Rabbocco
Succede sempre lì. Con la pistola in mano e gli occhi sul display che scorre. Litri, euro, centesimi. Un ticchettio ipnotico. Odore di benzina, l’aria ferma del primo pomeriggio. E io che guardo il serbatoio e penso: ci siamo. È di nuovo quel momento. Quello in cui sento che il pieno sta finendo. Il desiderio, l’energia, la spinta. Non si è ancora svuotato del tutto, ma so che se non faccio qualcosa, si ferma tutto.
Quando sto con una donna, lo faccio sul serio. Non per convenienza, non per compagnia. Mi ci infilo davvero: nelle abitudini, nei silenzi, nei gesti ripetuti. So accendere la caffettiera prima che lei si svegli, lascio l’ultima fetta di pane, porto la macchina dal meccanico senza che me lo chieda. Ma poi, sempre, a un certo punto, succede.
Inizio a guardare meno. Non nel senso che non la guardo più: la osservo come si osserva una cosa conosciuta. Con affetto, ma senza scosse. E smetto di cercare. Non il dialogo, non la tenerezza. Il sesso. Mi capita da quando avevo venticinque o ventisei anni. All’inizio pensavo fosse colpa mia, o magari poteva essere una specie di sabotaggio. Mi chiedevo se avessi paura dell’intimità. Poi ho attribuito la colpa a loro: forse sceglievo donne inadatte. Ora ho capito che è un modo mio di funzionare. Il desiderio, per me, non è una fiamma che si mantiene da sola. Va alimentato. Con altro. Con nuovo. Con qualcosa di strano, o almeno peculiare.
La prima volta che me ne sono accorto davvero era estate. Convivevo con Bea, in un appartamento umido, arredato male. Litigavamo poco e ci facevamo compagnia. Una sera, mentre lei guardava un film tenendo i piedi sulle mie gambe, ho realizzato che non la toccavo da tre giorni. Non per rabbia. Non per distrazione.on mi veniva di farlo. Mi sono alzato, ho preso una birra e l’ho bevuta sul balcone.
Lei si è voltata e ha detto: «Tutto ok?»
Ho risposto: «Sì, solo caldo.»
Era vero. Ma non solo. Quella notte non ho dormito.. Non per rimorso. Per diagnosi. Sentivo che qualcosa era finito. O che stava cambiando forma. E già pensavo: fra poco, se continua così, guarderò un’altra. Non è che mi serve altro per forza. Non cerco storie parallele. A volte mi basta immaginare. Altre no. Non è sesso compulsivo, non è fuga. È come quando senti che la macchina inizia a perdere potenza. Non si rompe. Ma sai che se non fai qualcosa, si ferma. Con gli anni ho imparato a capirlo prima. Quando sto bene con qualcuno e inizio a evitare il contatto, non lo ignoro. Non dico niente subito, ma comincio a chiedermi: è finita, o solo da ravvivare? Perché a volte si può riaccendere. Altre no. E quando capisco che non si riaccende, mi allontano. Non sempre lo dico. Dipende da chi ho davanti, e da quanto ho voglia di spiegare qualcosa che io stesso fatico a tradurre.
Ho fatto anni di analisi. Pensavo di avere qualcosa da correggere. Poi ho capito che l’unica cosa davvero sbagliata era l’idea che ci sia un solo modo giusto di amare. Il mio è irregolare, sì. Ma non è tossico. Non uso le persone, non le illudo. Le accompagno finché posso. Poi, quando capisco che ho smesso di desiderare, lo sento fisicamente. Mi si spengono le mani.
Con Carmen è durato di più. Un anno e mezzo. Rideva piano, cucinava male, dormiva in diagonale. Ogni volta che pensavo di essermi disinnescato, faceva qualcosa che mi riaccendeva: un gesto nuovo, una frase sbagliata detta nel momento giusto. Poi, un giorno, niente. Stavamo facendo l’amore. Ero sopra di lei, la guardavo. E ho pensato: «Non mi basta più.» Mi sono fermato a metà. Le ho detto che ero stanco. Lei ha annuito. Non ha chiesto altro. Quel silenzio è durato un mese. Poi l’ho lasciata. Con calma. Senza colpe.
A lavoro mi considerano affidabile. Arrivo puntuale, rispondo alle mail, faccio le cose bene. Non eccello, non deludo. Sono uno di quelli che, se c’è da fare una cosa che nessuno vuole fare, la fa senza lamentarsi. Una volta un collega mi ha detto: «Sei uno che tiene in piedi la baracca.» L’ho preso come un complimento. Anche con gli amici sono costante. Esco, ascolto, faccio ridere quando serve. Non sono quello che sparisce. Però parlo poco di me. Mi piace ascoltare, mi viene naturale.
Quando uno dice che ha bisogno di cambiare donna per tenersi vivo, viene subito etichettato. Narcisista, immaturo, viziato. Ma io non voglio il nuovo per vanità. Lo voglio per necessità.
