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Diorama

Autore
David Valentini
Ciclo #4 - Ytalia, storie alter-native
Distopico fantascientifico
8 aprile 2021

Dio, mi senti?
Nessuna risposta. Con la manica pulisco i secondi occhi e inquadro meglio la croce lassù. Riprovo: Dio, ci sei?
Sì, afferma la voce. Sempre.
Eh, non mi pare. Mi dici cosa sto guardando?
Uno strano brusio invade gli auricolari. Forse è tempo di sostituire la maschera. Poi Dio mi informa che la croce era il simbolo del cristianesimo, una religione monoteista che ha dominato il pianeta fino agli anni trenta. Passa a parlare di vangeli, resurrezioni e messia ma Darjo si intromette. Lo vedo sbracciarsi, le sue labbra formare parole mute.
Dio, devo andare, dico, e lui risponde A dopo, inserire nome utente.
Sì, devo aggiornare la maschera.
Darjo si fa vicino. Il suo bacio è un formicolio di piacere sul mio estensore labiale. La funzione sta per iniziare, dice.
Dentro, gli altri sono già alloggiati. Questo è l’unico showroom del quartiere che abbia ancora le antiche panche marroni. Per questo mi piace venirci. Il loro odore mi ricorda qualcosa che so di conoscere. Una volta ho chiesto a Dio di che materiale fossero e la voce ha risposto Faggio e noce. Ne ho parlato con Darjo. Gli ho detto Ci credi che c’è stata un’epoca in cui le cose venivano fatte in legno? Un materiale così prezioso, e loro ci facevano delle sedie per pregare un dio morto. Lui ha alzato le spalle. La gente fa cose strane, ha risposto, poi mi è parso che sorridesse, come per farsi beffa dei miei dubbi spirituali, lui che non ne ha mai avuti.
D’un tratto la stanza diventa blu. Vetrate e intelaiature si elettrizzano mentre sugli schermi a led che si accendono compare il logo di Google. Amo il silenzio che cala prima che la bibbia di vetro si pronunci.
Stagione due, episodio tre, tuona la voce dallo schermo. Nella sua solennità c’è qualcosa di minaccioso.

Nel ricordo di antichi dèi
abbiamo speso anni sterili
inginocchiati sotto cieli
che nulla avevano di sensato.

Sono versi lapidari, ma so che parlano di prima che accadesse tutto. È un rimprovero rivolto ai nostri avi, non a noi.
Poi è tempo dei trailer. Odio questa parte. I morti sono pochi, l’indice di tossicità è tornato sotto l’uno. In questo trentaseiesimo anno, dice il mezzobusto mentre scorrono immagini di piattaforme ospedaliere nell’Atlantico e centri commerciali incendiati, c’è ancora gente che non usa le corrette precauzioni. La sua voce è limpida: la maschera che indossa deve avere un filtro naturale. Chissà cosa vedono i suoi secondi occhi, cosa sentono i suoi auricolari. Passa una pubblicità: animali che non ho mai visto si arrampicano su alberi verdissimi e pieni di fiori luminosi.
Stagione tre, annuncia la bibbia di vetro. Episodio quattro. La seconda punizione, giunta prima dell’era civile, spazzò via gli antichi dèi, annuncia. Da lì, noi rinasciamo.


Un’ora dopo siamo fuori. La folla ci passa accanto e si disperde. Pochi girano senza filtri o maschere, e vengono guardati male. A me non cambia nulla che indossino due occhi o quattro, che coprano naso e bocca con un tessuto, degli estensori labiali o non li coprano affatto. Se i nostalgici dei vecchi costumi vogliono girare praticamente nudi sono affari loro. Fra un anno potrebbero essere tutti morti.
Michi.
Mi volto a guardare Darjo. Che c’è?
Ti sei persa mezza funzione a fissare le panche, a farmi domande su quella cazzo di croce. Smettila, è solo roba del passato.
Una roba che un tempo qualcuno ha ritenuto importante.
Un tempo, appunto. Perché cerchi di capire come funzionavano le cose prima? Era un altro mondo, altre logiche. E ci ha portato a due catastrofi e una depressione nel giro di dieci anni.
Dietro i suoi secondi occhi vedo le iridi azzurre fissarmi con ostinazione. Se avessi la nuova versione di Diorama potrei chiedergli di interpretare i suoi pensieri. Gli tocco la spalla. Lui si rilassa, si avvicina, solleva il suo estensore, poi il mio. Una punta d’imbarazzo mi pervade ma ormai intorno a noi non c’è più nessuno. Mi bacia. L’aria sulla pelle mi fa rabbrividire. Anni fa nonna mi ha detto che un tempo era una sensazione normale. Fino alla fine ha continuato a dipingersi le labbra. Vedevo come i miei compagni di classe la guardavano, quando veniva a prendermi a scuola. Sembrava godere di quell’oscenità.
Non ci stai con la testa oggi.
No, piccolo, scusa.
Si può sapere che hai?
È solo stanchezza. I deliver si sono guastati e abbiamo dovuto consegnare tutti i pacchi a mano. Questo quartiere sembra infinito quando devi scarpinare tutto il giorno. Evito di parlargli degli incubi che faccio ultimamente.
Andiamo a pranzo da–
Facciamo che ci sentiamo dopo?
Lo vedo corrucciarsi, ma dietro l’estensore non capisco se per il fastidio o la preoccupazione.


