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Il mio cane parla tedesco

Autore
Lorenzo Galuppi
Ciclo #20 - L'uccello che girava gli spaghetti del mondo
Narrativa generale
27 dicembre 2024

Truth is like blood underneath you fingernails
Fink, Looking too closely

Felpa, giubbotto, sciarpa e guanti.

Dopo aver preso tutte le protezioni necessarie, ho raccolto il guinzaglio da terra. Tod abbaia da tre minuti, Livia gli intima di tacere, con le dita umide e gocciolanti, un grembiule per non sporcare la gonna; si è asciugata la fronte con il dorso della mano e mi ha detto, “Lo porti fuori, per cortesia”, si è cinta la vita con le mani, «Devo finire di preparare la cena, i miei capelli sono un disastro e tra poco Anna e Fede saranno qui.» Ha acceso i termosifoni.
«Sono rientrato adesso, ancora puzzo di… dammi il tempo almeno di cambiarmi».
«Sbrigati».
Tod è sulla porta del bagno, la lingua che penzola e con la coda aiuta Livia a spazzare il corridoio. Annusa l’asciugamano. «Hai preso le pasticche?»
Faccio di no con la testa.
«Il cappello?»
Faccio di no con la testa.
«Asciugati i capelli almeno, ti ammali».
Faccio di nuovo di no con la testa.
È la prima notte fredda di un’annata così calda che perfino a dicembre ho messo magliette a maniche corte. Oggi sfrego i palmi delle mani per evitare di morire assiderato. Sbuffo un rivolo d’aria che mi ricorda di quando fumavo al liceo; ho avuto a malapena il tempo di cambiare le scarpe da ginnastica estive con un paio di Dr. Martens che Livia mi ha regalato in previsione dell’inverno. C’è una brina sgradevole che copre le vie di tutta la città, si scivola a camminarci sopra. «Accendi il fuoco, quando rientro ci penso io a tenerlo d’occhio».
Mi maledico quando dimentico di mettere le cuffiette prima di uscire di casa, ma fino a stasera, tirare fuori le mani dalle tasche non è stato affatto un problema. Anzi, le mani in tasca non le mettevo proprio. Le lenzuola di casa sono diventate troppo leggere, nemmeno i più avveduti hanno pensato di dover tirar fuori dall’armadio così in fretta il piumone. Ieri, invece, Livia si è alzata alle quattro e mezza di notte per fare il cambio di stagione, di lunedì; nessuno ha potuto aspettare l’arrivo di un nuovo weekend per farlo. È stata una sorta di corsa ai ripari rocambolesca. Una generale alzata di scudi collettiva, fatta alla benemmeglio, che poi si è riversata in un traffico in strada di gente infreddolita e in ritardo.
Ho le dita che neanche si piegano più, mettere le cuffiette è un’impresa. Ancor di più lo è mettere la musica dallo schermo del telefono che trema con la mia mano. Ancor di più se Tod tira così forte.
Dopo qualche altro metro, trainato a strascico, riesco a far partire una canzone; non quella che avrei voluto sentire, che ho avuto in testa fino all’uscita dal lavoro e poi in macchina, quando potevo ascoltarla ma non l’ho fatto e la passeggiata di ora è l’ultimo tentativo prima di avercela incollata al timpano, stonata e storpia, fino al mattino dopo.

