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Malanoche. Ovvero amarti solo di giorno

Autrice
Deborah D'Addetta
Ciclo #25 - Spaghetti Pisoletti
Narrativa generale
5 febbraio 2026

Chi volesse fare un catalogo di mostri,
non dovrebbe far altro che fotografare con le parole
quelle cose che la notte reca alle anime sonnolente.
Fernando Pessoa. Il Libro dell’inquietudine.

Una donna fissa il soffitto. Non che ci sia qualcosa da fissare – intonaco avorio e un neonato fiore di muffa nell’angolo a destra – ma aspetta che la notte ceda il passo al giorno, finalmente, e la comparsa della confortante lama di luce che entra dalla finestra e annuncia che è tutto finito. Almeno per dodici ore.

C’è un momento esatto, quando è ancora notte ma non è più notte e quando il giorno non è ancora giorno, in cui la mente partorisce i suoi peggiori intenti. La mente di tutti, non solo quella della donna. Come se il bordo sfrangiato del tempo si irrigidisse per qualche istante dandoci modo di dimostrare a noi stessi chi siamo davvero, quali sono i nostri desideri, le nostre paure, le angosce, le speranze. Eventualmente, anche i propositi omicidi. Da qualche parte la donna ha letto che i minuti che precedono l’alba sono i più pericolosi, quelli che ci lasciano scoperti e indifesi, ma anche terribilmente cattivi o romantici. Dipende. Da cosa? Se si è dormito o meno. E la nostra donna non dorme. Mai. Per questo si sente molto cattiva.
Da qualche parte ha letto che in quei minuti i lupi cedono il passo ai cani.

Una donna stringe i pugni sotto il lenzuolo. Ha caldo, o forse ha solo molto freddo. Non lo sa con certezza. Tutti i suoi pensieri sono concentrati sull’agognata comparsa della lama di luce, se non si dà una mossa – pensa – commetterà un atto orribile. Ci pensa, sì, e prova un perverso piacere indugiando sui dettagli di quell’atto orribile: come potrebbe farlo? Soffocarlo col cuscino? Oh, come vorrebbe vederlo dibattersi – uno scarafaggio a pancia in su – ma poi pensa anche, con notevole lucidità considerata la situazione, che non avrebbe forza sufficiente a tenerlo fermo. Dargli un colpo in testa con qualcosa? Un martello, una lampada, un vaso. Basterebbe a farlo smettere? Quel rumore, quel raccapricciante rumore di cose grattate, strappate, quel rumore di respiri angosciosi e assillanti e grezzi, non lo può più sopportare. Vuole ucciderlo. Vuole farlo tacere. Zitto, per sempre, zitto, zitto, zitto! Sente di impazzire.

Una donna arriccia i piedi. Arriccia anche le mani, le stringe e le rilassa, sente prudere il palmo, i polpastrelli formicolano, tutto il letto formicola o forse è solo il mondo. Pensa che una colata di cera bollente potrebbe fare al caso suo. O di cemento. Sì, forse meglio il cemento, seppellirlo sotto tonnellate di cemento, soffocare quel rumore, e poi finalmente – finalmente – il silenzio.

Una donna volta il viso verso destra. Lo vede, con la bocca aperta, ignaro della cattiveria e del romanticismo degli attimi che precedono l’alba, emettere quel rumore insopportabile, costante, pneumatico. Non smette nemmeno se si gira di fianco o se si mette a pancia in giù. Non smette. Mai. Per questo la donna non dorme. Per questo la donna si sente molto cattiva. Scatta a sedere, torce il busto, solleva il pugno in alto. Vorrebbe tanto colpirlo, fracassargli il cranio, cancellare i suoi lineamenti. Trema. Poi, per un istante, uno solo, l’uomo smette. Chiude la bocca, impasta la saliva con la lingua, boccheggia come un pesce. Forse ha avvertito il pericolo, in un cantuccio remoto del suo cervello, un istinto innato, quello delle bestie che si bloccano nella foresta quando intuiscono, senza nemmeno vederlo, che c’è qualcuno nascosto nel folto verde e nei cespugli, che vorrebbe porre fine alla sua innocente vita. Perché qui di innocenza parliamo. Non lo fa di proposito. Dice che è una malattia, quando cerca di riparare al torto. Dice che non può farci niente. Ma questo alla donna non basta. Non è sufficiente ad ammansirla. Non in quel momento.