Mi incammino verso casa. È giorno di riposo, ma non riesco a mettere a tacere questo grumo nello stomaco. Il cielo pare fatto di quel filo spinato che si vede in certi film di cent’anni fa.
Scanso comitive di ragazzini con maschere colorate e hoverboard luminosi. Due di loro si lanciano palle virtuali da un capo all’altro della strada. Un pangolino domestico annusa un palo marrone che in cima si apre in una serie di minischermi. Dio, chiedo, ci sono notifiche? Ancora una volta non risponde.
Svolto per una via laterale e dopo un paio di vicoli sbuco accanto al cavalcavia della stazione. Il solito traffico riempie le corsie ma non un suono mi raggiunge, neanche quando scatta il verde: fino a qualche anno fa i clacson si sarebbero sgolati, ora anche quelli sono il ricordo di epoche incivili.
Sul ponte, Dio mi avvisa di una chiamata. Aggiunge che non gli sembro propensa al dialogo oggi. Hai ragione, gli dico. Ignora. E manda un messaggio a mamma: scusa, non sono dell’umore, però vengo domani, ok? Invia.
Mi appoggio al cornicione del cavalcavia, oltre il quale la stazione si perde nella nebbia. Le vetrate scure del palazzo di Google svettano altissime, fin quasi a confondersi con le nuvole. Dicono che prima della crisi l’edificio fosse la sede di una banca. Treni sfrecciano ultraveloci. In un’ora e mezza potrei essere a Milano, in dieci a Berlino. Potrei prenderne uno e non tornare più e quello sì che sarebbe inseguire l’orizzonte.
Dio, mi senti?
Sono qui.
Era ora. Che cos’ho che non va oggi?
Riesco quasi a sentirlo ragionare mentre elabora i miei valori. Poi dice Riscontro un livello alto di acido lattico nelle gambe e un tasso serotoninico basso. Consiglio riposo, la visione dell’ultima puntata di Mooncruise, o del nuovo film di–
Non m’interessa.
Allora consiglio di incrementare la percezione, così da beneficiare di trailer e preghiere adatte a te, Michaela.
Lascia stare, me ne torno–
Consiglio di incrementare la percezione, così da–
Ok, ok, basta che la pianti. Incrementa la percezione.
Tempo di terminare la frase e tutto si accende. Il cielo si fa blu, verde, giallo. Dal nulla appare la scritta Stazione-HUB Tiburtina, e più sotto Martedì 19 maggio, 25°, Indice di tossicità 0.8, Rivivi la funzione di oggi: stagione due, episodio tre.
Dal palazzo di Google promanano immagini. Nuove serie Prime View, sconti fino al settanta percento e spedizione gratuita in cinque minuti con Über Food. Sulle vetrate si dipingono i volti sorridenti di due ragazzi che si godono un aperitivo mentre la nuova Ikaros percorre in autonomia un’autostrada deserta. Indossano maschere Apple così perfette da consentirgli di guardarsi negli occhi senza togliere lenti o estensori. Si guardano come se il loro amore fosse reale. Poi lui pensa soltanto di voler raggiungere la casa sul lago: l’impianto sulla sua tempia lampeggia e la Ikaros devia all’istante. Ne avevo sentito parlare ma è la prima volta che pubblicizzano un impianto vero e proprio. Lo slogan dice Tesla Ikaros e Apple iMask 6 con nuovo Google Diorama Skyline: il mondo nella tua mente, ovunque tu voglia.
Dio, quanto costa la tua nuova versione?
Mi raggiunge il solito brusio. Ciao Michaela. Per aggiornare il tuo Google Diorama alla nuova versione Skyline hai bisogno di un Apple iMask almeno di quarta generazione, e col tuo stipendio attuale dovresti lavorare per sei–
Non c’è bisogno di infierire.
Non era mia intenzione. Volevo solo fornirti le informazioni essenziali–
Smettila.
Il nuovo Google Diorama Skyline, oltre alla funzione di comunicazione telepatica, riesce a fornire risposte più adatte delle mie alle tue esigenze.
Non ne dubito. Spegni la percezione incrementata e lasciami sola.
Vuoi veramente tornare alla normale percezione? Perderai importanti trailer quali–
Sì, spegni tutto, stai zitto.
E subito i colori si fanno più smorti. Il cielo, ora vuoto, è così triste. Il palazzo di Google torna un ammasso di vetrometallo dalla forma assurda. Pare una di quelle navi usate per le crociere nell’esosfera.
Proseguo verso casa. Disabilito Diorama, spengo gli auricolari e oscuro i secondi occhi al venti percento. Una serranda di nulla cala intorno a me. Compongo un messaggio manuale per Darjo. Lo sai che giorno è dopodomani?
Certo, scema, risponde subito. Il tuo compleanno. Ho già organizzato.
Nonna aveva la mia età quando è cominciato tutto. Sai, la prima pandemia eccetera. E mamma l’aveva quando sono nata. Venticinque anni sono un numero importante per me.
Sarà tutto perfetto, vedrai.
Nonna fino all’ultimo ha continuato a pregare su quella croce, dico, poi cancello. Darjo ha mille pregi ma su queste cose non mi segue proprio. Ti amo.
Anch’io, risponde.


