Dylan
Le giostrine le avevano tolte in marzo. C’erano dei fondi statali per sostituirle, dicevano, entro l’estate i bambini avrebbero riavuto la loro nuova area gioco. Dylan aveva visto finire la scuola, il parco arrostirsi e rimesso lo zaino sulle spalle senza che le altalene ricomparissero. Poi se n’era dimenticato.
Frequentava l’oratorio. Ormai aveva dieci anni.
«Vado a casa. Ho da finire inglese».
«E che ti frega di inglese?»
«Mi frega. Sennò mi iscrivono a un altro corso e il sabato non esco più».
«Sfigato».
Dylan molla un colpo alla manopola del calcetto e spedisce un goal dritto in porta. Lore sputacchia un vaffanculo e dichiara la partita finita.
«Guarda che ti conviene fare quegli esercizi, la maestra ha detto che se non cominci a fare qualcosa chiama tua mamma».
Escono. Dentro sono rimasti una manciata di ragazzini più grandi, delle medie. Quelli delle superiori preferiscono stare fuori, sui gradini del campo da basket. Lore e Dylan non ci vanno. Hanno paura, anche se non se lo dicono. Li fanno sentire bambini.
«E che lo faccia».
Dylan non ha più voglia di essere un bambino, si è rotto. Mette su la voce spavalda, preme le mani in tasca e fa il grosso stringendo le spalle dentro al giubbotto. Lore tace. Nemmeno lui ha tanta voglia di essere un bambino, a casa non fanno che scassargli i coglioni, lo mandano in continuazione a provare sport che non ha voglia di fare, scherma e pallanuoto, aikido e basket, ma lui vorrebbe starsene seduto al pc a giocare – lui in inglese è fortissimo, cazzo gli servono i corsi con le madrelingua racchie. Si separano poco dopo la piazza del paese.
«Allora io vado».
«Ok».
«A domani?»
«A domani».
Si mollano una pacca reciproca, che rimbalza sull’imbottitura della giacca a vento. Dylan attraversa un parcheggio crepato dal freddo, una strada a doppio senso, poi una chiusa al traffico – e in fondo, tra motorini parcheggiati, biciclette e una siepe di bosso che trabocca velenosa dal muretto, c’è casa sua. Alza la testa, sbircia il primo piano – quattro finestre, di cui una illuminata. Sospira. Il portone condominiale cigola ma lo fa entrare; la serratura dell’appartamento invece è capricciosa, deve strattonare la maniglia prima che si apra e gli entri nel naso l’aria densa di cavolfiori bolliti che tappezza le pareti, i mobili, i panni stesi ad asciugare in corridoio.
Si libera dello zaino, appende la giacca. Non dice niente, aspetta di sentire la voce di sua madre che lo rimprovera per essere stato in giro fino a tardi, disgraziato, se fai così adesso tra due o tre anni non so, ma non lo raggiunge neanche una parola. Dylan toglie le scarpe, le accosta vicino al muro. Silenzio. Si morde le labbra e si affaccia in cucina, dove la luce è accesa, le verdure cotte si raffreddano nello scolapasta e i piatti aspettano di essere lavati. Comincia a impilarli, attento a non fare rumore, li trasferisce nel lavandino; rovescia i cavolfiori in una ciotola e la copre con un piatto. Con una mano spazza le briciole oltre il bordo del tavolo, con l’altra le raccoglie. Le butta nel cestino, apre un filo d’acqua dal rubinetto e lava le mani. Il campanile batte le sette. Troppo tardi per cominciare a fare i compiti. Però forse Lore ha ragione, la maestra l’ultima volta si è incazzata, potrebbe davvero chiamare a casa, e se a casa trova qualcuno è la fine. Fruga tra i quaderni fino a recuperare gli esercizi da consegnare, svita la penna e si concentra. Dieci minuti, quindici al massimo e ha finito. L’importante è consegnare, non che sia giusto, no? Comunque, qualcosa se lo ricorda. Il present continuous. Sussurra quelle parole provando a imitare l’accento della maestra. Presen’continuuuus. Presente continuo. Il tempo che non finisce, l’azione sospesa a riflettersi, a guardarsi e riguardarsi per sempre in una durata infinita.
Traduci: Dylan sta facendo i compiti. Dylan is doing homeworks.
