Lalo Cura
(un omaggio tradito al signor Roberto Bolaño)
«Cristo Santo, questa non ci voleva.»
Sbatto le mani sul volante ed esco in strada. Parlo da sola, impreco, che cazzo puoi fare in una situazione del genere? Scalcio un sasso il più lontano possibile, ma quello esplode come una palla di polvere. Mi ricorda il mio culo cocciuto: ogni volta che hanno provato a spronarmi a gran voce me la sono fatta sotto. Sbuffo, la mia Dodge scassata è rimasta a secco. Stronza io, a non riparare per tempo la spia del carburante. Mi siedo sul cofano bollente e mi fumo l’ultima sigaretta rimasta nel pacchetto. Il sole di Sonora è un drago sputafuoco, una bocca infernale che azzanna la pelle, nonostante la mia camicetta di lino e questi occhiali da sole taroccati che ho comprato in un diner a Tucson. Guardo lontano e cerco di godermi l’ultima dose di catrame che per un po’ annerirà i miei polmoni. La vegetazione è rada, sparute macchie di cespugli colorano la terra rossa come cisti verdi.
Sembra di stare in una puntata di Beep Beep e Willy il Coyote. E io, in mezzo al niente: una pianta senza radici, incagliata in quel niente di sabbia e cielo. Eppure, provo un filo di amara soddisfazione nel sapere che almeno per oggi nessuno potrà trovarmi.
Il serbatoio è vuoto. Il telefono non prende. Nessun cartello, nessun segno di vita, solo l’eco del mio respiro e il fruscio del vento che porta con sé polvere e rimorsi. Un refolo gioca con il mio ciondolo a forma di granchio. È il simbolo del mio segno zodiacale. Ci penso spesso, quasi come fosse una maledizione o un alibi. La luna capricciosa, la nostalgia per le cose mai avute, l’incapacità cronica di lasciar andare il passato, come se fossi destinata a vivere in retromarcia, sul vettore dei ricordi.
Ironia della sorte, dopo la transizione, ho scoperto di avere un cancro al seno. Ero donna da sì e no un anno e mezzo e già il cielo voleva castigarmi. Troppe mestruazioni mancate, probabilmente. Mia madre me lo diceva sempre, non fumare, non fumare. Facile, per una nata nel corpo di una stangona cilena. Credi che la chemio si sia portata via la mia voglia di tabacco? Cazzo, no. Si è presa i miei capelli, è vero, ma non le lascerò anche i miei vizi.
Sì, mia madre è cilena e mio padre è argentino, e qui in America Latina mi conoscono come Lalo Cura. Ma io sono cresciuta in Italia e la mia anima aderisce in tutto e per tutto al pantone nazionale. Sono il verde dell’invidia che mi porto appresso, il rosso dei conti che non tornano mai, il bianco del vuoto a perdere.
Che vuoi farci, meglio morta che felice. Ma poi chi ci crede alla felicità? Chi è mai stato felice? Non parlo di momenti felici, quelli ce li hanno anche i cani, ma essere felice in maniera costante, per anni magari. No, io non credo di essere mai stata felice in maniera duratura. Certo, ho gioito anche io qualche volta, il primo amore, la laurea, il lavoro… Ma prima o poi arriva l’interferenza, l’aspettativa, il bisogno, un nuovo desiderio da realizzare.
Ecco perché io non ci credo alla felicità, per me è una truffa del cazzo. Anzi, come stato d’animo costante non credo neppure che appartenga all’essere umano. Il piacere, invece, è un’altra cosa. Meno ambizioso, più onesto: promette di meno e mantiene di più. Un caffè forte la mattina, un orgasmo rubato in una notte sbagliata, una canzone ascoltata dieci volte di fila fino a sentirmi svuotata. Sarò anche folle come un sacco pieno di scoiattoli, ma se devo scegliere tra momenti e momenti scelgo quelli su cui posso avere un certo controllo. Non mi condanno a inseguire la felicità, ci sono in ballo troppe variabili che non dipendono da me. Chi insegue la felicità non è diverso da uno sciamano che fa la danza della pioggia. La felicità è una pioggia improvvisa a fior di pelle, non un obiettivo che si possa pianificare. Si può pianificare il funzionamento, non le variabili. Cascasse il mondo io non cambio idea: più che inseguire una chimera, io perseguo il piacere e mi godo i momenti di felicità che arrivano, quando arrivano.