Una donna ha il pugno bloccato in alto. Lo guarda, ha le palpebre che gli tremolano, il respiro caldo, ora calmo, regolare. Nessun rumore. Il silenzio. Che sollievo meraviglioso, se solo potesse durare. In quel tempo piccolo e beato, la donna sente di amarlo. Moltissimo. Come ha potuto pensare di ucciderlo? Che razza di mostro è? Lui non lo fa di proposito, è una malattia. Non può farci niente. La donna abbassa il braccio. Forse ha davvero smesso, è disposta a concedergli il beneficio del dubbio. Lo guarda, nella tenera penombra della notte che non è più notte e del giorno che non è ancora giorno. Un guaito. È così indifeso. Così dolce. Le ciglia nerissime, le guance arrossate dal sonno dei giusti, dei vinti. Le labbra un po’ umide.

Una donna piega il busto per dargli un bacio. Un bacio del buongiorno o della fine della notte. Ma all’improvviso, l’uomo ricomincia. Un latrato. La donna conosce bene quel momento, e si dispera: la profonda apnea, l’assenza assoluta di respiro, come l’ultimo fiato del moribondo, e poi di nuovo, di nuovo, di nuovo, quel rumore di cose fracassate, sfondate, distrutte, quel martello incessante che picchia sulle tempie ancora, ancora, ancora. È osceno, quel rumore, un’indecenza.

Una donna si lascia ricadere sul letto, gli occhi bruciano di rabbia e frustrazione. Allora prende a muoversi in modo disordinato e convulso, tira un calcio nella sua direzione, una gomitata per nulla casuale, sbuffa dalla bocca, mastica bestemmie e scongiuri, chiedendo pietà a qualcuno che non può sentirla o che forse la sente ma la ignora. Sì, deve essere così, qualcuno la sente, ma ha di meglio da fare. Afferra il cellulare, lo accende, spara la luminosità al massimo, picchia sullo schermo con le unghie. Cerca su Google: “si può guarire dalla roncopatia?” e invece di trovare una soluzione, legge che negli Stati Uniti un divorzio su tre è causato dalla roncopatia e che “la roncopatia (russamento cronico) è riconosciuta come una delle principali cause di divorzio e separazione, spesso seconda solo a infedeltà e problemi finanziari, a causa del disturbo del sonno causato al partner”. La donna non fatica a crederci. Preferirebbe che lui la tradisse con mille e più donne, o con mille e più uomini, piuttosto che sopportare quel supplizio, tutte le notti, tutta la notte, senza fermarsi mai, mai, mai, nemmeno per permetterle magnanimamente di lasciarla addormentare per prima, nemmeno per concederle un’ora di sonno, solo una.

Una donna posa il cellulare sul comodino. Una donna fissa il soffitto. La lama di luce ancora non compare. Ti prego, pensa la donna, sbrigati. In quei momenti, quando la notte non si è ancora dissolta del tutto e il giorno sbadiglia timido, nella donna accade qualcosa. È vigile, in agguato, ascolta suo malgrado quel rumore che le trivella il cervello. Digrigna i denti. La donna pensa che anche il cuore umano ha la sua notte, la notte e tutto ciò che questa parola significa, con la consapevolezza della bestia, il suo istinto, l’amore, il vagabondaggio dei pensieri, la gioia di vivere e di morire fine a se stessa e la lotta per la sopravvivenza[1]. Sì, la lotta per la sopravvivenza. Qualcuno deve morire. Non importa chi. Purché il rumore finisca.

Una donna si volta di fianco, dà le spalle all’uomo, la rabbia si condensa in un’unica lacrima che scivola sul cuscino. La donna odia quando il cuscino è bagnato. Trattiene il respiro, gonfia le guance, serra gli occhi. Trattiene, trattiene fin quando può, fin quando non sente le orecchie fischiare e lo stomaco contrarsi, fin quando non sente il calore vermiglio del sangue salirle alla fronte. È curioso, pensa persino in quel momento, chi dovrebbe soffocare non lo fa e chi avrebbe diritto di vivere vuole morire. Poi l’istinto di sopravvivenza, ovviamente, vince. La donna espira, lascia andare il fiato che puzza di sonno – che puzzerebbe di sonno se dormisse – e preme il viso nel cuscino. L’uomo non si accorge di nulla e questo, forse questo è peggio che sentirlo russare. La sua indifferenza. Il suo cieco disinteresse. La sua assoluta assenza di pietà.