Completa: Where is mum? Mum is…………….Mum is fucking around.
Mum is cooking dinner.
Ha fatto abbastanza. Finito forse no, ma dovrebbe bastare per scamparla. Chiude tutto, la penna, il quaderno, piega il foglio. Trascina lo zaino in camera, se si ricorda dovrà metterci i libri per il giorno dopo, sennò pazienza. Volta la testa dall’altra parte, passando davanti alla camera dei suoi genitori. Non ha voglia di pensare a loro – a nessuno dei due. Si sdraia sul letto, prende un fumetto vecchio e lo sfoglia finché non comincia a gorgogliargli la pancia e il campanile non batte le otto.
Papà torna a casa.
Ciabatta fino in cucina e tira su col naso. Dylan sta mangiando patatine dal sacchetto. Dylan is eating chips.
«Tutto ok? Hai fame?»
«Un poco, sì. Ci sono le verdure».
Papà storce la bocca, ma non si lamenta. Prende la tovaglia, la stende sul tavolo. È un po’ sporca, ma ci tiene che cenino per bene e poggia le bottiglie e i piatti sopra le macchie.
«Tua madre?»
«Sta di là».
«Dove?»
«A letto. Dorme».
Papà non fa altre domande. Mangia e basta. Una volta chiedeva come stesse e a che ora si fosse messa a letto e Dylan sapeva rispondere (‘mah, come al solito, sta sulle sue’, ‘si è chiusa in camera verso le sei e mezza, le sette’). Da quando era ricominciata la scuola, invece, tornava a casa dal rientro e la trovava già addormentata. Non ricordava bene come suonasse la sua voce. Sotto sotto però preferiva così: se era sveglia, poteva essere un casino. Per dire: col suo cattivo umore, riuscire a fare i compiti era impossibile. Non taceva mai o si ostinava ad accusarlo in silenzio, le braccia incrociate e le spalle alla finestra. Dylan ormai pur di non vederla alzata tornava tardi apposta, anche se cominciava a fare freddo e all’oratorio spesso il riscaldamento non funzionava. Ma anche a quello si sarebbe adattato, qualche pomeriggio poteva andare da Lore. Aveva tutto quello che gli serviva, i videogiochi e le scarpe da ginnastica nuove. Lui per le Jordan aveva dovuto pregare in gaelico per mesi, e alla fine ne era saltato fuori un paio di usate, gliel’avevano incartato per il compleanno ed erano stati tutti felici e contenti. Mamma quel giorno sembrava quasi contenta e gli aveva scattato una fotografia col cellulare. In ogni caso, non avrebbe fatto a cambio con la vita di Lore, i suoi erano dei pignanculo che lavoravano da casa e non lo mollavano un attimo.
«Alzati, sono le sette. Ti serve qualcosa?»
La faccia di papà, mezza coperta da uno scaldacollo in pile e dal berretto, incombe sulla sua. Il pacchetto di sigarette gli gonfia la tasca dei pantaloni da lavoro.
“No, no”, vorrebbe rispondere, come ogni mattina, ma dalla bocca si sente uscire le spine di un istrice, aghi sordi che fanno preoccupare il padre, che non è abituato a vederlo boccheggiare. Gli cala una mano sulla fronte e decreta che ha la febbre alta. Si ritrae. Toglie il berretto e stropiccia i capelli ferrosi, da vecchio nonostante non lo sia, non ancora. Guarda nel corridoio: deve andare, rischia di fare tardi. Non serve che lo dica, Dylan lo sa e basta – è una mattina uguale a tutte le altre, è solo che non riesce a parlare.
«Adesso chiamo la mamma. Ci pensa lei».
Gli lascia un bacio sulla guancia. Dylan si accorge di avere i brividi e strattona la coperta sopra la testa. Si sforza di chiudere gli occhi, vuole riaddormentarsi, non pensare alla rabbia di aver fatto i compiti di inglese per far contenta la maestra, che non saprà mai quanto si è impegnato e penserà che l’ha fatto apposta a rimanere a casa, che si è finto malato e telefonerà comunque, troverà qualcuno e sarà un completo disastro. Adesso ha voglia di piangere, ma si sente la faccia gonfia e un secco incendiario tra la bocca e la gola e il naso che gli entra nel cervello. Where is mum? Continua a ripeterselo con l’accento presuntuoso della maestra, a cui vorrebbe dire, ma non ha mai detto, che a lui dell’inglese non frega un cazzo e di viaggiare zero, non ha né il pc né la switch, dove magari servirebbe, e all’università non ci vuole andare: non farà il dottore come Lore o l’ingegnere come Maria Slavina, maledetta secchiona. Pensa al sorriso sbiadito che trascinerà al suo banco vuoto, quando faranno l’appello. Dylan Zorzato: assente.
