Il disco bluastro di Nettuno
…all that was solemn, and soothing, and lovely, appeared in the brilliancy of an unclouded night, and the contrast of the deep shade of the woods. […] ‘When I look out on such a night as this, I feel as if there could be neither wickedness nor sorrow in the world…’ — J. Austen, Mansfield Park I 11
Il problema non è tanto che manchino i quattrini o le appendici legali. Fino a qualche decennio fa, usava che certi alberghetti affittassero una camera a privati come un proprietario di casa l’affittava tutta, o in parte, ai privati medesimi. Non usa più, ma non è proibito, e io ho un buon lavoro alle Poste che nessuno mi ha dato per pietà, sono praticamente l’unico impiegato in questo paesino subito prima che la montagna si drizzi verso l’alto come la pista di decollo di un razzo. La pietà mi arriva dal proprietario dell’albergo. È convinto che a prendergli una camera in affitto, io mi deprima.
«Proprio perché adesso ha una sua stabilità, magari vorrà pensare a una casa sua. Io mica posso venderle una camera».
«Né io la comprerei».
«Ci sono, faccio per dire, quelle deliziose villette di legno lungo Via Selmi, giusto sopra il torrente…»
«La colazione è inclusa, o preferisce tenerla fuori? Per me è uguale».
La colazione è inclusa! Qui perlopiù fanno all’europea, pomodori funghi salsicce bacon e uova; se mi stanco, si può tornare ai ricordi d’infanzia, pane burro e quella marmellata densa, piena di corpuscoli, dolcissima. A volte sono così felice della colazione che salto il resto dei pasti. È incluso anche il servizio di pulizia, ogni mattina alle dieci, come in tutto il resto dell’edificio a meno che io non metta fuori il cartellino NON DISTURBARE. Per parte mia, cerco di non complicare la vita alla signora che passa a pulire, evitando di aggiungere alcunché al poco mobilio che mi tocca di default. C’è il mio letto a una piazza, un tavolo con due sedie, un comodino con lampada – lampada comodamente trasferibile al tavolino, alla bisogna – l’armadio a sole due ante, il bagno con la doccia praticamente sopra il lavandino; e basta così. Anche la mia biancheria è ridotta al minimo. Il telescopio, protetto dalla sua confezione di cartone, l’ho nascosto tra l’armadio e l’angolo della stanza; come si addice agli scampati alle grandi tragedie, immagino apprezzi di stare sottovento.
È gennaio e siamo abbastanza in alto perché fuori nevichi. Nevica pure oggi, dalle sei del mattino siamo avvolti nel vortice dei fiocchi. Misericordiosamente le giornate sono corte e quel poco di luce grigia che mi perseguita da fuori le finestre quando sto allo sportello se ne va in punta di piedi lasciano la cittadina nelle tenebre. Finisco il turno e mi dirigo verso una vineria caruccia, molti rossi dolci della valle dell’Adige, ma preferisco da sempre i bianchi frizzanti e me ne faccio dare un calice mentre aspetto Beba e Lallo. Mi raggiungono dopo pochi minuti, incappottati con le sciarpe rosse gemelle che gli ho regalato ormai dieci anni fa quando erano ancora solo fidanzatini e avevano zero capelli bianchi. Qualcosa è cambiato nella loro camminata: è incerta, pendula; paiono due che sono stati assordati qualche secondo fa da una tromba da stadio e non capiscono bene come tenersi in equilibrio.
«Io sono d’accordo col tuo affittuario, lì, l’albergatore» dice Beba annusando il suo calice di Recioto. Zuccherina, Beba, sempre stata. «Cosa ti costa accendere un mutuo per una casetta qui? Io e Lallo ne abbiamo ottenuto uno che fra un po’ ce lo tiravano dietro. Qui costa tutto molto poco, non è turistico come nel paesello accanto».
«Poi nel post-bellico…» ci ricorda Lallo mentre aspetta il suo Sangue di Giuda.
«Io non voglio una casa» ribadisco io. «Perché non è giusto che io ne abbia una. Mai più, fine, riga. Ne avevo una, l’amavo molto, è stata letteralmente annichilita – non mi sembra il caso di andarsene a cercare un’altra».
