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L’altro ospite

Autore
Alessia Del Freo
Ciclo #25 - The Spaghetti Grand Hotel
Narrativa generale
7 maggio 2026

L’altro ospite era già nella camera. Soggiornava lì da qualche settimana.
Lei era arrivata al limitare della città a notte fonda. Era uno di quegli alberghi a basso costo, che offriva camere a risparmio per chi era di passaggio in quegli strani sobborghi. Alloggi sempre doppi e sempre occupati da un automa – asessuato e inodore – e una persona.

Lei era la persona.

Oltre il bancone l’aveva accolta un giovane con la maglietta slavata e l’alito di birra. Stava chino su un vecchio cellulare mentre nella sala accanto, con luci basse e macchinette di cibi liofilizzati, un automa teneva un intimo comizio. Intorno al volto e sulle spalle luccicava bigiotteria da quattro soldi e schegge di fanali raccolte da uno sfasciacarrozze. Altri automi lo ascoltavano annuendo e acclamando.
Il ragazzo rivelò una dentatura dubbiosa e delle unghie sporche, con cui le porse la chiave della camera. Lungo le pareti del corridoio ancora penzolavano immagini di quella che era stata un tempo la città, con la sua piazza e i suoi viali. Ora da quei tetti usciva solo il fumo del vapore di un’altra città, presa d’assedio dagli automi e dalla società impenetrabile che avevano creato.

La camera aveva luci fioche. Le pareti emanavano un tanfo rancido di tubatura, mentre l’incedere dei macchinari nelle fabbriche sorte intorno alla città sembrava scandire un tempo che non passava.
Le lampadine a bassa intensità delineavano il profilo di un automa steso, collegato a un tubo di caricamento. Giaceva immobile su un letto singolo e il cavo che sbucava da sotto la coperta terminava in una sorta di valigia dalle ante trasparenti, con due bombole che gorgogliavano.
«Buonasera» disse lei senza indugio. Gettò un paio d’occhiate intorno per misurare la stanza: armadio a parete, finestra sul retro, bagno con vasca.
Senza muoversi, lui fece uscire una voce dalla tonalità bassa, come un bambolotto dalle pile scariche.
«Benvenuta nella stanza di passaggio.»
«Quante persone hai incontrato prima di me?» gli chiese.
Oltre il vetro incrostato si riconosceva il profilo della zona industriale: scalini di comignoli e ciminiere, dove gli automi lavoravano notte e giorno, accogliendo personale umano solo al buio, solo per le consegne, solo a bordo di grandi camion.
Intorno alle fabbriche erano nati quegli hotel a doppio ospite: vecchi alberghi ora reinventati sulla misura di un mondo che vedeva umani e automi comunicare e scambiarsi in rare occasioni, e tutte legate alla produzione che proliferava intorno alla vecchia città.
L’automa sollevò la testa e con qualche secondo di ritardo si tirò su con la schiena. Le articolazioni schioccarono, la coperta scivolò via e rivelò il suo corpo. Un mosaico grottesco: arti meccanici innestati su un busto umano che aveva cambiato colore, tenuti insieme da giunture abbozzate e lente.
Fuori le luci dei fanali dei camion in fila si dirigevano verso le fabbriche. Era ancora, sempre, buio.
«Cosa trasportano quei contenitori?»
«Quante domande.» L’automa fece scrocchiare il collo. «Non è nella fabbrica a est che devi indagare? Il mio compito è farti entrare lì.»
L’automa si alzò e fece qualche passo barcollante verso di lei. Dal tubo collegato al suo fianco gocciolò il liquido delle bombole. La porta della camera alle sue spalle si aprì e con la coda dell’occhio riconobbe il brillare di pietruzze e fanali rotti. Era l’automa che stava tenendo il comizio: era lui che avrebbe compiuto la mutazione.

Si risvegliò nella vasca della camera, un sapore di ferro in bocca.
La valigia con le bombole era poggiata di fianco al gabinetto e il tubo finiva all’interno della vasca, smuovendo l’acqua pesante in cui era immersa. Si tirò su a fatica, il corpo scricchiolante, l’equilibrio sfalsato. Nella penombra dello specchio apparvero le sue nuove sembianze: un’eresia meccanico-organica, dove la pelle gonfia e livida diventava un corpo di lega ossidata. Lei era l’automa.

Immagine generata con MidJourney