«Fa un freddo che ti taglia il respiro stasera, eh Tod? Non ricordo l’ultima volta che ho sentito il vento così, fino alle ossa» rabbrividisco, batto le mani nella speranza che possa darmi un po’ di sollievo. Lui mi guarda convinto di aver fatto qualcosa per meritarlo, quell’applauso.
Sembra che sorrida, la lingua gli rotola fuori assieme a respiri corti e cadenzati che si materializzano in nuvolette d’aria gelida. Se canticchio un po’ mi scaldo – ci provo. Tod setaccia gli angoli che ritiene meritevoli di un approfondimento. Da qualche tempo anche io mi trovo più a mio agio al freddo; il mal di testa, così, viene quasi annullato e respiro e penso molto meglio. Il caldo opprimente di agosto, quello anomalo di settembre e quello drammatico di ottobre e novembre, ha fatto seccare tutte le piante qui intorno, mentre quelle estive fiorivano ancora. Io mi bagnavo la testa con l’acqua fredda per evitarmi i dolori, per non appassire; quando era troppo, attrezzavo una bacinella con del ghiaccio e ci infilavo la testa per intero.
Dopo tante passeggiate assieme, quasi riesco a riconoscere i punti in cui il mio cane potrebbe fermarsi e quelli che non sono adatti a una sosta. Talvolta sono costretto a tirarlo via anche da zone di interesse, prima che lui possa abbassarsi per cominciare i rilievi sul terreno, soprattutto  se è tardi. Non mi va che Livia debba gestire tutta la casa da sola. Prima ci riuscivo molto meglio, ma da un po’ ho difficoltà e mi arrendo alla sua forza.
«A te piace ‘sto freddo,» tra un tamburellare dei denti e un tremolio di mani, «Tutto quel pelo, sei un gran fico». Mi fermo, «Bello, vieni qua!» e lo strapazzo un po’. A Tod piace, quando lo faccio. «Mi ci potrei affezionare anch’io,» gli carezzo il dorso, la notte mi carezza i capelli bagnati.
Quando Tod fa la cacca esulto, soprattutto se la fa nei vasi e nelle aiuole, così non la raccolgo – ti pare che a trentacinque anni mi metta pure a raccogliere la merda del cane, avevo detto a Livia – e col tempo tra noi è nato questo losco patto: lui fa le sue cose dove posso lasciarle e io lo ringrazio con una piccola festa di urla e gesti a caso.
Dopo la prima cacca camminiamo con più calma, «Oggi è stata una sorta di martedì,» do un calcio a un sasso, «Sembrava, boh, sembrava non finire mai. Mi sono svegliato già scazzato stamattina, come al solito, e di corsa, come sempre. Livia che urlava che faceva tardi pure lei. E al lavoro, sai, le solite storie. I colleghi, sempre a parlare di cazzate, come se il mondo non stesse per cadere a pezzi».
Girata la strada c’è un mazzo d’erba aggrappato all’asfalto che Tod annusa ogni volta, «Poi c’era Marta, quella che non perde mai occasione per mettermi in difficoltà. Mi ha chiesto se avevo finito quel progetto, come se non avessi già una lista di cose da fare lunga così. Ma non è solo lei, in fondo, è il lavoro tutto. Sempre troppo. Sempre troppo poco tempo». Casa di Nicolao, il cancello ha le inferriate e Tod si ferma per scodinzolare con il cane oltre le sbarre. Si danno una leccata, «E oggi, al solito bar, la faccia di Stefano… Non so se l’hai visto, ma è come se avesse il cuore a pezzi, quel tipo. Sembra che non gli vada mai bene niente, e oggi, non so, è stato ancora peggio».
Un semaforo rosso ci fa fermare, mentre un giallo spento conta il tempo che rimarremo qui a far niente, «Poi, l’ospedale. Non avevo voglia di andarci, ma alla fine ci sono andato», mentre lo dico guardo a terra, spero che scadano i tredici secondi rimasti sul semaforo.

«Was haben sie dir gesagt?»

