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Limo

Autore
Marco Cavaliere
A scelta dello chef
Narrativa generale
20 aprile 2023

Sedimento a granuli fini portato
in sospensione dalle acque 
e da queste depositato quando ristagnano.

Se cominciassi col descrivere gli eventi in modo lineare, racconterei questa storia con più onestà, ma al tempo stesso finirei per sancire delle responsabilità e delle colpe. 
La pioggia, che per me in fondo è stata salvifica, e che nessuno poteva prevedere – tantomeno Ivano –, ha finito per generare una torbidezza che vorrei diventasse un punto a mio favore. Ora che le acque si sono ritirate mi si aprono diverse possibilità: la patina melmosa che resta è un materiale malleabile ed è questa proprietà che ho intenzione di sfruttare.
Prima della pioggia, siamo seduti su uno dei muretti con cui hanno protetto i versanti dietro casa dal pericolo frana. Ivano fissa la bottiglia colpita dal sole. Il latte comincia a evaporare e la condensa appanna il vetro.
Gli dico che forse dobbiamo spostarci verso il torrente, che qui non ce ne sono; lui resta fermo e mi fa segno di stare zitta. Aspetta, mi sussurra.
Alzo lo sguardo oltre la sua sagoma acquattata, verso il profilo delle gru del porto e dei tetti di ardesia, sotto di noi. Sul mare, i cumulonembi avanzano al galoppo.
Ricordo il giorno che Ivano mi ha portato qui, dopo la morte di mia madre. Anche allora il cielo prometteva tempesta. I boschi erano spogli. Avrei dovuto essere a scuola e invece mi trovavo sull’orlo del precipizio, guardavo giù e mi sentivo risucchiare. Il fucile, avevo detto, senza voltarmi. Come lei. Ivano si era mosso alle mie spalle, finché mi ero sentita sfiorare. Aveva fatto aderire il suo corpo al mio, mi aveva sospinto le braccia in alto e aveva indicato l’immensità del mare aperto. Laggiù c’è il Messico, le nostre braccia si erano piegate verso i boschi, la Francia, infine, ruotando su noi stessi, mi aveva fatto allontanare dal baratro. Lì non c’è proprio niente. Il fucile può nascondere vari imprevisti, mi aveva spiegato. Potrebbe essere scarico. Potrebbe essere difficile usarlo. E se non fosse al suo posto? Se proprio il giorno stabilito non lo trovassi? Se, una volta puntata la canna, il grilletto non cedesse, protetto dalla sicura che non sei riuscita a togliere, come affronteresti le conseguenze? No, bisognava programmare con più precisione.
Un rumore impercettibile, una foglia che si sposta nell’equilibrio dell’ecosistema e la nostra speranza che si materializza nell’affiorare di una lingua che ha fiutato la caseina nella bottiglia e che precede un triangolo di squame che sbuca tra i massi.
Lo schiudersi delle labbra di Ivano: eccola. La sua immobilità al tritolo, in attesa della scintilla come il pomeriggio in cui gli ho raccontato la prima volta la mia versione, sul suo letto, era sorpreso e un po’ dispiaciuto che continuassi a non permettergli di toccarmi, che le sue mani azotate mi bruciassero la pelle. Io all’inizio prendevo tempo chiedendogli scusa, dicendogli che non era colpa sua, che non gli potevo spiegare. Quel pomeriggio ho deciso di parlare, e Ivano, prima di esplodere, è rimasto fermo a guardare il pavimento, e un attimo dopo i suoi cazzotti hanno penetrato il compensato della porta. La stessa quiete, adesso, prima dello scatto repentino verso la bottiglia: la afferra, la tappa, la innalza trionfante.
La vipera prova a arrampicarsi sulle pareti. Io chiedo se lì dentro riuscirà a respirare. Lui mette in moto e ci caliamo in motorino verso la città, mentre la pioggia, oltre le spighe dei moli, ha già cominciato a macinare sui grani del mare.
La strada di casa mia è la strada per il cimitero. Sulla discesa che costeggia il torrente, i cipressi sbucano dalle mura e le chiome si vedono anche dalla finestra della cucina; immagino le radici che affondano tra i resti di mia madre, la sua bara portata a mano dalla camera da letto, dove le finestre erano sempre chiuse, le medicine sul comodino e le grida di dolore, ormai muffa sulle pareti. Il boato di un tuono si spalanca sulla rada delle petroliere, rievoca lo sparo, il suo rintocco tra i monti. Ma i ricordi scivolano via con l’asfalto che sfila sotto di noi.
