Dirty bloody dancing
Apro gli occhi, lanciando le coperte alle caviglie e alzandomi dal letto. Non c’è verso, oggi è impossibile addormentarsi. Accendo la luce dell’abat-jour, sul comodino accanto al letto. Esco dalla camera e ad ampi passi vado in cucina. Afferro un bicchiere, apro il rubinetto del lavabo e lo riempio. Bevo tutto velocemente, quasi strozzandomi e bagnandomi la maglietta. Appoggio il bicchiere vuoto all’interno del lavandino, proprio accanto a pentole, piatti e posate lasciate lì da quasi una settimana. Se devo davvero passare la notte sveglio tanto varrebbe lavarle.
Guardo le incrostazioni di una padella.
No, non ne ho voglia. Lo farò domani.
Forse.
Prendo il pacchetto di sigarette appoggiato su un ripiano, proprio accanto alla biscottiera a forma di cane dalmata. Ne estraggo una e cerco l’accendino, sepolto da qualche parte in questa confusione di piatti incrostati, scatole di cereali vuote, lattine accartocciate. All’interno del secondo cassetto, sotto il piano cottura, trovo una scatola di fiammiferi. Accendo la sigaretta. Sbuffo. Sei anni. Sei anni senza fumare. Quando sei stato un fumatore non smetti mai davvero con le sigarette. Passi anni pensando solo a quanto ti mancano, quanto, questo, sarebbe il momento ideale per fumarsene una. E aspetti solo il momento perfetto in cui arrenderti.
Il momento perfetto.
Meglio dire il momento peggiore, il mio momento peggiore. Licenziato per ingiusta causa. Accusato di furto. Furto un cazzo, erano stati gli Schumacher. Bastava il loro cognome per capire che qualcosa non tornava. Chi si chiama Schumacher senza essere un pilota automobilistico… o un giocatore di calcio… o un regista cinematografico… o un… ah, chissenefrega degli Schumacher, maledetta coppia di anziani che mi ha fatto perdere il lavoro.
Ma chi voglio prendere in giro. Non sono stati certo loro a farmi perdere il lavoro. Volevano già licenziarmi, volevano liberarsi di me, darmi il benservito. Gli bastava un pretesto, un cavillo, una scusa. Gli Schumacher appunto. Solo una scusa. La loro giusta causa.
Ma non è nemmeno questo il motivo per cui ho ricominciato a fumare.
Il motivo è lei.
Guardo l’ora. Le undici e un quarto. Se partissi adesso, per mezzanotte dovrei essere lì. Appena in tempo prima che finisca lo spettacolo. Appena prima dell’ultimo ballo. Il mio ultimo ballo. Il nostro ultimo ballo. No. Non posso lasciarla sola, non posso abbandonarla così.
In fretta e furia indosso un paio di jeans, prendo il giubbotto di pelle dall’armadio, infilo un paio di scarpe ed esco di casa. Salgo a bordo dell’auto nera parcheggiata nel vialetto e parto. Veloce. Estremamente veloce. In meno di quaranta minuti sono già lì. Di nuovo lì. Di nuovo qui. Al resort per ricchi annoiati che ballano il mambo per occupare giornate oziose. Vite oziose.
Dopo aver aperto la porta della sala da ballo faccio il mio ingresso.
Si voltano, mi vedono arrivare. Sorridono.
Dovevo indossare degli occhiali da sole, sarei sembrato davvero un duro. Non importa. Quando tuo cugino è quello del gruppo con la faccia da coglione, è facile sembrare un duro anche senza occhiali da sole. Basta tenerselo sempre accanto.
Sul palco si stanno ancora esibendo, uno accanto all’altro. Uno spettacolo imbarazzante anche per un villaggio turistico. Specie per quel vecchio stronzo pelato che dirige il resort e che si ostina a voler cantare. Per non parlare poi della sorella di Baby. Già, Baby. Dove sei? In quale angolo ti hanno cacciata, Baby? Dopotutto è per te se sono tornato, non certo per mio cugino o quell’ultima canzone.
Mi volto. La vedo, lì al tavolo tra suo padre e sua madre, esattamente in un angolo. Ma nessuno può metterla lì, questo è sicuro. E glielo dirò, oh se glielo dirò. Sono stato troppo remissivo con suo padre, ma capirà chi è Johnny Castle. Quando mi vedrà ballare con sua figlia come se la stessi scopando, lo capirà! E saprà di aver sbagliato sul mio conto. Mi vorrà bene e sarà il padre che non ho mai avuto. Sì, mi sembra un ottimo piano. Dire una frase ad effetto e portare Baby sul palco .