«Ma Lino, cosa dici. Milioni di persone lasciano casa propria ogni giorno per andare a vivere in un altro posto. Anche gente che scappa dalla fame, dalla guerra, da case e città obiettivamente un po’ malconce».
«Sì, ma la vecchia casa resta sempre lì. È nel loro orizzonte, se non altro mentale. Esiste, anche se non ci torneranno mai più. Casa nostra è stata rimossa dall’esistenza. Vi sembra che capiti tutti i giorni?»
Un giorno che mi si era rotta la lente del telescopio, volli andare fino a Milano per farla riparare perché dove stavo io non c’erano professionisti di cui mi fidassi. E con l’occasione volevo farmi anche una gita a Brera. Lallo e Beba erano in macchina che tornavano da Ancona, dopo una visita alla nonna di Lallo che faceva cent’anni. In quei tempi di guerra non si viaggiava quasi mai, o comunque a proprio rischio e pericolo; noi tre eravamo gli unici tra i nostri concittadini a trovarci fuori casa quel giorno in cui sulla nostra città natale scaricarono l’ordigno nucleare che la cancellò dalle carte geografiche. Tutti quelli che conoscevamo sono morti. Tutto quello che ci rappresentava è scomparso. Non avevamo più amici, parenti, una casa, un lavoro, un paesaggio familiare. Questo accadeva tre anni e mezzo fa. Ci arrendemmo, dico noi paese, mezz’ora dopo.
«Voi due» m’informo poi, al terzo calice «piuttosto, a che punto siete? Avete preso quella stramaledetta casina sul torrente che cercano di rifilarmi da mo’?»
«Alla fine sì» commenta Lallo annuendo. «Ci piaceva il panorama. Si fa il rogito dopodomani. Verresti come testimone, ora che ci penso?»
Beba mi mette una mano sulla mano, dicendomi senza dirlo che mi vogliono bene anche se sono un depresso del cazzo. Conosco Beba dall’asilo e Lallo dall’ultimo anno di liceo, li ho presentati io, o forse è stata Costanza? Chiunque l’abbia fatto ora è morto.
«Non ti abbiamo detto» esclama Lallo «che Beba da ieri è caposala in ospedale».
Si brinda. Beba è infermiera, Lallo si occupa di logistica in un’azienda di trasporti. A poco a poco l’economia si riprende. Quando capisci che sei una merda, e lo accetti, le cose vanno incredibilmente meglio. Direi quasi che vale più per le nazioni che le persone.
Quella notte, quando smette di nevicare e il cielo si fa sereno, metto il cartellino NON DISTURBARE fuori dalla porta – ma a mezzanotte, chi cristo deve bussare? – e tiro fuori il telescopio. Non lo uso subito: siedo sul letto in cappotto, sciarpa e calzini doppi, la finestra spalancata. Al quinto piano col balconcino nell’edificio più alto della città – ma come potevo non prendere una camera qui? Mi godo per qualche minuto il colore omelette delle pareti, la moquette grigia o forse blu, le lenzuola di carta vetrata col piumone verde lago, ci passo sopra le mani; poi spengo la luce e vado a osservare.
