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La cartaccia

Autore
Francesco Casini
Ciclo #25 - Spaghetti Pisoletti
Narrativa generale
5 marzo 2026

– Se si addormenta, potrebbe non risvegliarsi.
Mia sorella si tormentava le mani.
– È entrato in coma?
– È letargico.
– Cosa possiamo fare?
– Possiamo dargli conforto, alleviare la sintomatologia.
Significava che non potevamo fare nulla.
– Se lo trasferiamo in hospice, penseranno a tutto loro.
Per un attimo mi preoccupai che lui potesse sentirci dall’altra stanza. Ma non poteva.
Sara deglutì, quasi si strozzò, soffocò le lacrime. L’abbracciai e la feci sedere sul divano.
Il dottore si piegò e mise una mano sulla gamba di mia sorella.
– Avete fatto tutto il possibile, non avete niente da rimproverarvi.
Batteva dolce sulla sua coscia.
– Grazie dottore, grazie.
– Telefonatemi quando decidete. Penso a tutto io.
– Graz… nngggeeaahhh, ingh, grazie dottore.
Mia sorella si contorceva, non riusciva a articolare, perdeva muco.
Cercai sul tavolo accanto un panno, un tovagliolo, un fazzoletto; alla fine agguantai il centrotavola di stoffa. Sara si soffiò il naso nei girasoli ricamati. La gaffe sembrò passare inosservata.
– Torno in ambulatorio.
– Grazie davvero dottore.
Prese la sua ventiquattrore e si avviò verso l’uscita. Tutti con la borsa, pensai, mai visto un dottore con le mani in tasca. Possibile ogni loro spostamento necessiti di un bagaglio? Megalomani.
– Ti sei soffiata il naso nel centrotavola – dissi leggero.
Sara rise un pochino.
– Cosa vuoi fare?
– Non lo so, è tutto così… Surreale.
Sentii nostro cugino parlare col medico nell’altra stanza. Poi il portone chiudersi. Marco venne oltre.
– Che ha detto?
Scossi la testa.
– Va portato in hospice.
– Cazzo.
Sara scoppiò in un pianto fragoroso.
– BUUUUaahaaheeeee.
Non la sentivo piangere così da quando eravamo bambini. Nemmeno per mamma aveva pianto tanto. La cosa mi sembrò vagamente offensiva. Marco si sedette con noi ma Sara era inconsolabile, nessuno sapeva cosa dire. Mi dissociai guardando le volute di polvere a mezz’aria, rivelate da un fascio di luce. Poi la trama rossa che la ruggine aveva scavato sul calorifero del salotto. Era confortante ancorare il pensiero a qualcosa di normale. La polvere era polvere, la ruggine era ruggine, eppure mi sembrava di osservarle per bene per la prima volta. Fuori il sole era alto e la città bianca. Sentii il bisogno di uscire.
– Vado in farmacia.
– Dove?
– A comprare il disinfettante.
Col trasferimento in hospice non sarebbe servito, ma nessuno obiettò.
– Torno subito.
Il mondo ruotava. Le persone che scansavo sul marciapiede erano serene. Alcune ridevano, altre erano prese dalle loro stupide incombenze, i saldi, il traffico, le vetrine. Poco più in là, al buio, dentro mura di cemento, mio padre moriva. Quello che per me era un trauma profondo, per il mondo era un evento trascurabile come una pioggia primaverile, un ingorgo stradale, il crollo di un albero.
Passai di fronte a un negozio di bomboloni. Quando ero nervoso o triste mangiavo. A volte sognavo di avere un altro vizio, qualcosa di virile, tipo l’alcolismo. Tentennai prima di entrare. Sentivo che era sbagliato concedersi un piacere con tutto quello che stava succedendo. Era indecente. Nemmeno avevo fame, lo stomaco era avvizzito dallo stress. Ma avevo bisogno di una goccia di dopamina, d’interrompere la catena dell’orrore anche solo per cinque minuti. Guardai attorno. Sarebbe stato un piccolo segreto, un peccato capitale.
– Uno con la cioccolata per favore.
Mi afflosciai su una panchina col mio bombolone. Gettai la ricevuta a terra e cominciai a mangiare.
– Non si vergogna?
Un’anziana con la permanente e le braccia puntate sui fianchi mi fece ombra.
– Scusi?
– No, non la scuso.
Non capivo. La fissavo confuso con i denti sporchi di cioccolata.
– Ha gettato la carta a terra.
Impiegai un po’ a capire che si riferiva alla ricevuta del bombolone.
– Lei è un incivile.
Non potevo credere che mi stesse per rovinare l’unico momento di sollievo in una valle di lacrime. La signora aveva scelto il giorno sbagliato per difendere il pianeta.
– È soltanto carta. È degradabile.
– Lei non sa proprio niente vero? Gli scontrini sono di carta termica che inquina.
La guardai serio.
– Scusi lei è chi è? Greta Thunberg?
– Non faccia lo spiritoso. Il pianeta è di tutti, vada a sporcare a casa sua.
– Oppure dovrei chiamarla… Gretina Thunberg – dissi una voce infantile.
La vecchia diventò paonazza.
– Raccolga la cartaccia! Come si permette?!
Cominciammo ad attirare sguardi. Non avevo le forze mentali per quello. La ricevuta era ancora lì, timida vicino la panchina. Mi piegai tutto, grugnendo, con lo zucchero che pioveva dalla felpa, ma una folata di vento spinse la cartaccia nel traffico. Due automobili velocissime e la ricevuta svanì con una capriola aerea. Alzai le braccia con un mezzo sorriso.
