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I serpenti non hanno chiese

Autrice
Deborah D'Addetta
Ciclo #22 - Spaghetti Fuel
Narrativa generale
29 maggio 2025

Sonora. Si chiama così, questo posto. È ironico perché dovrebbe cantare, suonare, o almeno parlare, ma tace. Sceglie un silenzio grave e oppressivo, senza spartito. La verità è che sono una bugiarda, una narratrice inaffidabile: di notte, il deserto canta eccome, e suona, e parla.
Di notte, Sonora, si trasforma in una stonatura.
Potrebbe apparire forzato, ma è il mio modo di interpretare l’ululato del coyote, il frullio delle ali dei pipistrelli, l’adulazione frusciante che i serpenti del latte operano sul terreno mangiato dalla polvere.
Giallo-nero-rosso-nero-giallo-nero: sono i colori della sua pelle. Non so nemmeno se sia velenoso, ma ho sognato che mi mordeva alla caviglia e il suo veleno iniettava allucinazioni e dissonanze. Lampi al neon trasformavano il deserto in un arazzo di fiori carnivori.

Non ricordo quando sono partita. Ricordo solo che volevo allontanarmi dalla città. Ho preso la vecchia Dodge Challenger di mio padre – che lui chiama affettuosamente Kowalski – e ho imboccato la I-10.
Dopo Arizona City mi sono persa.
Penso al suo nome, Sonora. Ho detto “si chiama così”. Avrei potuto cambiare formula e dire “lo chiamano così”, ma più ci penso, più ho l’impressione che questo sia uno di quei posti che non hanno la docilità di attendere qualcuno per manifestare il proprio nome.

Prima di perdermi ero ferma a una stazione Shell per fare benzina, allora ho cercato su Google l’etimologia di Sonora: una prima corrente afferma che derivi dal nome dato al territorio quando un certo Nuño Beltrán de Guzmán – esploratore spagnolo – attraversò il fiume Yaqui il 7 ottobre 1531, il giorno di Nuestra Señora del Rosario; un’altra versione afferma che Álvar Núñez Cabeza de Vaca – altro avventuriero spagnolo – si fece strada fin qui portando un’immagine di Nuestra Señora de las Angustias su un panno. Si imbatté nel popolo degli Opata che non riuscì a pronunciare señora e lo storpiò in sonora.
Pensavo a questo mentre guardavo i numeri rincorrersi sullo schermo della pompa di benzina: c’entra sempre qualcosa che non sappiamo dire.

Contavo di arrivare al cratere El Elegante, fermarmi per un po’ e poi tornare indietro ma, come ho detto, mi sono persa, il telefono è morto e la benzina è finita. Forse ho voluto perdermi. Non ho ricaricato il cellulare. Alla Shell non ho fatto il pieno. Avrei dovuto prevedere che sei ore di strada mi avrebbero lasciata a secco. L’avevo intuito mentre leggevo di Nuestra Señora de las Angustias, ma poi le cose che non sappiamo dire hanno preso il sopravvento e ho pensato che sì, me la sarei cavata lo stesso anche se mi fossi persa nel deserto di Sonora.
*
Di notte fa freddo. Mi rannicchio con le ginocchia contro il volante mentre sorseggio una Dr. Pepper sfiatata. Sonora ha appena cominciato a cantare. Sono ferma in una sterpaglia sapendo solo di avere alle spalle la sagoma imponente del Baboquivari Peak. È una montagna a forma di molare. Non devo essere molto lontana da casa e questa certezza mi conforta e mi deprime, perché se dovrò morire non sarà in modo spettacolare ma misero, come quelle persone che cadono dalle scale o crepano per una congestione o si arrendono alla vecchiaia.
Mi chiedo perché si dica sempre che bisogna vivere la vita appieno, mentre per la morte questo non vale mai. Perché il modo in cui lasciamo il mondo conterebbe meno? Che senso ha aver goduto dell’esistenza se poi ci tocca crepare pisciandoci nel letto?
Io non morirò pisciandomi nel letto.