Si alza. Non ha tempo da perdere, se vuole arrivare puntuale. Mette i vestiti sopra al pigiama, come gli capita di fare quando sa che rischia di prendere freddo, gli stessi di ieri, ma non importa. Scarpe, giacca a vento, zaino, niente colazione, sono quasi le otto, tardi, è tardissimo, scende le scale di corsa, dimentica di guardare in alto, alla finestra della camera dei suoi genitori per capire se la luce è accesa o spenta, se dietro qualcuno si muove o no, se mamma dorme (where is mum?) sta correndo ormai, dritto attraverso il parco senza giostrine, chiostro improvvisato dei fumatori del plesso B, scuola media inferiore; gira a destra e, ultimo, col trillo dell’ultima disperata campanella, supera l’ingresso.
Sta ansimando. I compagni lo salutano, Lore gli chiede se va tutto bene e lui dice di sì, inghiottendo ossigeno a piene fauci, curvo con le mani sulle ginocchia. Maria Slavina lo supera con la sua borsa da pallavolista. Gli sibila che fa schifo e gli ordina di muoversi. Hanno lezione di ginnastica.
«Puoi metterti in prima fila anche se rimango indietro, lo sai?»
Lei non gli risponde, solleva un sopracciglio biondo come deve aver imparato già da neonata. Schiocca la lingua per ribadire il disprezzo e si volta, scuotendo la coda di cavallo. Liscia, chiara come crini di unicorno. È per questo che Dylan, nella sua testa, l’ha ribattezzata Maria Slavina. Anche perché è moldava (o russa o ucraina, non ricorda e comunque chissenefrega), ma principalmente perché è pallida come una valanga di neve assassina. E quella coda gliela sventola davanti tutti i giorni dal primo banco, quando alza la mano per rispondere – giusto! Brava! – agli insegnanti, quando mette in perfetto ordine i libri prima di ricreazione; adesso, che gli corre davanti, nei dieci giri del perimetro della palestra che dovrebbero valere come riscaldamento, ma che gli fanno bruciare i muscoli, i polmoni, tutto. Frena. Frena stringendo il pugno attorno ai capelli di Maria Slavina, che cade su di lui e urla, o forse urla e poi gli cade addosso. La maestra soffia forte nel fischietto e interrompe la corsa per precipitarsi su di loro.
«Che cos’è successo? State bene?»
Maria Slavina si dibatte per liberarsi dalla presa di Dylan, che si fa sfuggire l’essenza magica dei suoi capelli. Ha un secondo per sperare che uno si sia salvato, impigliato per errore al polsino della felpa. Che rimanga suo per sempre.
«Scusa, scusami davvero».
Riesce a dirlo, lasciandola incredula e forse ancora più arrabbiata. Non importa, non può voltarsi indietro né domandarsi perché si sia scusato subito dopo averla aggredita. Restare significa rischiare un colloquio con la Preside e la convocazione dei genitori: la sua unica possibilità è la fuga. Spalanca il portone che affaccia sul campo di calcio e corre fino al blocco degli spogliatoi, dove ci sono lavori in corso e passare sotto alla rete arancione è una roba da niente.
Finalmente può fermarsi a prendere aria – e freddo, perché il giubbotto l’ha lasciato a scuola, ma non se ne accorge adesso che la fatica l’ha arroventato. Incerto, comincia a camminare sul marciapiede. A quell’ora gli adulti sono quasi tutti al lavoro e lui non dovrebbe andarsene in giro da solo. Qualcuno potrebbe fermarlo e chiedergli dov’è sua madre.