Mi avvicino allungando il passo. Baby mi guarda, sembra sorpresa.
«Nessuno può mettere Baby in un angolo!» dico sprezzante.
Diomio che frase!
Allungo la mano.
«Andiamo, Baby!» dico ancora.
Il padre di Baby si alza in piedi, mi guarda. Resta immobile qualche secondo.
Poi.
Di colpo spalanca gli occhi. Apre la bocca emettendo il suono di un gatto che soffia ed esibendo due canini pronunciati ed estremamente appuntiti.
«Cristo santo!» urlo mentre quello cerca di avventarsi alla giugulare.
Gli afferro il collo, cercando di allontanarlo da me, ma il padre di Baby si dimena, sfugge. Anche sua madre soffia come un gatto, lanciandosi con un balzo sul soffitto, aggrappata con le unghie mentre guarda a testa in giù verso me e suo marito che lottiamo.
Mi volto verso mio cugino.
«Billy…» gli urlo «…la musica!».
Con un calcio alle palle riesco ad allontanare quel maledetto padre-vampiro da me. Afferro la mano di Baby appena in tempo, prima che sua madre-vampiro, dal soffitto a cui è ancora aggrappata, si avventi su di noi. Corriamo a perdifiato verso il palco.
«Tranquilla Baby, c’è Johnny con te, andrà tutto bene>> le dico con la voce rotta dalla corsa.
Sì, tutto bene, tutto bene un cazzo. Nella sala sembra esplodere il caos. Gli ospiti del resort urlano. Anche i camerieri sono vampiri. Uno di loro si avventa sulla moglie di un avvocato del Rhode Island. Le morde il collo. Il sangue schizza sul volto della figlia di un medico del Nebraska che urla disperata.
Now I’ve had the time of my life.
No, I never felt like this before.
Billy ha messo il vinile sul piatto ed è riuscito a far partire la musica.
Ma la musica degli anni ’80 confonde solo i vampiri. Per fermarli davvero servono armi. Armi vere!
«Billy…» urlo ancora «…il mio fucile!».
Da sotto il banco mixer, attaccato con del nastro adesivo, Billy afferra il fucile a doppia canna e una scatola di proiettili speciali che faranno una carneficina di quei dannati vampiri. Mi lancia tutto, mentre sono in piedi sul palco, facendo da scudo a Baby.
Ghermisco il fucile abbassando le canne e caricandolo con due proiettili. Lo punto verso il cameriere che voleva portarsi a letto la sorella di Baby, salvo poi farsela con la moglie di quel tizio che gioca sempre a carte. Sparo.
«Boom!« urlo.
I proiettili speciali uccidono sì i vampiri, ma non emettono alcun suono. Sono efficaci – certo – ma alquanto deludenti dal punto di vista emozionale, adrenalinico. Di che stavo parlando? A che punto ero del racconto? Ah sì, il cameriere vampiro! Torno a guardarlo. Preso in pieno nel petto. Il cameriere-stronzo e vampiro viene scaraventato tra la folla cinque metri più indietro. E si rialza. Guarda il buco all’interno dello stomaco, ci infila una mano dentro e poi mi guarda ridendo.
Un dubbio mi assale. Apro la scatola dei proiettili, ne afferro uno, lo guardo.
«Che cazzo di proiettili mi hai dato?« urlo a Billy.
Lui mi fissa con quella faccia da coglione che la natura gli ha dato. Poveraccio, non può farci nulla per quella faccia, ma il fatto è che Billy, coglione, lo è davvero.
«Sono i proiettili d’argento…« dice infatti.
«Razza di cretino, i proiettili d’argento sono per i lupi mannari!« gli urlo.
