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Sovraesposizione

Autore
Thomas Lehn
Ciclo #25 - Spaghetti Pisoletti
Narrativa generale
03 aprile 2026

Hai gli occhi chiusi, ma non so se dormi ancora, non lo ricordo. 

La foto è sovraesposta. Scelta mia, all’epoca mi piaceva sperimentare con la luce, dare a tutto un chiarore smaccato, divino. Forse eri tu a ispirarlo, io ero solo innamorato.

Nella foto hai le palpebre abbassate, le lunghe ciglia nere formano due curve, morbide come dune all’alba, una più accennata dell’altra, quasi degli abbracci pronti a ricevere le sopracciglia, anche quelle nere e folte, in caso dovessero cadere. Cadevano spesso, si tuffavano in una rabbia improvvisa e distruttiva. Io ero un passante inopportuno, una tanica di benzina su cui inciampavi: tornavo a casa e ti trovavo furioso – perché tua madre ti incolpava di tutta la propria infelicità, del marito violento, dei debiti, di sacrifici che non portavano a niente, a figli ingrati per essere finiti in un Paese xenofobo. Normalità era una parola che ti rotolava spesso fuori dalla bocca screpolata. Non ti sentivi normale, ma volevi una vita normale.

Nella foto dormi, o fingi di dormire, il viso invaso da una luce bianca inverosimile. Bianca è la tua pelle, non solo per effetto dell’eccessiva apertura del diaframma: non amavi il sole, il caldo, il giorno. Preferivi la coperta della notte come i tassi, le sciarpe di lana grossa, avvolgenti, che in inverno – la tua stagione preferita – ti consentivano di camminare nella neve. Ecco il motivo per aver scelto quell’esposizione: cercavo il candore. Ogni tuo gesto, iroso o ridente, era spontaneo. Non c’era niente di costruito, di premeditato. Accadeva. Ma io sono fatto di estate, di sole e caldo e una sete arida. Volevo prenderti in un palmo, rinfrescarmi aspettando che ti sciogliessi su di me, che condividessi con me quel tuo divorante bisogno di vivere. 

Per questo ti guardavo dormire. Rimanevi alzato fino a tardi, studiando la biologia molecolare dei nostri corpi, perché non eri riuscito a passare il test di ammissione a medicina, venivi a letto che io avevo già ceduto alla stanchezza delle pratiche d’ufficio, ti infilavi tra le mie braccia, o così immaginavo, e al mattino ti trovavo lì, perché, per quanto scomodo, entrambi lo preferivamo. Volevamo stare allacciati, e dormire male, piuttosto che vivere la scomodità dell’esistenza solitaria in cui ci stavamo perdendo, prima di incontrarci. Tu, il più piccolo di tre fratelli, emarginato dai genitori per l’inconciliabilità della tua essenza con la loro religione, in lotta con quei fantasmi e il tuo corpo che, in maniera per me incomprensibile, non riuscivi ad accettare – piedi troppo grossi, capezzoli asimmetrici secondo i modelli estetici che tappezzavano le nostre schermate. Io, figlio unico cresciuto in una famiglia allargata quando il concetto ancora non esisteva, amato in una campana di vetro, incapace di avere amici al di fuori dei miei tanti genitori, o di volerne, abituato all’idea che gli altri avrebbero potuto non accettarmi, e per difesa non li accettavo io. 

Non te. Tu ti sei intromesso per forza, al nostro primo appuntamento avevi uno zaino di cui non capii l’utilità, che conteneva il ricambio per i diversi giorni in cui sei venuto a stare a casa mia, subito, dopo quella prima notte, come un senzatetto. Sparivi per una mattina, per andare a prendere altri vestiti, e poi tornavi, riempivi i miei spazi, prima un cassetto, poi l’armadio, e infine, in maniera fluida, la divisione era scomparsa, avevamo la stessa taglia e ci scambiavamo anche le mutande. Il profumo del detersivo di quel periodo è diventato la madeleine che mi ricaccia nella tua tana. La canottiera che indossi nella foto deve essere tua, io non ne portavo così, smanicate, ma ora sta nel mio armadio. Quando abbiamo rotto, le cose, già irrilevanti, si sono distribuite al bisogno: mio e tuo non avevano avuto senso durante la relazione, e non ne avevano alla fine. Almeno per me, perché l’unico possesso che volevo era quello che non mi era dato trattenere.