Prima di trasferirmi qui, il Profondo Cielo lo guardavo e basta; adesso, complice un nuovo acquisto, faccio pure fotografie. Pongo così a buon uso quelle lunghissime ore notturne nelle quali non c’è verso che io dorma. Il trauma, dicono. Ma siamo sicuri? Forse dopo i quarant’anni nessuno dorme veramente più, finge soltanto se gli entrano i ladri in casa o a beneficio di amici e parenti, o perché se ne vergogna. La Via Lattea attraversa il cielo come l’aorta il mio corpo di sopravvissuto, con l’aspetto di una nube finissima e bianca. Regolo la lente, punto la macchina fotografica, inizio l’esposizione, vedrai domani che meraviglia. Le foto del centro galattico, delle nubi di Magellano, se le prendi per bene, ti ricordano tantissimo un cofanetto foderato di velluto nero, che apri ed è pieno di gioielli. Il nostro lo avevamo messo in banca e ogni tanto mia mamma mi portava a vederlo. Lo smeraldo di nonna che mamma metteva sempre alle feste, la medaglia d’oro che commemorava non so quali Olimpiadi, le sterline d’argento, la collana di corniole intarsiate che era talmente rossa da far male agli occhi. — Ma queste sono solo luci, intense o fioche – solo piccoli punti luminosi. Metto gli occhi sulla lente, regolo per bene, provo a beccare qualche pianeta di quelli malvagi, lascio perdere Mercurio che è troppo basso sull’orizzonte e il crepuscolo me lo cancella, Venere e Marte troppo ovvi, no, no, voglio della roba debitamente lontana. Le carte astronomiche me lo danno al suo culmine a quest’ora. Lo so, che è lì. Dove…
Eccolo là, il dischetto bluastro di Nettuno. Con le nuove lenti riesco a vederlo molto meglio di prima – dà poca soddisfazione a fotografarlo, questo sì, ma non è per quello che lo cerco nel cielo notturno. È la sua posizione. Sta sul confine. Di qua c’è casa, di là il resto dell’universo, e poi c’è lui sulla linea che li separa, come uno che pur potendo vivere a casa sua, preferisce stare appoggiato allo stipite della porta spalancata, con il mondo fuori sempre in vista. Dopo un po’ che lo guardo, chiudo gli occhi e mi immagino là, dritto davanti a lui, gli occhi drogati dalla fotolisi del metano che lo trucca come un immenso oceano. Senz’aria, mi figuro il silenzio. Lentamente, congelare a meno duecento gradi, senza sentire, senza più sentire —
«Ma sei sicuro che non ti diamo noia, Lino? Non volevi fare foto, stanotte?»
Rotolo dentro la camera e chiudo la finestra. Mi tolgo il cappotto. Beba è sdraiata sul letto, gonfia dopo una cena a base di polenta e ragù di cervo. Lallo, seduto sulla moquette, sta armeggiando con il fornelletto per bruciare la zolletta di zucchero nell’assenzio. Prepara solo due bicchieri.
«Ma no, lo faccio tutte le notti, se una volta passate a trovarmi voi tanto meglio».
«Sei ancora fissato con Nettuno?» chiede Lallo, concentratissimo sulla zolletta.
«È il colore. Come mai Beba non beve?»
I due si guardano. Li levo dall’imbarazzo:
«State cercando di avere un bimbo?»
I due si guardano di nuovo.
«Scusate, eh, sono stato un po’ brusco. Non ricordo bene quanto, ma anni fa non si parlava di fecondazione eterologa per voi due?»
«Quelli erano Anna e Costantino perché lei aveva l’ovaia destra gnegna» risponde Beba. «Io, ti ricordi che ho il lupus?»
«Giusto, scusa. Allora —»
«Il problema è che il bimbo lo abbiamo già messo in cantiere».
Mi alzo, nervoso. Lallo mi porge il bicchiere fumante, l’assenzio bollente addensato dallo zucchero.
«Ma scusa, tu hai il lupus, non —»
«C’erano pochissime possibilità» conferma lei. «Per non parlare dei rischi per la mia salute. E infatti noi figli non ne volevamo proprio, non era una nostra esigenza».
«Poi una settimana dopo che abbiamo buttato i preservativi, questa era incinta. Che potevamo fare?», commenta Lallo; e beve alla goccia. Immediatamente si inginocchia con un lungo ululato.
«Non ho capito come si salda questa cosa con la frase ‘noi figli non ne volevamo’».
«Cambiato idea» ulula Lallo, sbronzo.
«Non volevamo sentirci finiti così», aggiunge Beba; e dopo un lungo sbadiglio che le rompe a mezzo la frase, si alza dal letto per sgranchirsi le gambe. Poi passa accanto a Lallo e gli scompiglia affettuosamente i capelli.
«Non rischi?» chiedo.
