off with what they wear, oh, yeah
“Give me one good reason, Blink-182”

Ruote veloci che girano sull’asfalto grigio, zic-zac, come sfreccia il Phantom fra il buio dei lungarni! Giulio si appende con forza alla giacca Carhartt di Mattia. Ammira il proprio riflesso distopicamente squadrato nel casco dell’amico, sul quale svetta imperioso un adesivo da corsa: “36”. La visiera abbassata gli nasconde l’espressione. Ma tanto Giulio lo sa che faccia c’è sotto. Quella mezza smorfia in bilico tra un sorriso e un agguato, era stato impossibile non diventargli subito amico.
Mattia alza la visiera e parla controvento: «A che ora era?»
«Otto e mezza.»
L’amico sbircia il sector: venti e quarantadue.
«Ma chi la fa una festa alle otto e mezza?»
«Il Mae.»
«Si fotta… ma almeno qualche ragazza ci va?»
«Boh… so che ci va la Ricci. Ma glielo abbiamo preso un regalo?»
«Che è ’sto plurale, dovevi prenderlo tu.»
«E quando lo abbiamo deciso?»
«Il patto era: io ci metto il motorino e tu il regalo… Quindi siamo in ritardo e senza regalo?»
«È un problema?»
«Con ’ste facce qui è sempre un problema.»
Torsione di polso, Mattia spinge duro sul gas e go, go, go! come l’ottava traccia di Blink-182, l’omonimo album della band di San Diego. Ma tempo una ventina di metri che il cielo ha altri piani.
Dapprima poche gocce, che se non fosse febbraio uno darebbe anche la colpa all’umidità estiva. Poi la secchiata.
Improvvisa, violenta. Nemmeno il tempo di contare fino a dieci che i due caballeros sono fradici come stronzi in un water. L’insegna blu e arancione del benzinaio appare come un miraggio urbano.
Leggera piega dello sterzo, asse che si inclina a destra e il bolide porta in salvo i ragazzi sotto l’ampia tettoia del distributore.
«Guardiamo il lato positivo» fa Giulio sfilandosi il casco, «adesso abbiamo una scusa decente per il ritardo.»
«Sì, e il regalo?»
«Lo abbiamo sacrificato agli dei per arrivare alla festa.»
Mattia cerca le Lucky Strike nel giubbotto, ne accende una e tira forte. Guarda i capelli di Giulio spiaccicati dal casco, ci passa una mano e glieli scompiglia: «Tiè, ora sei di nuovo una rockstar… Ma com’è che arrivo sempre tardi con te?»
«Perché così stiamo più tempo insieme, mi amor».
Giulio ridacchia, Mattia lo sfanculizza con un gesto della mano.
«Non è tipo l’ultimo posto al mondo dove fumare una sigaretta questo?», commenta Giulio.
Sfanculizzata numero due, mentre la pioggia passa dalle secchiate alle vasche da bagno. Il ticchettio è fitto come la rullata di Jimmy Chamberlin sull’attacco di Cherub Rock. Mattia strizza gli occhi da bravo miope, ma diottrie o meno è impossibile vedere qualcosa. La luce dei lampioni dall’altro lato della strada è un’unica nebbia di neon giallo, le poche macchine che passano sono macchine solo per il rumore che fanno, altrimenti sembrano dei lenzuoli neri sfuocati, come grandi fantasmi senza meta.

