Bestiario dell’altrove
Alle due e quarantasette del mattino il mondo si divide in due categorie: quelli che dormono e quelli che pagherebbero per riuscirci. I primi stanno nei letti. I secondi in quei luoghi dove la vita va a nascondere la polvere sotto il tappeto: gli hotel, i pronto soccorso, le stazioni di servizio e i bar aperti tutta la notte.
Dietro il bancone della reception dell’Hotel Moderno – che di moderno ha soltanto il nome e un distributore automatico dedito alla riesumazione di snack degli anni precedenti – faccio antropologia con la moquette dalle undici di sera alle sette del mattino. Di giorno la gente sembra una foto profilo; di notte diventa la cronologia delle ricerche: un elenco sconclusionato di paure, desideri e domande che nessuno avrebbe il coraggio di fare a un altro essere umano. Nemmeno a sé stesso. Dopo dieci anni dietro una reception ho sviluppato una soglia di stupore poco salutare. Il disagio umano non mi colpisce più, lo catalogo: una moglie tradita, un uomo in lacrime, una fuga d’amore finita male, una crisi di nervi nel parcheggio. Ordinaria amministrazione. È per questo che mi piace il turno di notte. Col sole passano il loro tempo a vendersi: sono tutti felici, competenti ed equilibrati. Di notte chiudono il banco, restano soli con la loro merce difettosa e con le insegne tremolanti che si portano dentro come denti guasti nel buio. Sono anni che aspetto qualcosa all’altezza della reputazione di quest’orario. Invece mi sono sempre capitati esseri umani di una mediocrità così metodica da sembrare coordinata. Se il mondo fosse davvero governato da una setta segreta, sarebbe composta da uomini con il colletto della polo alzato e un profumo da stordire i cavalli, ossessionati dalla password del Wi-Fi e dalla carta igienica. Lavoro di notte perché la presenza umana si riduce fino a livelli compatibili con la mia salute mentale. Soprattutto quella dei colleghi. I clienti, almeno, hanno la buona educazione di andarsene. Loro, restano. Passano la giornata a spostare ansia da una stanza all’altra come facchini. Se non c’è un problema lo inventano. Se c’è una buona notizia la smontano pezzo per pezzo fino a farla sembrare una minaccia. Se li chiudessi in una stanza con una vincita alla lotteria, una torta di compleanno e un cucciolo di labrador, nel giro di dieci minuti qualcuno si lamenterebbe delle tasse, del colesterolo e dei peli sul divano. Sono naturalmente portati all’infelicità. Come gli uccelli al canto e i serpenti al veleno. E non è nemmeno la cosa più difficile da sopportare. Una volta, durante il mio mese di prova, un cliente chiamò la reception per chiedere una coperta. Gli spiegai che ne avrebbe trovata una nell’armadio della camera. Seguì qualche secondo di silenzio. Poi quello scoppiò a ridere. Rise il direttore. Rise il portiere. Per qualche motivo ridevano tutti tranne me. Avevo ventidue anni e credevo ancora che le persone dicessero quello che pensavano. Lavorare in albergo mi guarì abbastanza in fretta. Le parole, qui dentro, sono come gli ospiti: arrivano con un nome e ne usano un altro. Un hotel è il posto dove un uomo sposato chiede una camera per una persona e arriva in due, dove una riunione di lavoro dura quarantacinque minuti e finisce sotto la doccia, dove una coperta non è una coperta.
Ieri notte, alle cinque e trentadue, il telefono squillò. La camera 120. Guardai il display e sorrisi. Finalmente. Le telefonate notturne non portano mai buone notizie, e le buone notizie sono terribilmente noiose.
«Pronto, reception.»
Dall’altra parte una voce maschile esitò.
«Scusi…»
Mi preparai. Un omicidio. Un adulterio. Un sequestro.
Qualcosa. Qualunque cosa.
«…saprebbe dirmi dove si trova il telecomando dell’aria condizionata?»
Chiusi gli occhi.
Il mondo era pieno di ricattatori, uomini che cambiavano nome, falsi sacerdoti e persone che avevano il buon gusto di essere inseguite da qualcosa. Per qualche motivo però, prenotavano sempre negli hotel degli altri. Dopo dieci anni passati a osservare gli esseri umani dovrei sapere come va a finire. Invece continuo a comportarmi come uno che aspetta il colpo di scena.