Nonostante la maschera sia sul comodino, a letto mi sento la testa pesante. L’aria della stanza vibra di ossigeno e particelle potenzialmente letali che solo il filtro di casa rende innocue. Cerco di non pensare a tutto quello che potrebbe uccidermi in pochi secondi.
Sono a pezzi ma non prendo sonno. Ho paura dei miei sogni. Gente che tossisce sangue, cadaveri spediti nello spazio esterno, cavi elettrici che entrano nei corpi. Da dove vengono queste immagini ogni volta?
Dio, mi senti?
Sono qui, dice la voce. Non so bene da dove provenga quando non indosso la maschera. Forse è integrata nelle pareti.
Non riesco a dormire.
Vuoi che riproduca una playlist rilassante e profumi l’aria di vaniglia?
La vaniglia sì, la playlist no. Neanche finisco di parlare che già l’aroma si spande intorno a me.
Pensi troppo, prosegue la voce. Dovresti rilassarti, Michaela. Percepisco livelli alti di cortisolo.
Grazie, lo so che sono stressata.
Posso fare qualcosa per te?
Non lo so, Dio… non sembra anche a te che siamo tutti in costante attesa di qualcosa? Come se stessimo solo vivendo un’epoca di mezzo.
Dio sembra pensarci un secondo appena. Lo sai, Michaela, stiamo ricostruendo il nostro futuro dopo gli anni della crisi, dice. Poi la sua voce riproduce un passaggio da Googlemedia. La seconda pandemia, l’Europa che introduce lockdown semipermanenti, aree di contenimento e dispositivi di monitoraggio cellulare. Io dovevo ancora nascere. Non so com’era il mondo prima. Non ho mai visto un cane o un gatto, sterminati dal contagio: ormai sono solo nei documentari.
Mi stai facendo deprimere, dico ad alta voce. E comunque conosco già la storia.
Posso suggerirti una serie–
Devo dormire, Dio. Fa’ una cosa, renditi utile. Riproduci Sogni di gloria.
Attivo il programma Sogni di gloria. Vuoi anche che svuoti la tua cache mentale?
Sì, grazie. Vorrei svegliarmi di buon umore.
L’aroma di vaniglia si mescola a quello di rosa, sandalo e pino. Le pareti si fanno liquide, e già compaiono le prime immagini. Sono su un sentiero, scalza. Non indosso maschere, non porto lenti. Intorno a me, una distesa verde: pini dalle cime innevate, palme, cactus spinosi. Cinguettii e ululati mi circondano. Vedo pinguini, zebre, un cammello. Da un ramo colgo una pesca. Mangio due fragole, addento una papaya. È tutto così saporito.
Nel cielo terso leggo la solita scritta, appesa come un cartello stradale: Questo è il futuro a cui torneremo.
Mi concentro sull’incongruenza di quella frase. Poi però la mente si scioglie, il corpo si rilassa, e ricordo che Dio ha sempre ragione.


Copertina di Chiara Tescione
Illustrazioni interne di Antonio Pantano

Nelle foto: cavalcavia della stazione Tiburtina con veduta della sede della Bnl (1), chiesa di Santa Maria della Visitazione (2), scorcio fra via Irene Imperatrice d’Oriente e via Arduino (3)