– Mi spiace davvero…
– Lo ha fatto apposta!
– Come avrei potuto?
– Va bene, adesso chiamo le forze dell’ordine.
Scoppiai a ridere.
– Addirittura!
La vecchia tirò fuori dal cardigan un telefono coi pulsanti giganti. Inforcò gli occhiali che teneva appesi al collo e cominciò a bippare pulsanti.
– Chiamo i carabinieri.
– Ah questa la voglio proprio vedere – dissi euforico
– Pronto? Mi passa le autorità.
– Vengono ad arrestarmi?
Mostrai all’anziana i polsi incrociati.
– Qual è l’emergenza?
Sentivo la voce dall’altro capo.
– Voglio segnalare un crimine in viale Magenta.
Finii di mangiare il mio bombolone. Era tutto così assurdo che mi stavo quasi divertendo.
– Un signore sta gettando rifiuti a terra.
– Signora questi sono i carabinieri, non la guardia forestale.
Scoppiai a ridere. Era abbastanza, dovevo tornare da mio padre. Mi scrollai lo zucchero di dosso.
– Va bene signora, io vado.
Feci per allontanarmi ma la vecchia si aggrappò a una manica.
– Lei non va da nessuna parte!
Mi divincolai, ero sbigottito. Volevo solo fare una passeggiata e ora mi trovavo una pazza attaccata ai vestiti. La signora, malferma, continuava a urlare nel telefono. Mi liberai dalla presa con uno strattone e lei perse l’equilibrio. Cadde lentamente, cominciò a urlare ancora prima di toccare terra.
– Aiuto!
– Non urli, è matta?
– Che sta facendo?!
Intervenne un uomo in giacca di pelle.
– L’ha derubata?
Una ragazza soccorse la vecchia.
– Ma che ha fatto?
Si formò un capannello mentre cercavo di giustificarmi.
– Io stavo solo mangiando un bombolone…
La vecchia continuava a urlarmi contro.
– Questo signore deve essere arrestato!
Provai ancora ad allontanarmi ma adesso erano le persone a trattenermi.
– Cerchiamo di capire cos’è successo – diceva un signore con un basco in testa.
Un altro agitava il bastone da passeggio.
– Cosa ha fatto giovanotto?!
– La signora si è aggrappata…
– E lei l’ha spinta?!
La vecchia a terra si massaggiava il braccio. Era reticente dal chiarire la faccenda.
– Dica cos’è successo – la incalzai – ho solamente gettato una cartaccia a terra!
Gli sguardi confusi si moltiplicarono. Ormai si era creata una folla attorno. A un certo punto vidi spuntare il dottore con la sua borsa.
– Che succede? Tua sorella mi ha chiamato.
– Dottore, grazie a Dio, un malinteso. Mi aiuti.
Fece segno a tutti di tacere.
– Si può sapere che succede? Sono il medico di quest’uomo.
Il dottore parlò alla folla. Calò il silenzio. L’anziana quasi imbarazzata provò a spiegarsi. Qualcuno ridacchiò e si allontanò. Il dottore continuò a parlare, tutti pendevano dalle sue labbra. Con un clac tirò fuori dalla ventiquattrore uno stetoscopio, un martelletto e altri strumenti. Si accertò che la donna a terra stesse bene. Non potevo crederci.
– Per favore, fatela respirare!
L’anziana si rialzò. La folla cominciò a dileguarsi. Qualcuno ancora confuso mi chiese cosa fosse successo.
– Ho commesso un crimine ambientale – rispondevo.
Il medico continuò a rassicurare tutti. L’anziana gli stringeva la mano. Lo spavento per la caduta aveva cancellato la rabbia di prima.
– Lei è veramente un brav’uomo.
Alcuni commentavano la vicenda a distanza con toni increduli. Una ragazza col septum, prima di andarsene, sentenziò sprezzante: il problema è sempre il testosterone!
Un giovane in tenuta da jogging sembrò sodalizzare, mi dette un colpo sulla spalla.
Alla fine rimanemmo soli con la vecchia. Il dottore mi incoraggiò a scusarmi.
– Dai, scusati e facciamola finita.
– Mi spiace signora.
– Che ti serva di lezione…
Tornammo verso casa silenziosi. Il dottore mi teneva sottobraccio.
– Incredibili certe giornate, eh?
Al portone di casa era affacciata mia sorella. Aveva le guance rosse. Mi si gettò al collo piangendo.
– Sì è addormentato, sì è addormentato!
Nascose la testa nella spalla singhiozzando.
– Andiamo dentro su.
Andammo effettivamente dentro.
Riportai mia sorella sul divano. Marco era al telefono in un angolo con le mani nei capelli.
Corsi in camera col dottore al seguito. Papà era su un fianco. Il respiro era lunghissimo e esile. Gli strinsi la mano e lo baciai sulla fronte. Sembrava sereno. Feci spazio al dottore che ne constatò lo stato comatoso. Adesso era questione di ore.
Tornai dagli altri. Sara era al telefono che correva da una parte all’altra della stanza. Nell’agitazione le cascò dalla tasca un fazzoletto usato. Rimase a terra per un po’. Alla fine lo raccolsi e lo gettai.

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Immagine di accompagnamento a cura del prompt designer.