Una volta, nella 206 – libera da una settimana – avevano visto una bambina seduta sul letto. Vestito bianco, capelli scuri, mani in grembo. La housekeeper aveva richiuso la porta d’istinto e, quando l’aveva riaperta, la stanza era vuota. Nel giro di mezz’ora la storia aveva già fatto il giro dell’hotel. Nel giro di un’ora la bambina piangeva. Nel giro di due aveva gli occhi completamente neri. Poi arrivarono le telefonate dalla 206. Sempre di notte. Rispondevo ma dall’altra parte non c’era nessuno. Non era il silenzio normale, quello di chi sbaglia numero e resta lì ad aspettare che sia l’altro a riattaccare. Era un silenzio assoluto, come se la linea fosse collegata a una stanza vuota. O a una testa vuota. Dopo la quinta chiamata cominciai a fare il tifo per il fantasma. In una settimana avevo gestito una discussione sul grado ideale di morbidezza degli asciugamani, due telecomandi scomparsi e un uomo che pretendeva un cuscino ergonomico alle quattro del mattino. Una bambina fantasma sarebbe stata una ventata d’aria fresca. Così una notte decisi di andare a cercarla. Erano le tre e trentatré, l’ora ufficiale delle possessioni demoniache e dei fantasmi vendicativi; un orario che gode di una reputazione sproporzionata rispetto ai suoi reali meriti. Passai in rassegna tutto l’hotel: corridoi, scale antincendio, locale caldaia, magazzini e perfino i sotterranei. Mi vedevo faccia a faccia con la bambina. L’unico testimone di un mistero rimasto irrisolto per decenni. Protagonista di una storia destinata a comparire in podcast ascoltati da persone che usano parole come “energia” senza specificare di che tipo. Per la prima volta dopo anni, l’Hotel Moderno sembrava sul punto di offrirmi qualcosa di diverso dalle sue forme di vita abituali. Trovai invece tre scarafaggi grossi come SUV e un fornello acceso. La cosa più vicina a una presenza demoniaca si rivelò essere qualcuno con un contratto a tempo indeterminato. Le cucine erano piene di fumo. Passai il resto della notte con l’estintore in mano e la tosse. La bambina fantasma non si fece vedere, ma riuscii a salvare l’albergo da un incendio.
Nei giorni successivi la leggenda della 206 continuò a prosperare come una start-up finanziata bene. La bambina aveva ormai una biografia, un carattere e un passato. Alcuni sostenevano perfino di sapere perché infestasse la 206. Il fuoco, invece, era stato archiviato in meno di ventiquattr’ore. Un incendio evitato è solo manutenzione. Una bambina morta seduta su un letto è marketing. E mentre lei continuava a guadagnare dettagli senza nemmeno essersi presa il disturbo di esistere, io accumulavo soltanto straordinari. Eppure non è la bambina della 206 ciò che mi torna in mente più spesso.
Ha una tessera fedeltà. Nessun mandato di cattura. Nessun passato da cancellare. Nessun segreto da proteggere. Lui affitta una scomparsa. Prenota una camera per due o tre mesi, e ci vive dentro come un animale ferito che si nasconde sotto un mobile. Legge, guarda la televisione, mangia toast. Ogni tanto esce a fare una passeggiata. Poi torna dalla moglie e dai figli. Qualche mese dopo ricomincia. Una notte scese alla reception verso le quattro. Aveva addosso quell’espressione che compare sulle facce delle persone quando smettono di cercare l’uscita e capiscono di essere la stanza. Si sedette davanti a me.
«Secondo lei è normale stancarsi della propria vita?»
Guardai la hall vuota, le luci al neon, la moquette, il distributore automatico. Tutti quegli anni passati a osservare esseri umani.
«Mi sorprenderebbe il contrario.»
Lui sorrise.
«La mia non è neanche una brutta vita.»
«Sono le peggiori» dissi.
Aggrottò la fronte.
«In che senso?»
«Le vite davvero orribili almeno ti danno una direzione.»
«Quale?»
«Scappare.»
Restò in silenzio.
«Quando sono qui mi manca casa.»
Annuii.
«E quando è a casa?»
«Mi manca questo posto.»
«Anche questo è normale.»
«Davvero?»
«Sì.»
«Perché?»
Ci pensai un momento.
«Perché gli esseri umani sono progettati male.»
Rise. Io no.
Finì il caffè, lo guardai attraversare la hall e infilarsi nell’ascensore. In dieci anni avevo visto gente scappare da ogni genere di guaio: debiti, corna, cause legali, fallimenti. Lui invece si allontanava da una villetta con il prato tagliato bene, da una moglie che non lo tradiva, da figli che lo chiamavano papà e da una vita senza crepe evidenti.
Pagava centinaia di euro per chiudersi in una stanza che odorava di detersivo e tubature vecchie, mangiare toast molli e guardare la televisione fino a notte. Tutto lì. Come uno che entra in un rifugio antiaereo quando fuori c’è il sole.
L’ascensore si chiuse.
Restai da solo con il ronzio delle luci e il distributore automatico. Pensai che il vero lusso fosse potersi permettere una tristezza senza motivo, una tristezza pura. Mancava poco alla fine del turno. Fuori stava sorgendo il sole e tra poco sarei tornato a casa. La notte restituiva lentamente gli esseri umani alle loro bugie preferite.
Ad illustrare: Hotel Moderno, courtesy of Google