«Io non tanto. Per nove mesi posso sospendere i farmaci, forse c’è un’alternativa meno pesante che mi passano il mese prossimo. Diciamo che non sarà ovvio portare a termine l’infornata».
«Lo metteremo nella cameretta piccola, quella che dà sul fiume. Com’era veeeerde la nostra vaaaalle» canta Lallo, sempre in posizione fetale.
«Non capisco» insisto, tenendomi le tempie: ho un principio di emicrania «questa storia del ‘sentirsi finiti’».
«Ad oggi, al mondo ci sono solo tre bolognesi. Se tutto va bene, ne facciamo un quarto».
«Coppia feconda beffa estinzione con incredibile output riproduttivo, caaaade leggeeeera la neeeve» aggiunge Lallo – per inciso, questa canzone non la sapevo. Beba mi fa cenno di darle una mano. Lo solleviamo e lo aiutiamo a stendersi sul mio letto. Beba gli si fa accanto e inizia ad accarezzargli la testa, giocherellando con il suo ricciolo preferito, quello sopra l’occhio sinistro. Io mi siedo a gambe incrociate e sorseggio l’assenzio.
«Ma siamo morti che camminano» protesto poi. «Tutto è finito, casa nostra è finita, siamo soli al mondo. Che senso ha provare a continuare?»
«Ehi» esclama Beba. «Soli un corno. Tu hai noi, noi abbiamo te».
«C’è uno sgabuzzino vicino alla cameretta del bimbo» rantola Lallo ad occhi chiusi. «Vuoi venire? Ti appendiamo una brandina al muro, puoi dormire in verticale come i baby pipistrelli. C’è un video carino su Youtube, gli danno le banane da spiluccare».
«Lui non vede l’ora di essere padre» commenta Beba. «Mi servirà la sua forza. Non so se mi sento del tutto adeguata. Ma ormai…»
«Non voglio venire a casa vostra» esclamo io, chiudendo la faccia tra le mani. «Io non posso riavere una casa. Non avrò mai più un luogo mio. È fatta, fine, capitolo chiuso. Lasciatemi arrendere», e comincio a respirare a fatica.
«Sì, lo sappiamo che sei scemo» commenta Beba «ma ti vogliamo bene lo stesso. E comunque ci puoi venire a trovare per cena, se per te è più semplice. O per tenere il pupo. Se nasce».
«Nascerà» grida Lallo improvvisamente «e sarà il bolognese del domani. Il sopravvissuto al massacro. Sarà il nostro futuro».
Torno al telescopio. Devo assolutamente fare qualche fotografia. Chiudo la finestra, mi accovaccio sul balcone, ignoro Beba che mi chiede cosa sto facendo. Nettuno sta scendendo sull’orizzonte e da est vengono delle nubi, ma per l’ultima mezz’ora di cielo sgombro riesco a inquadrarlo di nuovo. Mi limito a guardarlo: in foto verrebbe davvero troppo piccolo. Poi sposto la lente verso un’altra zona del cielo, dove le stelle sono più rarefatte.
Certi corpi celesti viaggiano svincolati dai pozzi gravitazionali dei soli o del centro galattico, trapassano le zone più o meno dense senza farsi fregare, abbandonano una galassia e ne raggiungono un’altra, precipitando nel vuoto a velocità oscena; e allo stesso tempo, viste le distanze, sono praticamente fermi. Non appartengono a nessuno: solo a sé stessi. Dovrei passare dal telescopio alla macchina fotografica, ma non mi riesce. Sono inchiodato allo spettacolo dell’abisso insensato dove si stendono gli oggetti dell’universo, come schizzi di schiuma su un tavolo nero. A forza di guardare e guardare, col freddo che mi mangia gli angoli del corpo, mi penso lassù, a transitare in mezzo a un campo di stelle senza che niente mi ci trattenga, e lasciarlo, e continuare da solo nel vuoto e nel pieno e nuovamente nel vuoto, finché o io o l’universo non saremo che uno straccio di materia e fumo, senza memoria e senza nome.
[A illustrare: la solita foto di Nettuno (tondo e azzurro, non potete sbagliare) e la rappresentazione artistica della superficie di Plutone]