Ha bisogno di un posto dove starsene tranquillo. Di tornare a casa non se ne parla e l’oratorio è chiuso. Perduto come un bambino di Dickens sotto a un cielo grigio Londra, ma diversi gradi di latitudine più in basso, cammina rasente alle vetrine vuote. L’ultima è accesa di luci natalizie in anticipo di qualche settimana: la cartoleria della Barbara. Dylan entra senza pensarci troppo. La Barbara, troppo rincoglionita per fare domande, lo accoglie svapando dalla Kiwi. Non spende più di un decimo di secondo per staccarsi dal cellulare e appurare che sia un bambino e non un rapinatore. Dylan se la prende comoda e prova indisturbato, una per una, tutte le penne dell’espositore, poi sfoglia una pila di quaderni e gli sembra quasi di essere solo e di non essere mai stato più in pace, ad annusare l’inchiostro indelebile degli Uniposca scribacchiando sul dorso di un block notes. Li adora. Hanno un tratto spesso, definitivo. Non sono roba da bambini.
«Allora, hai deciso?»
Le fa segno di no. Quando la Barbara alza gli occhi da Instagram, ne ha già fatto sparire uno nella manica della felpa. Lei tira su col naso, inspirando il fastidio di averlo ancora tra i piedi. Dylan non sarà il primo della classe, ma sa leggere tra le righe: ringrazia ed esce.
Di nuovo per strada, senza zaino né cappotto, preoccupato che la cartolaia non sia così demente e si inventi di seguirlo, percorre a ritroso la via dei negozi vuoti, dipartiti per fatiscenza, resa allo shopping online, tassazione eccessiva. Le vetrine impolverate oscurano gli interni e inghiottono il suo riflesso. Non c’è nessuno a fermarlo, a invadere la sua solitudine domandandogli cosa ci faccia in giro: dovrebbe essere a scuola, al più a casa malato, accudito a coccole e cartoni animati. Quello che più teme non accade, nessuno bada a lui, e invece di entusiasmarsi, si scopre inseguito dalla stessa vergogna di ogni pomeriggio, quando torna e la mamma sta dormendo in camera sua. Dylan si ferma davanti a un’ex pellicceria. Fa scivolare nel palmo il pennarello indelebile e comincia a imbrattare la vetrata.
MARIA SLAVINA SCOREGGIA
Ancora offeso per averle chiesto scusa, dopo lo strattone alla sua splendida coda da unicorno, scrive con attenzione, cercando di imitare la grafia artificiale della vecchia insegna del negozio. Arretra di un passo e si rende conto di aver dichiarato il soprannome che ha scelto per lei, un dettaglio da non condividere con l’universo. Cancella “Slavina”. Si distanzia ancora e valuta la locuzione puerile, insignificante per le potenzialità del pennarello. Sbarra con due righe spesse e irregolari il suo capolavoro e tenta di ripetersi un metro più a destra.MARIA SLAVINA SCOREGGIA MARIA S. IS MAKING FART
Ora la scritta è giusta, più o meno ordinata e ampia abbastanza da farsi leggere dall’altro lato della strada, dov’era probabile che prima o poi sarebbe passata. L’inglese rende meglio, fa più fico. Ha anche usato il present continuous. Ma più la guarda più si sente stupido: Maria capirà subito che è stato lui a insultarla e reagirà come sempre, ignorandolo o al più dedicandogli un esausto battito di ciglia. Quello che potrebbe mandarla al manicomio, invece, è qualcosa di inaspettato, di eclatante quanto assurdo.MARIA SLAVINA SCOREGGIA MARIA S. IS MAKING FART I LOVE YOU
Ora è perfetta. Si domanderà per settimane, giorni, se non anni, chi le ha scritto quella dedica, crogiolandosi nell’idea di un timido e appassionato spasimante pronto a scoccarle una rosa dalla finestra, quando non era altro che uno scherzo, sì, uno scherzo crudele per minare quella sicumera insopportabile, da bambina che prende tutti dieci, fa punto oltre la rete e ha un sorriso che scioglie i ghiacciai. Soddisfatto, Dylan fa per riporre l’Uniposca in tasca, si sente un caballero con la sua pistola ancora calda, che rotea prima di calzarla nella fondina.
«Ehi, tu».
Ma non è solo, e il pennarello gli cade e rotola ai piedi di Matte, 2F, accompagnato da Nathan e Santiago, 1B. Gente delle medie. Lo squadrone della morte – altro soprannome che vorrebbe tenere per sé ma che quasi gli precipita dal labbro inferiore.
