Categories

Jack, tesoro, luce della mia vita

Autore
Leonardo D'Isanto
Ciclo #23 - Mulholland Dracula
Narrativa generale
24 luglio 2025

«Rose. Sai che non sono stato io, mi conosci!».
Era raro illudersi in quel modo. A volte, le esperienze più intense accadevano in pochi attimi e lasciavano strascichi per una vita intera. Conosceva quel ragazzo da soli quattro giorni, eppure sembrava molto di più. Che si era messa in testa?
«Ti fidi di me?». Lei si era fidata. L’aveva scopata sui sedili marmorei di una Renault Coupé nella stiva e con un solo orgasmo si era preso tutto. Quella frase le rimbombava nella testa, mentre aspettava di salire su una scialuppa. D’un tratto, le tornò in mente lo schiocco dello schiaffo di Cal: «Eccola qui, la sgualdrinella». Il Sig. Andrews, invece… lui sì che sapeva parlare a una donna. Il suo sguardo, mentre l’avvisava dell’affondamento, l’aveva eccitata. L’unico uomo degno di sopravvivere.
Intanto, la Danza Nuziale risuonava sul ponte anteriore. Rose guardò i musicisti che muovevano gli archetti all’unisono e pensò a quanto sembrassero idioti. I fuochi d’artificio si sbriciolarono nel cielo nero sull’oceano. Stavano affondando, e quelli pensavano ai violini. Rinsavì solo quando sua madre chiese se le scialuppe fossero divise per classe; le mani di Rose, senza accorgersene, avevano afferrato la sua pelliccia. La informò che sarebbero bastate a malapena per la metà dei presenti, e la replica di Cal lì accanto fu puntuale: «Non la metà che conta».
Esaminò quel viso sbarbato, il ciuffo a uncino sulla fronte larga. Ripugnante e inutile.
«Che bastardo impenitente.»
Era la prima volta che gli parlava così. Vide l’odio dilatargli lo sguardo, contorcersi nei suoi occhi come il nodo del papillon che gli cingeva il collo. In un istante, si sentì potente. Libera. Rivide il passato a diapositive: il padre, gli uomini che l’avevano usata, Cal e Jack – così diversi, eppure così uguali. D’un tratto, tutto le fu chiaro. Ciò che seguì fu rapido e istintivo, tanto che, in seguito, avrebbe faticato a ricordarlo: l’addio a sua madre, la fuga, il placcaggio del damerino sfigato, lo sputo in faccia. A Cal avrebbe pensato dopo. Doveva iniziare dai bassifondi.
“Non tutti meritano di vivere” pensò, rientrando nella nave in cerca del Sig. Andrews. Se proprio doveva crepare, almeno che fosse tra le sue gambe.

Lo trovò nei corridoi, col salvagente addosso. Quando la vide, le prese le braccia con affetto. Accanto a loro, una porta semiaperta. Frattanto che riprendeva fiato, Rose la indicò due volte con la testa, strabuzzando gli occhi. Niente, lui non capiva. Comprese che non c’era niente da fare ed era meglio passare a cose concrete: «Quando il sottoufficiale arresta qualcuno dove lo porta?».
Andrews la guardò, come per valutarne la lucidità, poi tornò a parlare di scialuppe.
“Ah, ma allora è una fissa. Un feticcio congenito” pensò Rose, puntando sul senso di colpa. Lui, di fronte a tanta cocciutaggine, abboccò.
«Arrivi con l’ascensore fino al ponte E. Vada a sinistra lungo il corridoio riservato all’equipaggio, poi svolti a destra e alle scale di nuovo a sinistra, arriverà a un lunghissimo corridoio. Si sbrighi.»
Rose rimase sola. E realizzò di non aver capito nulla. Colta dall’ansia e dalla paura, prese a correre zigzagando tra i passeggeri fermi e inspiegabilmente calmi. Il rintocco dei suoi tacchi faceva da sottofondo alla voce di Andrews nella testa. Svoltò l’angolo e vide l’addetto all’ascensore che bloccava il passaggio a una coppia. Quando la vide, le sbarrò la strada.
«Mi dispiace signorina, ma gli ascensori sono fuori servizio.»
Rose lo fissò. Qualcosa premeva sotto la pelle, come una bestia pronta a uscire. Gli azzannò la mano e lo spinse nel fondo dell’ascensore: «Portami giù!». Mentre azionava il comando di discesa, l’addetto, ammutolito, ripensò alle parole di suo padre – “È ora che ti trovi un lavoro. Tre sterline a viaggio non sono mica male” – e al debole che da sempre aveva per le rosse. Si sentì uno smidollato: crepare a vent’anni per una paga così misera e, per di più, in compagnia di una donna che lo trattava a quel modo. Una donna che, quando l’acqua gli invase i piedi, aprì la grata e uscì fuori.
«Io torno su! Io torno su!». 