Ma a proposito di pioggia, non potrebbe Dio – o chi per lui – mandare un bello scroscio potente almeno per farmi riprendere fiato? Ho bisogno di bere. Dove troverò acqua? Quanto tempo passerà prima che qualcuno noti la mia assenza? Chi riderà, chi piangerà, se resterò qui a seccarmi come un’iguana abbandonata? Mi levo la mia parrucca castana e resto con la pelata sotto il sole cocente. Ho la bocca secca, i tacchi mi mortificano i talloni. Come sono caduta così in basso? Ma soprattutto… che cazzo ci faccio in Messico?
Sputo a terra uno scaracchio rosso, che sia rossetto o sangue poco importa a questo punto… A che cazzo pensavo? Fare un viaggio in America Latina, prima che calasse la falce di un nuovo disperato ciclo di chemio? Coraggiosa, io, come se gli estrogeni non mi avessero riarso le palle. Riabbracciare le radici dei miei, di quei due anni vissuti da queste parti, prima di tornare in Italia? Brava, Lalo, bella idea del cazzo!
Forse Don Alonso avrebbe apprezzato il mio coraggio. Mi manca, Don Alonso, mi manca quel Don Alonso di quarant’anni che si prese la verginità del mio candido ano. La parte più bella del seminario è stata senz’altro lui. Non era già più nel fiore dell’età, allora. Aveva fianchi pingui e petto floscio, ma le sue spalle larghe raccontavano un passato da sportivo, rovinato nel fisico da troppi digiuni e quaresime. Il suo fu il primo membro che conobbe la mia bocca, così delicato e reattivo, sensibile al tocco della lingua. Venne tre volte di seguito nel confessionale. Il suo sperma non aveva, però, il sapore del peccato, mi ricordava invece il sapore dell’ostia, per quanto puro era il suo biancore, per quanto ruvido, quasi legnoso, era il suo retrogusto, che ti rimaneva appiccicato sul palato proprio come un’ostia. Potrei pensare al suo sperma per ore e ore.
Mia madre l’aveva capito prima di me. Ma no, voglio conoscere Dio, voglio comprendere la fede. Comprendere troppo bene significa giustificare, diceva. Cazzate, comprendere è abbracciare; giustificare, invece, significa armare. E io ho sempre abbracciato, nuda e disarmata. Mia madre, sempre a ficcare il naso nel mio culo! Eppure, vorrei rivederla ancora prima di schioppare. Le vorrei dire qualcosa, qualunque cosa, vorrei bere con lei il suo caffè, stretto e amaro come piace a lei, come le laconiche verità che le scappano di bocca.
È sceso il crepuscolo, intanto, l’ora incerta e ambigua in cui ricordi e speranze si confondono. Colori vivi a ovest, colori come gigantesche farfalle che danzano mentre la notte avanza come uno zoppo da est. Che cielo! Perché cazzo sono tornata in Italia? Due volte apolide, nessun cielo è la mia casa.
Provo a sputare di nuovo, mi esce solo una goccia di sangue. Forse mi si è rotto un capillare in gola. Per lo sforzo dello sputo ematico la gola comincia a bruciare, peggio del sole di Sonora. Non riesco più a ingoiare. Merda. Che le metastasi si siano estese ancora? Cos’è? L’esofago? La laringe? Per cosa devo lottare? Cosa mi resta da difendere? Insieme, sento una fitta al petto. Dolori intercostali mordono il seno. Sembra che il mio cuore non regga più alla disidratazione e al caldo, che pure va a scemare. Mi accascio, devo sdraiarmi un attimo. L’asfalto è caldissimo, accogliente come un utero, come la tomba degli eretici di Dante. In alto spuntano le prime stelle. Mi tocco la lingua screpolata, spaccata dall’arsura. È agosto, la stagione delle piogge da queste parti. Dovrò davvero travestirmi da sciamano e invocare il parto delle nuvole?
Servirebbe un miracolo. Come quello che mi raccontava mia nonna, durante la guerra, quando l’inflazione si mangiava i salari. Lei, povera, abituata a mangiare le bucce delle fave bollite e una mezza cipolla muffa trovata in un cassonetto, se ne stava in cortile, a cucinare, in un pentolone sproporzionato rispetto agli scarti di cibo che cuoceva di solito, pregando che il Signore le mandasse qualcosa di vero da mettere sotto i denti e placasse i rumori dello stomaco a digiuno, finché un giorno, dal nulla, comparve un angelo, un angelo travestito da cane, un cane di razza per giunta, che nessuno nel quartiere poteva permettersi, e che portava in bocca un pollo arrosto, preso chissà dove. Il cane si avvicinò e depose il pollo davanti a mia nonna. Si fece dare due carezze e sparì nel nulla, lo stesso nulla da cui era comparso. Quel giorno mia nonna pianse.