Il ronzio di una marmitta ben poco catalitica preannuncia l’ingresso di un booster Malaguti con a bordo due ragazze. Anche loro sono fradice, anche loro vestono pantaloni larghi da skate e felpe della Fruit. Portano dei caschi a padellino, e quando li levano hanno i capelli completamente bagnati. La più bassa ha un taglio corto, scalato sulle guance, di una sfumatura indecifrabile tra il biondo e il rosso, sembra la pelliccia di uno scoiattolo uscita dalla lavatrice. L’altra ha gli occhi verdi come l’uranio dei Simpson, i capelli lunghi neri e un piercing ad anello preciso a metà labbro. Giulio, con i suoi quindici anni di presenza nel mondo dei viventi, non ha ancora affinato tutti gli strumenti che servono per dire quali siano le ragazze carine con sicumera, ma se qualcuno glielo chiedesse direbbe che sì, sembrano proprio carine.
Mattia si appoggia allo sterzo, impugna la sigaretta fra pollice e indice e fa un tiro. Parla mentre il fumo gli esce dalla bocca: «Bel tempo di merda, eh?».
«Già» dice lo scoiattolo, «Dovevamo andare al cinema, ma mi sa che ce lo perdiamo».
«Azz… a vedere?»
«Una roba con Keanu Reeves.»
«Schiva le pallottole anche qui?» chiede Giulio.
«Boh, ci vado perché piace a lei, io preferisco gli horror.»
«Oh, grande» gioisce Mattia, «ma allora andate a vedere Boogeyman, quello è pregio.»
«No, per carità» interviene Piercing, «non li sopporto i film di paura.»
Giulio ride.
«L’unica persona che conosco che li chiama film di paura è mia nonna» ma prima che un Dr. Martens numero 37 possa centrarlo in piena fronte, recupera terreno: «Però sono d’accordo, non capisco perché si debba pagare un biglietto per avere un infarto».
«Come vi chiamate?»
«Giulio, mentre lui è…»
«Bettis», dice Mattia mentre riduce la distanza per tendere la mano alle tipe. Giulio scuote la testa.
«È la prima volta che sento un nome del genere» dice Scoiattolo, «da dove viene?».
«Dalla sua coglionaggine» lo sputtana il minchione avvicinandosi, «si chiama Mattia ma per qualche motivo è convinto che Bettis faccia figo. Bettis e il numero 36».
«Sei un ragazzino veramente superficiale» sottolinea Mattia con un risentimento caricaturale.
Le tipe ridacchiano. «Avete una sigaretta anche per noi?» chiede Piercing indicando la Lucky Strike penzolante fra le labbra di Bettis-Mattia.
«Certo ladies, ma non le avrete mai da lui. Perché oltre che stronzo, è pure salutista.»
«Ma non è vero! Qualche volta fumo.»
«È vero» dice Mattia mentre accende le paglie con un gesto scenico dello Zippo, «fuma un sacco alle feste. Tipo quella a cui dovevamo andare e di cui ti sei dimenticato il regalo.»
«Ti sei dimenticato il regalo?» fa Scoiattolo.
«Eh, capite con che pusillanime devo rapportarmi?»
«Eh no, Giulio, non si fa» fa eco Piercing.
«Eh già, eh già… ma non disperate, questo avanzo di pochezza ha anche qualche qualità. Tipo se fate così…» Mattia gli passa una mano fra i capelli spettinandolo follemente, «sembra il cantante dei Sum-41.»
Ridono tutti e quattro.

Mentre la pioggia li avvolge ai quattro lati come un drappeggio frusciante, la conversazione scivola agile fra le più disparate turbe giovanili: la scuola che ruba l’anima e la dignità; l’eterna sfida al peggio schifo tra latino e matematica; l’attesa per il nuovo disco dei System Of A Down che sono fermi dal 2002, l’ultimo anno della lira. Piercing ascolta un botto i Green Day, Mattia dice che li trova sopravvalutati, Offspring tutta la vita. Giulio dà fondo a tutte le cazzate che gli vengono in mente e Scoiattolo solo adesso si rende conto che il benzinaio è l’ultimo posto al mondo dove converrebbe fumarsi una sizza.
Forse un’ora, un’ora e mezza. Poi il cielo si riprende spazio spingendo la pioggia più in là e restano quattro pirati post-punk sotto il neon sfarfallante del distributore, come in una scena di un film americano, ma con le zanzare e l’odore della gomma bagnata.
Come finisce la pioggia finisce anche il momento. Le ragazze salgono in motorino.
«Ci si vede» dicono, mentre Maverick e Goose le salutano con un gesto vago, come se avessero tutto il tempo del mondo.
E invece il tempo è finito e come risvegliato da un sogno lisergico Mattia prende Giulio per le spalle: «Ma siamo veramente i Gran Visir di tutti i coglioni!»
«Perché?»
«Ma diobono, non abbiamo chiesto il numero, né come si chiamassero… Un cazzo! ‘O come le ritroviamo?»
I porca puttana fischiano nell’aria come petardi a capodanno, i due pistoleri a salve si accusano di reciproche deficienze, si minacciano schiaffi, e pedate-nel-culo vengono valutate dalle reciproche commissioni interdisciplinari site nella corteccia prefrontale.
Poi la resa, la risata prima rassegnata e infine genuinamente divertita.
«Mi sa che dal Mae, ormai…»
«Birretta e a casa?»
«Affare fatto.»
Caschi di nuovo allacciati, pantaloni ancora fastidiosamente molli e il motore che scoppietta gagliardo. I due nottambuli fanno il salto a velocità luce verso la città. C’è un po’ di strada tra loro e due pinte di doppio malto scozzese, fa che non piova. 

Alcuni sostengono che non ci sia paesaggio più bello della campagna toscana. Vedere i riflessi della luce tramontare sul fieno, l’imbrunire degli ulivi in autunno, il collo dei girasoli che si torcono per una disperata fotosintesi. Giulio non l’ha mai capito fino in fondo. Magari perché c’è nato dà per scontato tutto questo. La cosa che lo colpisce veramente sono gli odori che sente tagliando la campagna in motorino, abbracciato a Mattia, sulla sella del suo Phantom. Lo scarico della marmitta che incontra l’odore del mais, o almeno quello che lui pensa sia il mais. Non ha mai annusato una spiga di grano eppure ci abita in mezzo. È tutto lì. Deve solo allungare la mano.

A illustrare, un frame dal film “Scemo & più scemo” (1994)