Ma Rose era già lontana, seguiva come ipnotizzata le indicazioni riferite al personale di bordo. Si ritrovò in un corridoio buio, ostacolato da sedie e tavoli galleggianti. La mascella le doleva, chissà da quanto tempo batteva i denti.
«Jack!».
Le lanterne sul soffitto lampeggiavano a intermittenza, il rintocco dei tacchi apparteneva ormai all’oceano. Avanzò tra le onde e i gorgoglii della nave.
«Jack!».
All’improvviso, l’acqua rifletté il rosso di una cassetta antincendio. Rose afferrò l’idrante, frantumò il vetro, e prese l’ascia.
«Jack!».
Il Sig. Andrews le aveva confidato che armi del genere servivano a rompere il ghiaccio o a tagliare le funi in casi di emergenza. Lei però aveva in mente qualcosa di diverso.
Tutt’un tratto udì il suo nome risuonare lungo il corridoio.
Puntò i piedi. Sul viso, un ghigno.
«Rose, sono qui!», poi un tintinnio di ferraglia.
Rose si voltò e scattò in avanti. Le gambe trascinavano il peso della corrente, mentre la lama tagliava il pelo dell’acqua come la pinna di uno squalo.
Tin, tin, tin, tin, tin, «Rose!».
La porta era chiusa. La vista delle decorazioni e il legno ben rifinito la infastidivano; un lusso inutile, stucchevole, da eliminare. Mentre quel ladro si sgolava e invocava il suo nome, lei sollevò l’ascia e, con un grido di gioia, la scaraventò dritta sulla vernice bianca, fino ad aprire un passaggio. Poi, ci infilò la testa.

«Jack, tesoro, luce della mia vita!» disse, con un sorriso perfido.

Jack, per un attimo, dimenticò il dolore ai polsi in manette e mise a fuoco la scena. Quella non era la sua Rose. Era piuttosto un demone.
«Rose…».
«Jack, tesoro. Luce. Della. Mia. Vita!» ripeté, aprendo la porta a spallate.
«Rose, devi trovare la seconda chiave» balbettò. «Guarda… guarda in quel mobiletto. È piccola e argentata.»
Rose era al centro della stanza, l’acqua le arrivava alla pancia.
«Jack, io me ne fotto della tua chiave. È chiaro?» disse, fissandolo con malizia. «Quell’altro pensa alle scialuppe, tu alle chiavi. Dovete crepare tutti.»
Fece un passo.
«Rose, ma che cazzo!».
«Non ti farò niente. Solo che devi lasciarmi finire la frase. Hai capito? Quella testa te la spacco in due.»
Rose rideva, senza sosta. Rideva e picchiettava le dita sul manico di legno.
«Non morirai di freddo, stai tranquillo. Tu creperai qui e adesso.»
«Rose!».
«Non ti faccio niente.»
«Rose, Rose!».
«So come mi chiamo, testa di cazzo. Ho detto che non ti faccio niente» disse, sollevando l’ascia.
«Perché lo fai, Rose?» chiese lui, piangendo.
Le luci nella stanza si affievolirono appena un istante. La nave emise un lamento lungo e cavernoso. Rose arricciò il naso, lo sguardo rivolto al soffitto in cerca di una risposta. Poi, d’un tratto, si voltò verso Jack con l’entusiasmo di una bambina.
«Mi hai disegnata male» rispose, sferrando un colpo con tutta la sua forza. 
Continuò a farlo, ancora e ancora. I tubi suonavano come un’orchestra impazzita. Quando riprese fiato, sentì i capezzoli bagnarsi: era ora di andare. Prima di uscire, vide la testa di Jack in bilico sulla scrivania. Staccata dal corpo era più bella. La sua espressione di sgomento la accompagnò fino al corridoio, che ora si tingeva di un rosso scuro.

«Cal, amore» gridò, «sto arrivando!».

Ora Rose nuotava. Un’ombra malvagia le contornava il viso. Una ninfa divina; Anfitrite, regina del mare, con un’ascia al posto dei remi.


Illustrazione creata con l’intelligenza artificiale