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Il ballo dell’occhio

Autore
Leonardo D'Isanto
Ciclo #25 - Spaghetti Pisoletti
Narrativa generale
19 febbraio 2026

La notte è calda, la notte è lunga, la notte è magnifica per ascoltare storie.
Antonio Tabucchi, Requiem

Mio nonno aveva settantotto anni quando prese a ballargli l’occhio.
Dormiva male da quando era tornato dalla guerra, ma negli ultimi tre mesi aveva cominciato a farlo in modo strano: sembrava cadere di colpo, come se qualcuno spingesse un interruttore. Il primo segnale non fu una frase, né un gesto. Fu l’occhio. Poco prima di addormentarsi, uno dei due si muoveva a scatti sotto la palpebra, come capita alle bambole quando la molla del meccanismo s’inceppa.
La prima volta farfugliò qualcosa. Era un soffio, una serie di sillabe senza peso. Aveva la bocca socchiusa, ma se ne uscì con un indirizzo completo: via, numero civico, interno.
Il mattino seguente gli dissi: «Stanotte hai parlato.»
Mi guardò come se gli avessi dato del coglione.
«Quando smetterò di parlare, allora sì che dovrai preoccuparti», e si accese una sigaretta.
Mio padre, Alfonso Munno, dormiva poco anche lui, ma, al contrario, non parlava mai. Stava via per brevi periodi, dai sei giorni alle tre settimane, e quando tornava si rimetteva a giocare a briscola con il nonno, come se il tempo non fosse mai passato.
Venni a sapere che quella cosa – quella dell’indirizzo –  non succedeva solo a mio nonno. Al bar sotto casa qualcuno raccontò che il cognato, nel sonno, aveva recitato la password del blocco schermo. La moglie aveva scoperto il resto. Un vecchio a via Venafro aveva ripetuto il PIN della carta su cui riceveva la pensione, e la badante a più riprese aveva prelevato tutto; giorni dopo, una signora che abitava alle villette aveva invocato per ben due notti il suo maestoso albero di limoni, e il marito, esausto, aveva preso la vanga e, seguendo la frase da lei pronunciata: «un metro sotto al ramo più grande», aveva scavato fino a trovare i resti di un neonato.
Nel palazzo, le luci dei pianerottoli cominciarono a rimanere accese fino all’alba. Non per paura del buio, ma del letto. All’inizio ci si rideva sopra, poi cominciarono a circolare i primi audio: voci basse, precise, senza emozione. Non racconti, non sogni. Dati.
Così nacque il mercato dell’ascolto.
Una notte, saranno state le undici, stavo rincasando. Mi accorsi che sotto il nostro palazzo c’era qualcuno che non avevo mai visto. Era seduto sul cofano di una macchina scura, con le braccia conserte e lo sguardo fisso alle finestre. Salito in casa, lo controllai dalla finestra della cucina. Col passare del tempo, cominciai a riconoscerli: figure immobili sotto i balconi, persone sedute sui gradini con il telefono in mano, cuffie nelle orecchie senza musica. Non parlavano tra loro. Ogni tanto si facevano un cenno, come a dire: qui niente.
Un mercoledì sera uno di loro mi fermò.
«Abita qui, vero?»
Annuii.
«Stanotte qualcuno parla?»
«E io che ne so?»
Cominciarono a circolare tariffe non scritte. Dormire accanto a qualcuno valeva più che ascoltarlo da fuori. Le coppie litigavano non per gelosia, ma per chi dovesse stare dal lato del balcone. Tra quelli che stazionavano sotto le finestre, alcuni registravano tutto e poi cancellavano, una volta condiviso il file.
Il nonno parlò ancora. Recitò nomi che non conoscevo, date che non gli appartenevano, forse. Aveva l’aria di scaricare, come fosse un software, piuttosto che confessare qualcosa. E soprattutto: il giorno dopo non ricordava nulla.
Poi arrivò la seconda fase.
All’inizio furono solo consigli, e a gennaio comparvero i primi dispositivi: cerotti per la bocca, mascherine rigide, apparecchi “anti-fonazione”. Farmaci prescritti non per migliorare la qualità del sonno, ma per far dormire in silenzio. Le ordinanze parlavano di “tutela della privacy sonora”. 
Con l’anno nuovo, ci furono i primi arresti. La gente finiva dentro non per ciò che faceva da sveglia, ma per ciò che diceva nella fase N3. Una sigla che imparai a forza, visto che i notiziari non facevano che ripeterla.
Quando portarono via il padre di Gloria – una ragazza della mia età che abitava al quinto piano – la moglie sulle scale gridava che era innocente. Le fecero ascoltare un audio e quella s’ammutolì, rientrando in casa senza fiatare. Io pensai al nonno. In quel clima, chiunque avrebbe potuto trasformare le sue parole in un’accusa qualsiasi, così lo pregai di rimanere a casa, di starsene al chiuso per un po’.
«Che vado in pensione per fare il recluso? Ma non rompermi i coglioni.»
La città intanto cambiava abitudini. I bar aprivano alle cinque del mattino, non per vendere la colazione, ma la luce; la gente sedeva ai tavoli con facce moribonde, ferma a guardarsi per restare sveglia. Si sorvegliavano a vicenda, quasi fosse una sfida. Le famiglie ormai dormivano a turni, altre smisero di farlo. Le strade si riempirono di occhi rossi, micro-sonni rubati, gente che crollava a terra come cavalli.
Portai il nonno in un ambulatorio del sonno. Il medico chiese solo: «Parla?» 
Gli prescrisse un farmaco per ridurre la vocalizzazione notturna, senza mai nominare la parola “sonno”. Quella notte prese la pillola e si addormentò. L’occhio ballò lo stesso, stavolta con movimenti più lenti, mentre la bocca si aprì appena.
«…sparami» disse.
Un respiro.
«Mine del cazzo. Sparami.»
Ancora una pausa.
«Giuse’, mi dispiace.»
Nei giorni successivi la casa divenne più silenziosa. Il nonno parlava meno e io dormivo peggio. Intorno a noi, la città continuava a mutare: tende pesanti alle finestre, kit di igiene notturna, persone che si conoscevano da una vita e che ora si limitavano a guardarsi senza rivolgersi la parola.
Una mattina di inizio marzo attraversai il centro e vidi i negozi aperti e gli autobus pieni. Nessuno sbadigliava, nessuno aveva l’aria di essersi svegliato da poco. Sul sedile davanti al mio, un uomo dormiva in piedi con la testa appoggiata al vetro; ogni volta che sobbalzava, qualcuno lo toccava per tenerlo sveglio. Dormire era diventato pericoloso. Restare svegli, obbligatorio. 
Quando tornai a casa, il nonno era seduto in cucina. Aveva le mani sul tavolo, lo sguardo fisso davanti a sé.
«Alfonso Munno non è mio figlio» disse. 
«Mia moglie… un soldato. Durante la guerra.» 
Le dita si toccavano, stese sul legno. 
«Quando l’ho trovato, piangeva come un cane.» 
Pausa. 
«Mi parlò di soldi, e singhiozzava.» 
L’occhio destro ballò per un istante.
«Gli ho sparato.»
Restò zitto pochi secondi, dopodiché sbatté le palpebre, come se gli fosse entrato qualcosa, e mi guardò confuso.
«Quando sei tornato? E perché mi guardi come un coglione?».

A illustrare, Ūla Šveikauskaitė.