È per quello che ti guardavo dormire. Nella mia insonnia imposta, non cercavo di immaginare cosa sognassi – anche se ogni tanto, quando le palpebre tremavano, mi sembrava di intravedere un’immagine, la scena di un film già iniziato, sovrapporsi, come se un proiettore immaginario mi potesse rivelare il tuo inconscio profondo. Che non ho mai capito. Ti guardavo dormire cercando di intuire i pensieri che si erano accumulati il giorno prima, le fatiche che avresti affrontato riemergendo. Ogni risveglio era un conflitto, per te. Avevo provato ad armarmi di elmo e schiniere, camminare scudiero al tuo fianco, ma non me lo permettevi. Mai. Non puoi aiutarmi, dicevi ferino, non puoi capire cosa vivo. E ogni mia insistenza finiva in una battaglia che non volevo, tra noi, in graffi invisibili che col tempo si sono allargati, le labbra della pelle incapaci di riavvicinarsi, crepate. Una volta che il sangue era uscito tutto, la denuncia.

Ma non al mattino. Nella stanchezza che ti portava a letto tardi, nel sonno che ti teneva prigioniero nelle prime ore del giorno, il viso era disteso, le rughe non conservavano la gravità dei pensieri, delle azioni animalesche. Dormivi, e io ti guardavo: la testa appoggiata su un cuscino arancio a trama floreale astratta. Avrei dovuto buttare via anche questa foto, ma non ci sono riuscito. È l’ultima immagine felice. O per lo meno serena. Certo, ora che la guardo meglio, c’è un’ombra nell’angolo interno dell’occhio sinistro, vicino al setto nasale. La sovraesposizione non è riuscita a cancellarla. Un presagio, potrei dire ora. 

Dormivi di schiena, era facile poterti guardare all’alba, quando mi svegliavo io. La luce non ti infastidiva, lasciavamo le finestre aperte. E io stavo lì, distendendo il tempo rarefatto sul lenzuolo, a memorizzare la forma ovale del viso, il naso corto e stretto, le basette lunghe a cui le orecchie si attaccavano con complicità, un po’ di rosso alle labbra prominenti. La foto che scattai subito dopo le vede ancora chiuse, le labbra, mentre l’occhio destro, l’unico ritratto, è aperto, leggermente mandorlato, per via di quel mix mediorientale che tu detestavi, un marrone tenue che nella luce diventava una resina ambrata. Quella foto è persa, non l’immagine. Il ritorno al mondo da quella premonizione di morte che è il sonno, la sorpresa del risveglio, prima, e poi di vedere me, sopra di te, con la macchina fotografica, lo scatto repentino delle palpebre, che si sono avvicinate l’una all’altra per darsi forza, come sorelle in guerra, e la pupilla che si stringeva nella rabbia per quell’invasione, l’ennesima, nella tua vita, quell’intromissione non richiesta da bello addormentato in cui prendevo senza chiederti il permesso. Ma io stavo solo cercando di recuperare la parte di me che mi apparteneva, quella in cui tu eri presente senza soffocarmi, senza strapparmi i polmoni per dare aria alle tue parole di collera, ostilità, umiliazione. Un delirio in cui tutto l’universo gravitava intorno a te, un buco nero a cui neanche la luce sfugge. Nella serenità di quel mattino, di quei mattini, quando tu eri via, a passeggio nei parchi del sonno, io ti guardavo dormire, e immaginavo che tutto fosse a posto, che quel viso armonioso non fosse la maschera su un incubo. Giocavo con la luce, sperando che un piccolo tocco di sovraesposizione potesse trasfigurarti in un essere angelico. Ignoravo, questo sì intenzionalmente, che la luce era solo il filtro di una mia percezione.