Spalanca gli occhi, il cretino, e si lancia sotto il banco mixer alla ricerca dei proiettili giusti. Dopo averli trovati mi lancia la scatola, facendola scivolare sul pavimento in legno del palco. Mi ci avvento proprio nello stesso momento in cui il cameriere-vampiro si avventa su di me. Figlio di puttana. Lo colpisco con il calcio del fucile. Una, due, dieci volte. Si rialza, sempre, senza darmi il tempo di afferrare un proiettile, aprire il fucile, caricare l’arma, sparare. Nulla, non posso fare nulla. Il cameriere mi afferra il collo con entrambe le mani. Ci dimeniamo. Nella concitazione il fucile cade a terra. Siamo stesi uno sull’altro. Il cameriere ha canini affilatissimi che cercano di infilarsi nella carne del mio collo. Sento quasi la punta fredda ed umida dei suoi denti sulla pelle. Cazzo! Cazzo, cazzo, cazzo!
«Boom!« urla una donna.
Sento tutto il peso del cameriere crollarmi addosso. Metà della sua testa non c’è più. Guardo oltre. Baby, in piedi, regge il fucile ancora puntato. Gli occhi spalancati, il respiro affannato. Mi alzo di colpo, le prendo il fucile e la abbraccio. Tranquilla Baby, Johnny è qui.
Sì, certo, senza di lei non ci sarebbe nessun Johnny, ma sono dettagli. E se ti ci perdi, nei dettagli, da qui vivo non puoi uscirne. Con un salto, brandendo il fucile, scendo dal palco. Carico, sparo, uccido. Uno, due, tre, cinque volte. I camerieri-vampiri esplodono sui muri come zanzare in un’afosa serata estiva. Con la coda dell’occhio vedo i genitori di Baby salire sul palco, soffiando come gatti impazziti.
«Scappa Baby, scappa!« le urlo.
Qualcuno dei ballerini la aiuta a scendere dal palco. Corre verso di me, inseguita dai suoi genitori. Mi si lancia incontro a tutta velocità. Suo padre l’ha quasi afferrata. Ancora un passo, fai ancora un passo e ti prendo. Questo penso appena prima di afferrarla e alzarla in aria, evitando che suo padre e sua madre possano afferrarla. Baby è stesa, sopra di me, vola mentre la tengo con le braccia sopra la mia testa, a due metri di altezza. Billy, con il suo fucile, spara a quei maledetti genitori-vampiri che stramazzano a terra. Guardo verso l’alto. Verso il volto di Baby sopra di me. Lentamente la faccio scendere, lasciando che mi scivoli addosso. Ci guardiamo intensamente.
«Now I’ve had the time of my life« canto sopra la musica, guardandola negli occhi.
«No, I never felt this way before« canta Baby, guardandomi con trasporto.
«Never felt this way« canta in falsetto Billy, poco distante e rovinando tutto il romanticismo.
Ma non c’è più tempo per il romanticismo. Dobbiamo andare. Dar fuoco a questo posto. Che bruci fino alle fondamenta. Che seppellisca tutti i vampiri. Lancio un’occhiata a Billy, lui sa cosa dovrà fare. Poi mi ricordo che Billy, mio cugino, ha quella faccia da coglione per un motivo.
«Dai fuoco alle micce, quelle piazzate sotto il palco e che faranno saltare in aria tutto il resort!« gli urlo, verboso e didascalico, per assicurarmi che quell’idiota per una volta capisca al primo tentativo.
E Billy capisce. Forse.
Corriamo fuori dalla sala. Corriamo a perdifiato giù dalla collina mentre alle nostre spalle un’esplosione scuote il cielo. Fiamme alte come palazzi incendiano la notte. Cancellando dalle mappe questo orrore.
Sì, Baby, io e te abbiamo dato fuoco all’inferno.
Ci guardiamo, immobili, uno di fronte all’altra. Ci accarezziamo. Assaggiamo ogni centimetro del corpo che abbiamo di fronte. Lo misuriamo sotto le dita.
E ci baciamo. Affamati e appassionati.
Mic drop. Fine della storia. Buona notte a tutti. Ciao!
Ah, che meravigliosa immagine è questa. Un uomo, con il suo giubbotto di pelle logoro. Le ferite di una guerra vinta. Le fiamme all’orizzonte e una donna, indifesa e salva, tra le braccia. Quale commovente rappresentazione dell’edonismo reaganiano. Quale edificante spot natalizio per il patriarcato.
Provate a fare la stessa cosa con Billy Zane se ci riuscite.
No, non ci riuscireste.Per ottenere quello che vedete vi serve un Patrick-fucking-Swayze.
A illustrare, immagine realizzata con ChatGpt.