«Guarda che ti abbiamo visto».
Cominciano a mugugnare versetti amorosi, cinguettii, schiocchi di baci all’aria. Nathan e Santiago si abbracciano e fingono di limonare duro.
«Sei davvero carino, ma lei lo sa? Ti ha almeno visto in faccia?»
Ridono. Ridono di lui e Dylan torna a essere il bambino spiantato, povero e deficiente che era meglio se rimaneva in classe e si faceva lavare la testa dal Preside.
«Non ho fatto niente».
Tenta di difendersi, i pugni stretti, così teneri alla vista che lo squadrone della morte scoppia a ridere. È sempre Matte a parlare. Lo vede spesso all’oratorio, è uno dei prepotenti che urlano e ogni tanto si fanno cacciare. Uno di quelli che fuma dove c’erano le giostrine.
«Come no. Ma se sei così timido glielo andiamo a dire noi, no? Tanto di Maria S. ce n’è una sola, la stangona della tua classe. Aspetta che viene a scuola nostra, l’anno prossimo e…»
I denti di Matte sono l’ultima cosa che Dylan vede – piccoli, da animale putrido – prima che un desiderio di annientamento gli impugni il cervello e le dita comincino a formicolargli. Vuole premergliele negli occhi. Fargli spalancare la bocca in un grido e spaccargli i denti, un pugno dopo l’altro, tutti, fino a farglieli cadere in gola. Vuole vederlo gattonare sul marciapiede, con il sangue dalle orbite a sputare frammenti d’osso. E ci prova, Dylan, a saltargli alla faccia, ma il ragazzino è più forte e più svelto – non è più un bambino e lo sbatte a terra.
«Ma chi cazzo sei, tu?»
Le ultime cose che sente. Le prime, col terrore di un riavvio dell’esistenza, dal marciapiede – supino, col naso rotto, in lacrime come un bambino qualunque – al suo letto, con le guance bollenti, che si scopre a ripetere con la lingua impastata. Di sonno, di qualcosa di amarissimo.
«Papà?»
Chiama. Nessuno gli risponde. Si sente indolenzito, ottuso dal sopore, più che da una rissa. Mentre dormiva, il mattino è evaporato in una luce azzurrina che sfuma sul pavimento e non scalda il tappeto. Dylan se ne accorge quando posa i piedi nudi e si rimette in piedi. Sul comodino, un bicchiere d’acqua mezzo vuoto, un termometro e un flacone di Novalgina. C’è persino un vecchio libro di fiabe che neanche sapeva di aver conservato. Stordito, con una mano scorre il muro del corridoio e affronta la casa vuota.
«Mamma?»
Quando arriva in cucina, scopre dall’orologio che sono le sei passate.
«Mamma?»
Insiste, rivolto alle porte chiuse. Oltrepassa quella del bagno, la sua, quella del ripostiglio. Quella della camera matrimoniale è socchiusa, perché quando si è messa a letto non si è preoccupata di chiudere per davvero, distratta com’era, traballante quanto lui. Ha scalciato le scarpe da una parte, lasciato i vestiti a terra e si è messa sotto al piumone. Russa, a bocca aperta, il fiato pesante come non dovrebbe essere il fiato di una mamma. Non è il respiro che l’aveva cullato nei primi giorni, è sfatto, chimico. Quello vero, il suo, se n’è andato. Dylan ha paura che non torni mai più e con lui il tempo di essere bambino.
Ma adesso sono soli, è tardi e troppo presto, è stanco e non ha fame e l’idea di svegliarla combacia con l’esatta sensazione di fallimento di quando ci ha provato e lei neanche sembrava riconoscerlo. La mamma sogna e non vede altro. Dylan solleva un lembo della coperta e si acquatta vicino a lei. Puzza di sudore. Dovrebbe dirle di lavarsi, rimproverarla – non adesso, però. No. Adesso tacciono, tutti e due svegli, o forse svegli per un singolo istante nell’immaginazione del bambino, a guardare il buio, il pomeriggio immobile, gli anni sprecati, e il rimorso prende la piega della rassegnazione e finiscono stretti. Come una volta, ancora una volta.
A illustrare, dalla miniserie Adolescence (2025), immagini del protagonista Jamie, interpretato da Owen Cooper.