C’è stato un periodo, attorno ai trentacinque, in cui ho provato a forzarmi. Una donna meravigliosa, Giulia. Colta, bella, ironica. Lavorava in una libreria, leggeva poesia come se fosse una cosa normale. Era tutto perfetto. Io stesso, nei primi mesi, mi dicevo: è quella giusta. Dopo un anno, ho iniziato a svegliarmi prima di lei e a sentirmi lontano. Non estraneo. Spento. Ci ho messo quattro mesi prima di dirglielo. Nel frattempo, ho provato tutto: viaggi, weekend, regali, sorprese. Ma ogni gesto mi sembrava esatto e inutile. Come dare da mangiare a qualcuno che non ha fame.
Quando le ho parlato, ha fatto una sola domanda: «È per un’altra?»
Ho detto: «No.»
Era vero. Non c’era nessuna. Ma sentivo che stava arrivando. Non una in particolare. Solo la voglia. Non ho mai confuso l’amore col desiderio. L’amore è quello che mi tiene lì. Il desiderio è quello che mi chiede altro. Quando coincidono, è una fortuna. Ma quando si separano — e capita spesso — so bene quale dei due vince.
Con Carmen ci siamo salutati senza fare tragedie. Lei aveva capito prima di me.
Mi ha detto: «Tu dai tutto, ma solo per un pezzo.»
Ho annuito. Non avevo nient’altro da aggiungere.
Una volta un’amica, con cui avevo avuto qualcosa anni prima, mi ha chiesto: «Ma tu non ti senti mai vuoto dopo?»
Mi ha sorpreso che pensasse fosse un meccanismo compensativo. Le ho risposto: «No. Mi sento vuoto prima.»
E il rabbocco serve a quello. Il punto non è colmare. È riaccendere. Un corpo nuovo, uno sguardo che non ti conosce ancora, una conversazione che non ha precedenti. A volte basta poco. Non serve una relazione. Nemmeno una notte. Basta un contatto. Una possibilità. E qualcosa dentro riparte. Mi capita anche con i luoghi. Cammino molto. Nei quartieri che conosco già, ma sempre cercando una strada laterale che non ho ancora fatto. La stessa via, a un’ora diversa, può darmi quello che mi serve. Un’aria nuova, un volto diverso, una parete da osservare.
Il desiderio, per me, ha a che fare con l’imprevisto. Quando tutto si stabilizza, il corpo si placa, la testa pure. E io mi svuoto. Non di amore. Di tensione.
Ora sto con Chiara. Da otto mesi. Lavora in uno studio di architettura, ha una risata sincera e una precisione affettuosa. Dice «torno presto» e torna davvero. Non è gelosa. Non controlla il telefono, non fa domande preventive. Non mi ha mai chiesto cosa penso del futuro. E questa, per me, è già una forma d’intimità. Mi piace. Stiamo bene. Ci incastriamo, nel corpo e nella testa. Non mi chiede più di quello che sono disposto a dare. E io, in questi otto mesi, non ho pensato ad altre. Quasi.
C’è stato un pomeriggio, un paio di mesi fa. Stavo aspettando il mio turno in posta, una fila lenta, aria condizionata rotta. Davanti a me c’era una donna che leggeva un libro. Un tascabile rovinato, copertina rigida, un segnalibro piegato male. A un certo punto si è sistemata i capelli con un gesto semplice, automatico, e ho sentito qualcosa. Non era voglia. Era un impulso. Come se il mio corpo registrasse una temperatura diversa. Un frammento. Un segnale. Non ho fatto niente, ovviamente.
Sono tornato a casa, ho cucinato, Chiara è arrivata con una bottiglia di vino e mi ha raccontato la sua giornata. Ma io, da quel giorno, ho iniziato a registrare silenzi. Piccoli. Impercettibili. Segnali. Ci sto attento. Non voglio rovinare le cose senza motivo. Provo a stare, ogni volta, un po’ più a lungo. Ma sento che anche con Chiara si è acceso il conto alla rovescia. Non perché lei manchi di qualcosa. Ma perché è il mio ciclo. Mi affeziono. Funziono. Poi mi affloscio. E quando succede, non posso forzarmi. Se resto per forza, divento uno zombie. E non se lo merita nessuno. Non mi sento in colpa.
Ho smesso da tempo di cercare una versione migliore di me. Quella che resta, quella che si accontenta, quella che decide di chiudere il desiderio in una stanza e buttare la chiave. Non è per me. Io ho bisogno di rifornirmi. Ogni tanto. Non sempre con un’altra persona. A volte basta una deviazione. Un corpo sfiorato per sbaglio.
Ma quando il pieno si esaurisce, lo so. Lo sento. E mi tocca scegliere: restare fermo o rimettermi in viaggio. Non sempre scelgo bene. Ma scelgo con sincerità.
Una sera, Chiara si è addormentata sul divano con i piedi nudi tra i cuscini. Il televisore acceso, un film già visto. Io l’ho guardata. A lungo. E ho pensato che non esiste niente di più tenero del momento prima in cui decidi di andartene. Quel punto fermo. Silenzioso. Mi sono alzato. Ho spento la tv. E sono rimasto lì. Ancora un po’.
Poi ho guidato fino al distributore più vicino. Era tardi, ma c’era luce. Ho infilato la carta, selezionato la pompa. Ho impugnato la pistola. E mentre il carburante scendeva nel serbatoio, ho pensato: «Ecco. Di nuovo. Rabbocco».
A illustrare, Les Amants (particolare), René Magritte