Ci siamo io e Tod per strada; lo guardo, ha la lingua srotolata di fuori e gli occhi piantati nei miei, «Die Ampel ist grün, los Mann».
«Sì, adesso attraversiamo» la voce, stavolta sono stato attento, viene da Tod, ed è ferma, spigolosa, netta, come il suo latrato. Ho il riflesso del verde nella lente degli occhiali, «Corri, Tod, dura pochissimo. Parli tedesco?» raggiungiamo il marciapiede al centro della carreggiata.
«Genau! Und Englisch und Französisch, ein wenig Portugiesisch für meinen Großvater, der aus der Gegend von Portimão stammt, aber es ist schon lange her, dass ich ihn gesehen habe».
«Pensavo di no; quindi, tu parli tedesco, francese, inglese, tuo nonno era portoghese,» elenco le lingue che il mio cane parla, lui che non ha il pollice opponibile ma è poliglotta, mentre mi avvio lento al  giro di boa della nostra passeggiata: il parco, che di notte è chiuso e buio. È vuoto, c’è qualche scoiattolo che di giorno ti corre tra le gambe e qualche anatra che col freddo abbandona lo stagno per migrare altrove. Mi chiedo pure se quest’anno abbiano avuto tempo, se loro, prima di noi uomini, abbiano previsto l’arrivo di un freddo così repentino e siano fuggite verso climi più idonei alla sopravvivenza. Spengono anche le fontane, di notte. Con il freddo, di solito, tolgono anche l’acqua per evitare problemi. Chissà se hanno fatto in tempo. È tutto così muto stasera.
«Wie ist es im Krankenhaus gelaufen?»
«Non bene, chicco. Lo sai che non ci volevo andare». Abbasso la testa, lo guardo, mi guarda. «I dottori hanno detto che il mal di testa non è un semplice mal di testa come credevamo noi. Mi hanno detto che è una roba terminale, che ho poco tempo, che le cure sono inutili e mi farebbero solo stare peggio».
«Weiß Livia davon?»
«No, lei non sa niente di tutta questa storia qui; è già preoccupata del mutuo, del contratto, che non le fanno l’indeterminato, della macchina che si rompe appena la accendi, non posso caricarla anche di questo. Hai visto stasera com’era nervosa?»
Il cane annuisce e continua a camminare. Fiancheggiamo vasi e aiuole di fiori morti assiderati; di colori spenti, di petali caduti tutti intorno al gambo o ancora attaccati alla corolla, ma morti – così in fretta da non aver avuto il tempo di staccarsi e cadere. E foglie ancora verdi riverse sulla strada. Molli, decomposte.
«Non è in lei, è chiaro, si incazza per tutto quello che le-, che ci sta succedendo».
«Wenn du mit ihr sprichst, könnt ihr dieses Problem vielleicht besser angehen und möglicherweise eine Lösung finden».
«Ma quale soluzione vuoi che troviamo, Toddino, Terminale, significa la fine di tutto».
«Sie hat noch mehr Recht, es zu wissen, um dir dann beizustehen und deinen Verlust zu ertragen». Certo, dovrei dirlo a Lilli, ma ho paura di farle solo del male. Ora sono io che taccio, mi fermo anche, mi chiudo nelle spalle quando mi arriva addosso il vento da due auto che passano, inseguendosi sull’asfalto gelido. I fari che mi puntano in faccia riaccendono il dolore alla testa e mi ricordano che non basta il freddo per guarire e che l’assenza di fitte che sentivo era legata al solo shock termico.
«Lei ha i suoi problemi, ne ha tanti, è sempre sotto stress: ci manca solo questa, io sto male, non lei».
Tod fa la cacca in bilico su un marciapiede, questa cade giù e sporca anche la strada.
«Ma perché non hai aspettato l’aiuola, era a un passo, cazzo».
«Dein Schmerz wird trotzdem ihr gehören, sei es wegen deiner Krankheit oder deinem Tod, gib ihr die Möglichkeit, an deiner Seite zu sein».
Sbuffo, la raccolgo, ma non potrò gettarla via fino a casa. “Lo so che soffrirà in ogni caso, ma non glielo posso dire, non ci riesco».
«Sag es ihr, es ist wichtig. Bereite sie auf deinen Abschied vor. Ich versuche es seit zwei Wochen, dir das zu sagen, du musst mit ihr sprechen».
«Come facevi a sapere che stavo male? E come avresti tentato di parlarmene, scusa?»
«Auf Portugiesisch, natürlich. Und ich bin dein Hund, ich schnüffle an den Handtüchern, mit denen du dein Gesicht trocknest».
«Certo, in portoghese. Ma che c’entrano gli asciugamani, scusa?»
«Das Blut, das du aus der Nase verlierst», mi spiega. 
«Non mi usciva sangue dal naso», giriamo l’ultima curva e casa compare davanti a noi; non sono felice di uscire da un po’, stare lontano da Livia; ultimamente mi pesa. Prendo una sorsata d’aria, inspiro forte, sa di sangue.
«Du hast es nicht gesehen».

Quando rientro mi si appannano le lenti degli occhiali; sono arrivati i nostri ospiti, ho la faccia stanca, ma ho camminato tanto; mi aiuterà a mentire.
«Anvedi, oh, quanto avete camminato?»
«Boh, un’oretta, il solito giro».
Tod mi chiede un biscottino col muso, vado in cucina e gliene prendo uno. Lo mangia, scodinzola, sbava a terra. “Prima o poi te parla ‘sto cane, a te».
«Poco ce manca». Rido. Livia ha ancora addosso il grembiule, i capelli gonfi di vapore, la faccia stravolta. «Lilli, vieni un attimo di là che ti devo parlare».
Lei annuisce.

Il crepitio del fuoco riempie la stanza, ma io sento freddo in gola. Livia è accanto al camino, le mani giunte come in preghiera, il sorriso riflesso nelle fiamme. Il profumo di spezie dalla cucina con quello del legno, le ombre danzano sulle pareti; in un angolo c’è il cappotto, appeso e coperto di brina.
«Oh, ma sai che Toddino parla davvero?»
«Oddio,» Livia copre la fronte con il palmo della mano, «mentre lo lavavo un paio di giorni fa credevo di avere le allucinazioni: eravamo in doccia e mentre gli toglievo il balsamo l’ho sentito cantare vai malandra».
«Che?»
«Te l’ho fatta sentire in macchina ieri, me l’hai fatta togliere perché ti dava mal di testa».
«Ah, sì la canzone».«E che ti ha detto Tod?» punta gli occhi nei miei, tenendo il canovaccio tra le mani.
«Non lo so, ha parlato in tedesco». Livia mi si avvicina, posa il panno sul tavolo di vetro appena lucidato e mi abbraccia.

A illustrare, Emilio Vedova, Per la Spagna n.8, 1962.

Lorenzo Galuppi nasce nell’entroterra ciociaro e si trasferisce a Roma solo dopo gli studi. Della terra madre porta dietro il colore dei boschi l’autunno e il calore di casa sua. Al Tevere ruba le voci e le storie. Classe ’96, Lorenzo si è laureato come metodologo di ricerca clinica a Tor Vergata, ora lavora a Roma.