Una donna piange un po’, senza fare rumore. Sa che anche se scoppiasse in un pianto infantile, lui non si sveglierebbe. Una notte di tanto tempo prima, la donna si contorse per i dolori del ciclo. Avrebbe svegliato un elefante. L’uomo non si mosse, continuò a russare.

Una donna nota sul comodino, proprio sotto il cellulare, un foglietto, un post-it giallo ripiegato. La donna ricorda. È il suo salvagente, l’ultimo baluardo per non cedere alla follia. Lo prende, si infila con la testa sotto le coperte – l’uomo prosegue la sua opera di demolizione del senno – e lo legge. Lo ha scritto lei stessa, quella mattina, per ricordarsi di non desistere, di aspettare la lama di luce che annuncia l’avvento del giorno.

Tra poco sarà tutto finito. Domattina dimenticherai. Hai resistito finora, un ultimo sforzo. Pensa al caffè, alla sigaretta, al tuo premio per essere rimasta umana. Ricordati: tu lo ami.

Una donna pensa che la sé del giorno sia molto saggia. E che ami molto l’uomo. Altrimenti avrebbe scritto qualcos’altro sul quel post-it – dei modi fantasiosi e sicuri per ammazzarlo, ad esempio – e tuttavia si domanda come mai non conservi un briciolo di quella saggezza durante la notte, come mai non riesca a smettere di partorire intenti omicidi, perché non può addormentarsi e basta, come le aveva detto quella sua amica – che ormai non è più un’amica, perché un’amica non avrebbe minimizzato – “è solo questione di abitudine, pensalo come un rumore bianco, sai, come quei video asmr su YouTube”.

YouTube un paio di palle. La donna pensa che vorrebbe la sua ex amica morta. Morta e sepolta. Sepolta sotto cinque metri di terra. Anzi non morta, no, affatto. Viva, così potrebbe ascoltare il rumore dei vermi che rosicchiano la sua bara, un rumore insopportabile, costante, pneumatico. E la donna le chiederebbe, tronfia e vittoriosa, dall’alto della sua esperienza: “adesso che mi dici? È una questione di abitudine, razza di demente?”.

Una donna si sente molto sola. Fa un grosso sospiro che le stira la pelle della schiena. Fra poco sarà tutto finito. Resta ancora un po’ accucciata sotto la coperta, in posizione fetale, con le mani sulle orecchie. Un ultimo guizzo di furia, un ultimo intento funesto: ricorda – poco prima che la notte smetta di essere notte e il giorno si faccia giorno – della sua ex amica che le domandò: “non potete dormire separati? Che bisogno c’è di torturarsi in questo modo?”.

Una donna pensa, con l’ultimo rimasuglio della sua assennatezza, che la sua ex amica non sa di che parla. Lei che dorme beata accanto al suo compagno – un cadavere, talmente è silenzioso – non sa niente. Non ha mai messo alla prova i suoi sentimenti. Facile dormire accanto a un cadavere. Facile dormire, spegnere il cervello, non pensare a niente, non rimuginare continuamente, non combattere la voglia di uccidere. Si può parlare d’amore quando va tutto bene? Quando le notti sono beate e tranquille? E magari durante il giorno la stessa coppia che ha dormito serenamente lancia piatti, offende e urla e si odia. Magari si odia anche quando fa l’amore. No. La sua ex amica non sa di che parla. Non conosce né i cani né i lupi.