Osservo il cielo che è una distesa infinita di asterischi bianchi raggrumati sulla spina dorsale della Via Lattea. È talmente bella che mi fa male il petto. Poi altri due asterischi – giallo fluo – occhieggiano di fianco a me, appena fuori dallo sportello. Sento la gola stringersi, vado in apnea per qualche istante. Gli asterischi non si muovono. Non vorrei guardarli ma non ho nemmeno il coraggio di perderli di vista, perciò allungo la mano verso il cruscotto e a tentoni cerco la torcia. Quando riesco a trovarla e ad accenderla, la punto e mi accorgo che non sono più sola, che insieme a me c’è un coyote.
Riprendo fiato, cercando di controllare il tremolio delle mani, e mi dico che il coyote è come un cane, no? solo più magro, affusolato, che non mi farà niente e che sono chiusa nella Dodge, questa stupida Dodge che mio padre chiama Kowalski.
È una cosa che so dire perciò comincio a ripeterla sussurrando.
KowalskiKowalskiKowalskiKowalskiKowalskiKowalskiKowalski.
Il coyote mi fissa. Non si muove, le orecchie aguzze puntate in alto. So che è carnivoro, come me, e che in una circostanza estrema potremmo essere costretti a contenderci il cibo. Una circostanza estrema, penso. Mi rendo conto che questa lo è e che diventerà presto una questione di sopravvivenza.
Mi spavento quando mi rendo conto che sto sorridendo. Forse non morirò pisciandomi addosso, ma sbranata da un coyote. Il pensiero mi dà il coraggio di aprire la portiera e scendere dall’auto.

Il canto di Sonora mi abbraccia: un leggero vento fruscia tra i cactus; una lucertola spinosa zampetta tra gli arbusti; la Via Lattea si contorce, pulsando; a mille piedi sopra la mia testa un’aquila grida. Il coyote continua a rimanere immobile. Spengo la torcia. I miei occhi piano piano si abituano all’oscurità. Non c’è luna, è pieno buio, eppure riesco a distinguere la sinuosa forma di un serpente del latte che striscia verso di me. Fondo rosso, fasce nere e gialle e una lingua sottile che saggia la polvere. Sta cercando la mia caviglia. Gliela offro mentre il coyote mi sorride.
Lo spartito del deserto si tinge di due piccole macchie di sangue, due note identiche che nutrono questo luogo arido e sconosciuto che ha deciso di venire al mondo e offrirsi al peccato facendosi chiamare Sonora.
Il dolore aguzzo mi costringe a stringere gli occhi per un attimo. Quello dopo, quando li riapro, il coyote è ancora lì, ancora sorridente, ma il deserto è cambiato. Laddove un attimo fa le ombre erano nere e le sagome indistinte, ora tutto si è tinto dei colori delle allucinazioni: il cielo è diventato verde acido, la Via Lattea fucsia; il Baboquivari Peak si sta sciogliendo colando verso la prateria; i cactus sono blu elettrico e le sterpaglie rosso sangue; la lucertola spinosa balugina come se fosse illuminata dall’interno e l’aquila sulla mia testa manda saette fluorescenti quando urla; le nuvole si muovono a una velocità innaturale, come se qualcuno avesse accelerato il ritmo del tempo; e quando sollevo le mani e le guardo, mi accorgo che la mia pelle è diventata trasparente e sotto di essa le vene palpitano con rabbia e fretta e impazienza scorrendo in esili rivoli neri.
I vestiti mi pesano addosso. Li tolgo e resto nuda di fronte al coyote. Il serpente del latte saetta la lingua sulle dita dei miei piedi.

Nuestra Señora de las Angustias. Nostra Signora dell’Angoscia.
Mi domando cosa debbano aver pensato i primi esploratori spagnoli quando sono arrivati qui. Devono aver avuto molte cose che non sapevano dire: i cactus a canne d’organo, l’ocotillo, la hierba de burro, il palo verde; e il coyote, il corridore della strada, il passero della salvia, il picchio dorato, il mostro di Gila. Per gli estranei erano solo piante e animali. Ce l’avevano già un nome, ma loro non lo conoscevano. Mi domando se anche per le persone valga la stessa cosa: abbiamo già un nome, ma chi non sa chi siamo si prende la libertà di battezzarci senza permesso, come se venissimo al mondo solo in quel momento.

Mentre il cielo si attorciglia su se stesso in vortici azzurri e viola, e la polvere sotto ai miei piedi scoppietta, mi riprometto di non commettere lo stesso errore.
«Chi sei?» chiedo al coyote.
Il coyote non risponde ma si volta e comincia ad allontanarsi da me. Qualche metro dopo si ferma e mi guarda, paziente. Allora capisco che devo andare con lui. Prima però mi volto anch’io. La Dodge di mio padre è sparita. Non mi chiedo come farò a tornare a casa perché so che non tornerò mai più a casa.