Dio, quanto mi mancava la purezza delle stelle messicane. È agosto, la stagione delle piogge da queste parti. Ma anche la stagione delle stelle cadenti. Il dolore mi piega lo sterno. I miei occhi si velano di lacrime. Ecco, mi pare di aver visto una scia luminosa. O era la fitta nei miei nervi che è trascesa in cielo? Sono ancora in tempo per esprimere un desiderio? Chiudo gli occhi. Una goccia mi bagna una palpebra. Da dove arriva il mio pianto? L’immensità ineffabile del cielo mi fa immaginare un’altra vita. “Imagine there’s no heaven, above us only sky”. Che brutta fine che ho fatto. Non me ne fotte una sega di John Lennon. Un uomo capace di scoparsi una come Yoko Ono merita di essere sparato in faccia. E a lei avrebbero dovuto rasare la fica con un pelapatate.
Da dietro a un cactus, nella luce della luna, qualcosa striscia. Cristo, un serpente! Se non mi uccide il cancro, mi ucciderà lui. Respiro, affannata, cerco di muovere i piedi, ma sono paralizzata, gemo, tremo, chiudo gli occhi, il serpente si avvicina, non riesco a muovermi, non mi muovo, cazzo, nemmeno un millimetro, una smorfia mi accartoccia il viso, sarà a meno di un metro da me, punta le mie gambe, le annusa, caccia la lingua, la sento sfiorare la caviglia, il mio cuore è il fottuto tamburo dello sciamano pazzo, ma il serpente mi passa sopra, sento la sua pelle viscida scivolare sul mio polpaccio, poi sull’altro, mi supera, per un attimo si volta indietro, mi sono mossa? Ho paura che possa avvolgermi le caviglie nell’otto sdraiato dell’infinito e ingoiare la sua coda fino a bloccarmi per sempre in una morsa spiraliforme, poi va via e io riprendo a respirare. Un’altra goccia bagna le mie palpebre. Non erano lacrime. Piove, anzi diluvia. Apro la bocca e, con la lingua tremante per lo spavento, bevo, bevo a volontà. Le mie gambe finalmente si muovono.
Rimetto la parrucca e mi tiro su, decisa a rientrare in macchina. Sporgerò la testa dal finestrino e berrò finché potrò, ma non posso inzupparmi tutta. In lontananza, sulla strada, vedo lampeggiare una luce, che per colore e consistenza mi ricorda quella della stella cadente di prima. Mi accorgo che è un carroattrezzi. Il mezzo si ferma davanti a me, accosta. Un uomo di altri tempi, una bellezza antica, abbassa il finestrino. Resto folgorata dal suo sorriso. Mi dice, dove vai? Mi invita a salire. Dal momento in cui mi siedo comincia a fissarmi e a ridere, malizioso. Che ridi, gli dico anche io ridendo, stremata dalla lunga giornata. Lui fa un complimento al mio culo e parte, mentre continua a ridere. Io mi mordo le labbra. Lui ride ancora, e ogni suo sorriso è un carnevale. Poi si gira verso di me e mi accarezza una coscia.
«Devo dirti una cosa, chico. Io ero un uomo.»
L’uomo sbircia sotto la mia minigonna e nota il mio pacchettino. «Credi che un cazzo possa fermarmi dallo scopare una donna?»
Di colpo mi ritrovo in bocca una cappella grande come un fiore di saguaro. Una verga così grande che ci puoi scrivere sopra a lettere cubitali: “La felicità sta nelle piccole cose”. Stronzate. Io voglio l’infinito. Io voglio essere felice per davvero. Io voglio questo cazzo. Il tempo si allunga nella vertigine della sua asta. Il deserto sboccia dentro di me senza chiedere permesso. Di cosa saprà il suo sperma? Cosa avrà mangiato ieri sera? Asparagi, succo d’ananas? No, miele, miel de mezquite messicano. Il suo sperma dolcissimo mi ribalta le viscere. Il dolore all’esofago passa. Le fitte passano. È questo il paradiso? È questo il fiore carneo dei Campi Elisi? È questa la felicità?
I fari del carroattrezzi bucano la strada nera. Dall’ampio parabrezza la notte ci sbatte addosso il suo silenzio. Con la bocca sporca di sperma, mi guardo nello specchietto per sistemarmi la parrucca. Sembro più giovane. Aveva ragione mia madre. Sono solo un povero pazzo.
A illustrare, Wild Horses in Navajo Territory Bordering on the Grand Canyon, Arizona, fotografia di Sebastião Salgado (2010)