Una donna non potrebbe mai dormire separata da lui. Non potrebbe mai rinunciare al calore del suo corpo, alla certezza che respira, che è vivo ed è ancora accanto a lei. Non potrebbe sopportare un letto mezzo vuoto. Ha dormito da sola per tanto tempo, tanto tempo, e ricorda la sensazione quasi fisica della solitudine, dell’abbandono, dell’essere inerme contro la presunta incapacità di amare qualcuno. Anche allora restava sveglia tutta la notte. Forse – pensa la donna – lui non c’entra niente, la mia insonnia è un fatto cronico, genetico. D’altra parte anche allora restava sveglia a fissare il soffitto, stendendo una mano verso la parte vuota del letto chiedendosi perché mai fosse vuota, dove avesse sbagliato, perché non ci fosse nessuno a parlare con lei. Almeno adesso può riempire il vuoto impegnando la notte in modi costruttivi: rollarsi le sigarette in pace, cucinare in anticipo per il pranzo, leggere quei libri arretrati, guardare un film porno e masturbarsi qualche volta in più, mettere alla prova l’amore. Perché è facile amare quando tutto va bene, quando le notti sono mute e calme e non parlano di morti, soffocamenti, cemento liquido e crani sfondati. No? È facile amare così.

Una donna non si è accorta che la lama di luce ha fatto la sua comparsa. È ancora sotto la coperta con la testa piegata e gli occhi fissi sul post-it. Pensa – e lo pensa davvero, non solo perché il giorno ormai è giorno e la notte si è fatta da parte – che tutto sommato lui non russa così forte, che è un rumore sopportabile. Tutto sommato. Che è colpa della sua insonnia cronica se avverte tutto con più lucidità, con più reattività. Alla fine potrebbe usare dei tappi per le orecchie. Ma teme di ingannare il suo amore, di aggirarlo con un tranello da quattro soldi. No, niente tappi.

Una donna si scopre, si mette a sedere, guarda la luce che entra dalla finestra. Sorride un po’. Lui russa in modo composto, più piano, ma la donna sa per esperienza che non sta affatto russando più piano, è solo il giorno – con i suoi cinguettii, con il mondo che si sveglia, con il caffè che bolle, con le auto che si accendono – che copre e attutisce quel rumore.

Una donna si alza dal letto, infila le ciabatte, cerca di fare piano per non svegliarlo – una precauzione inutile e per questo necessaria. Un’ora prima aveva pensato: “domani mattina gli parlo, non posso più andare avanti così, non è giusto. Ho bisogno di dormire, di lavorare, di concentrarmi. Domani mattina lo lascio”.

Un’ora dopo la donna abbandona la camera da letto, infila la vestaglia e va in bagno. Senza accendere la luce – perché sa già quello che incontrerà allo specchio, la sua figura scarmigliata, le occhiaie viola, gli occhi rossi e le labbra ferme in una linea dritta – si lava, si pettina, fa pipì.

Una donna va in cucina, prepara la macchinetta del caffè e mentre il caffè si convince a salire in fretta, la donna accende una sigaretta e si sposta sul balcone. Una donna inspira carta e catrame e guarda in basso. Sarebbe così facile. Quanti metri saranno? Otto? Dieci? Se si buttasse morirebbe di certo. O quantomeno si ridurrebbe in condizioni pietose, condizioni che la costringerebbero a letto, magari a dormire. Dormire. Che bella parola. Ma la donna non potrebbe mai abbandonare l’uomo che russa, mai, perché sa come ci si sente a essere soli, totalmente soli, ed è disposta a non dormire mai più piuttosto che rivivere quella solitudine.

Una donna finisce la sua sigaretta e la getta di sotto. Pazienza se la signora del primo piano troverà il mozzicone sul suo balcone, avrà qualcun altro da odiare durante le sue notti bianche. La donna rientra in cucina, il caffè è pronto. Non si è accorta che appena dietro la porta, un uomo la guarda trafficare con le tazzine. Due, perché una è per lui.

«Buongiorno» le dice.
Una donna si volta di scatto. Una donna sorride. Il suo uomo è sveglio, è vivo, è lì con lei.
«Giusto in tempo per il caffè» risponde, mescolando lo zucchero.
Lui lo prende sempre con una montagna di zucchero. Un uomo afferra la tazzina che gli viene data.
«Ho russato molto forte stanotte?»
Una donna sorride di nuovo e storce un po’ le labbra.
«Solo un poco» dice, «niente di che».

[1]Sándor Márai “Le braci”, Adelphi, 1998, pg. 110.

A illustrare, Julia Soboleva.