Mi incammino scalza nel deserto di Sonora. Vago e ovattato, come filtrato da un imbuto, arriva alle mie orecchie il suono di uno strumento sconosciuto, un canto fatto di sonagli e conchiglie. Più a fondo, quasi inudibile, il battito di un tamburo.
Il coyote mi precede, il serpente del latte mi segue.

Attraversiamo insieme una sconfinata distesa di polvere. Ogni tanto la mia caviglia semina gocce di sangue. Non sento freddo, non sento dolore, né la mancanza del mondo che conoscevo. Più avanzo, meno mi importa della Dodge, del viso di mio padre, delle persone che amavo. Le amavo davvero? O le tenevo strette solo per poter sopravvivere?
Superiamo macchie di vegetazione viva e vibrante, dune di sabbia, cimiteri di arbusti, tombe silenti di uomini e donne che qui hanno incontrato la morte. Superiamo colline, crateri, altipiani, catene montuose. Camminiamo per un tempo senza tempo. Anche lui, qui, ha perso il suo nome. E poi all’orizzonte una macchia nera, squadrata, punteggiata di luci. Sulla sua sommità, una croce fosforescente rosa. 
Man mano che mi avvicino mi accorgo che si tratta di una cappella, il classico timpano a scalini, le finestrelle strette e sottili, la porta d’ingresso sbarrata da una grata, l’oblò a mezzaluna. È dipinta di azzurro, ma i suoi profili sono illuminati da stringhe di luci al neon. Di fianco alla parete destra, un piccolo patibolo – come in miniatura – che regge tre donne impiccate. Il coyote si ferma poco prima della porta d’ingresso, come pure il serpente. Mi avvicino alla forca e mi rendo conto che non sono donne vere, ma bambole, bambole dal viso di porcellana. Nei loro occhi qualcuno ha infilato orchidee bianche.
Sono tutte e tre calve.

So che devo entrare nella cappella. Il coyote mi fissa – sorride – il serpente invece sembra agitato, freme, sparecchia la polvere, incastra le sue squame giallo-nere-rosse contro il legno secco del patibolo. Capisco che soffre perché gli è negato l’accesso.
I serpenti non hanno chiese.

La grata della porta si apre, silenziosa. Il coyote entra prima di me. Lo seguo senza alcuna reticenza. L’interno della cappella non è spoglio come quelle del mondo di prima, ma è carico fin negli angoli più bui, dal pavimento al soffitto, di ninnoli, immagini sacre, teschi di tutte le dimensioni, croci di ogni fattura, nastri di stoffa, offerte di fiori e frutta, bottiglie di alcol, pacchetti di sigarette, gioielli finti e veri, e fotografie di persone sconosciute, a migliaia. Tappezzano le pareti, il tetto, il piccolo altare di fronte a me.
Sopra l’altare, uno scheletro sontuoso abbigliato da regina.
Tutto l’ambiente è interrotto da flash bluviolagialloverde.
Mi volto e vedo il serpente del latte che striscia davanti all’ingresso, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro.
«Chi sei?» chiedo di nuovo al coyote.
Lui mi risponde appoggiando dolcemente il muso al mio pube nudo. Mi arrischio ad accarezzarlo tra le orecchie: è setoso, caldo. Lui solleva gli occhi gialli, e per un attimo – uno solo – io non vedo i suoi occhi ma quelli di S., il suo sguardo patetico nell’esatto momento in cui mi aveva detto che sarebbe morta nel giro di sei mesi.
La mia mano si stringe in un pugno, colpisco il coyote che guaisce come un cucciolo.
«Allontanati da me» gli dico, calma, con una strana nota metallica nella voce.

Nuestra Señora de las Angustias. Nostra Signora dell’Angoscia.
Non lo ricordo, lo recito, perché è esattamente ciò che c’è scritto sulla targa ai piedi dello scheletro abbigliato da regina. Il coyote si accoccola in un angolo, il serpente del latte – in mezzo alla porta d’ingresso – solleva tutto il corpo fino a diventare un punto interrogativo. Fuori, il cielo è in moto perpetuo, sgocciola buchi neri e comete poco oltre la sagoma delle montagne. Il suono prima inudibile del tamburo ora si è fatto insistente.
Quando mi volto di nuovo verso l’altare, non sono più sola: tre donne calve, con abiti ricamati e orchidee bianche negli occhi, mi circondano.
Ricordo il termine botanico per classificare quei fiori – laelia messicana – ma non il nome completo di S. Ricordo solo S. come un sibilo, il verso del serpente, il deserto di Sonora, il fonema terminale della lingua con cui sono stata cresciuta.
Terminale. Che parola infelice.

Il coyote mi osserva, ha cominciato ad ansimare, la lingua di fuori. Il serpente è scomparso. Il suono del tamburo è diventato assillante. Mi accorgo che mi fa male la testa, allora cerco di stropicciarmi gli occhi, sento le braccia pesanti ma ci riesco, escludo per qualche momento il mondo, i lampi non spariscono, li vedo pulsare appena dietro le palpebre. Un forte odore di benzina mi punge le narici. In un angolo della cappella fiorisce una nuvoletta di vapore grigiastro.
No, non è vapore. È qualcosa che si avvicina al vapore, più un fumo, un miasma, l’esalazione velenosa di questo luogo. Non ha nome. Ancora una volta, qualcosa che non sappiamo dire.

«Álzate sobre nuestras ruinas».
È una delle donne calve a dirlo. L’ultima esse che pronuncia si prolunga, diventa acuta, filiforme, poi si trasforma in un ronzio. La caviglia mi causa molto dolore, ora. Non so dire se io abbia riaperto gli occhi o no, ma vedo la donna avvicinarsi. Le altre due restano indietro, guardiane dello scheletro abbigliato da regina.
Quando è a pochi centimetri dal mio viso, capisco che è lei a emanare l’odore di benzina. Il fumo che non è fumo riempie la cappella, il deserto alle mie spalle è ormai un arazzo di fiori carnivori. Solleva una mano, le sue dita mi sfiorano le labbra. Sono così fredde che sento il ventre contrarsi. Infila l’indice, poi il medio. Cerca qualcosa, forse le cose che non sappiamo dire. Infila anche le altre dita fin quando mi ritrovo con tutta la sua mano dentro.
Reprimo un conato, una catenella di lacrime mi cola sul viso. La donna calva dagli occhi di fiori mi stringe, avvolge l’altro braccio intorno alla mia vita. Un gelo mortale mi impedisce di urlare. O forse urlo lo stesso, ma in una lingua che non è la mia. Il collo si piega, la mano della donna avanza fino al polso. Sul soffitto della cappella grandi fiamme fluorescenti stanno annerendo il cemento, le fotografie di quelle persone sconosciute si accartocciano. Il deserto di Sonora sta per fare di me un’altra sua vittima.
Cerco di sorridere. D’altra parte è questo che volevo: morire in modo spettacolare.
«Álzate sobre nuestras ruinas» ripete.

L’esplosione è silenziosa, avverto solo quel ronzio trapassarmi il cranio. La cappella salta in aria con me dentro. Qualche istante dopo, al suo posto compare un cratere. I rumori si invertono, la puzza di benzina si ritrae. La donna estrae la mano, il coyote è di nuovo al mio fianco. Le nuvole riprendono a scorrere a un ritmo naturale, il cielo si schiarisce, le montagne tornano al loro posto. Le luci al neon diluiscono fino ad assumere sfumature d’acquerello. La cima del Baboquivari Peak si bagna della luce dell’alba.
Kowalski, la Dodge Challenger di mio padre, è ancora lì, nella sterpaglia.
Nell’auto c’è una cortina di fumo spesso, grigiastro, ma riesco comunque a intravedere una figura seduta al posto del guidatore, la testa caduta su una spalla. Riconosco anche la Dr. Pepper sfiatata che avevo posato sul cruscotto, un’ora o una vita fa. Al tubo di scappamento è collegato un budello di plastica che serpeggia fino al finestrino.
Mi rendo conto solo in quel momento che la macchina è accesa e ronza pacificamente. Un serpente del latte si arrotola su una torcia caduta vicino alla ruota posteriore, sul terreno mangiato dalla polvere.
*
Ripenso a S.
Ripenso a quel giorno quando, riflessa allo specchio del bagno di casa sua, mi aveva detto che sarebbe morta nel giro di sei mesi. C’erano state alcune cose che non aveva saputo dire, ed era stato proprio in quel momento che aveva deciso che non sarebbe crepata pisciandosi nel letto.
Le cose che non aveva saputo dire avevano preso il sopravvento e aveva pensato che sì, se la sarebbe cavata lo stesso anche se si fosse persa nel deserto di Sonora.

A illustrare, immagini realizzate con Midjourney da Alessia del Freo