Ivano entra in farmacia strozzando il collo della bottiglia, il dito sul tappo, pronto a farlo saltare. Resto fuori e nell’attesa sento il gorgoglio del fiume che scorre al di sotto della strada. Mi chiedo come funzioni l’estrazione, come si possa accedere alle ghiandole senza farle del male. Forse anche lei dovrà essere uccisa.
Era stato poco dopo la porta rotta, i rivoli di sangue ancora tra le nocche tumefatte, che mi aveva detto di sì, che mi avrebbe aiutata. Il coltello, avevo proposto io. Nel sonno. Assolutamente no, il coltello è pieno di punti interrogativi. Che succederebbe se si svegliasse nell’attimo che precede il contatto tra l’acciaio e la giugulare? Che faresti, se un occhio iniettato di sangue si spalancasse in quell’istante, sorprendendoti nel buio, sopra di lui, e ti afferrasse il polso come una delle gomene che maneggia al porto?
Quando Ivano esce dalla farmacia, al posto della bottiglia ha una boccetta che si infila in tasca. Da qualche parte hanno cominciato a inumidirsi le polveri del suolo, e la sirena del fine turno, tra le cataste di container, è l’overture del temporale e della nostra corsa. 
Risaliamo lungo la sponda destra del fiume che si inerpica, si restringe, fino a ritornare torrente. Da bambina ci andavo a pescare le rane, sotto la vasta ombra che gettavano alberi che ora hanno fatto posto ad altri palazzi.
Ivano mi consegna la boccetta. Entro nella casa dove ho imparato a camminare, l’odore di candeggina è svanito, ma non la macchia che si ramifica dal pavimento del bagno. Provo a non guardarla. Gli pneumatici della sua auto gracchiano sulla ghiaia dell’ingresso. 
Il fucile non è al suo posto. Su questo Ivano aveva ragione. Sul fatto che non sia in grado di togliere la sicura, non gli ho mai detto quanto si sbagli.
La bottiglia di grappa, invece, si trova proprio sul tavolo. Travaso il contenuto della boccetta. L’immiscibilità dei liquidi è un dettaglio che Ivano ha trascurato. Prima di scappare fuori, la agito con forza, eppure mi lascio alle spalle un liquido inquinato da una tonalità cinerea che potrebbe far nascere dei sospetti e mandare tutto a monte.
Durante la pioggia, adesso sì, abbracciati, restiamo al buio nella stanza di Ivano in cui solo le luci di ghiaccio della cucina si fanno breccia tra le cicatrici della porta rappezzate con scotch e giornale.
Mi sembra di sentire il sibilo della vipera, simile a quello che mi veniva a svegliare la notte, un varano con l’alito alla grappa, che mi diceva che potevo anche gridare, che tanto non ci avrebbe sentito nessuno, e il martellio della pioggia sbiadisce il confine tra la veglia e gli incubi, dilavando le croste dei miei ricordi. I rantoli di mio padre che si tiene la gola, il vomito che segna un’altra macchia sulle piastrelle del bagno. I lamenti di mia madre, le sue cefalee, le persiane della camera da letto sempre chiuse, la sua richiesta, ti pregobimbamia, solo tu puoi aiutarmi, e il tuono fuori dalla finestra, lo sparo nel pomeriggio, mio padre che si contorce dal dolore, mio padre che non mi crede, mio padre che mi condanna. Cosa sono queste, fantasie, desideri, è la visione di ciò che sta accadendo e che si confonde con le mie memorie e paure? 
Ivano, stringimi forte perché il temporale non smette.
Dopo la pioggia, il motorino plana sull’asfalto allagato.
Ora mi vengono ulteriori dubbi. Il veleno, l’aveva detto lui o è stato un alito portato dal vento sulla sella, un ronzio del motore, una voce che doveva solo trovare la forma delle sillabe affinché la ascoltassi? Cosa importa, ormai. Tra poco ciò che dico potrebbe non trovare più un senso, il fango confonderà tutto, e quindi posso anche dire che da bambina ho imparato a usare il fucile con mio padre, che mi ha insegnato lui a catturare le vipere, che la notte veniva a rimboccarmi le coperte, e che il giorno che la testa di mia madre è esplosa c’è segnato assente, sul registro di classe, al posto del mio nome.
Davanti casa, le acque di ruscellamento hanno ingigantito il torrente, che si fionda a valle in una furia fangosa. Il tumulto trascina a valle tronchi e rami, ciottoli e massi, un flusso di detriti immersi in una matrice marrone che azzanna gli argini di talco e dissangua le arterie terrigene.
Io e Ivano siamo costretti a fermarci lì, non possiamo andare oltre.
Sulla sponda opposta, l’inatteso: mio padre, che si trascina fuori, il volto rigonfio, gli occhi di liquirizia, la canottiera imbrattata di muco e pus. Si agita furioso di fronte alla colata che ci protegge, ruggisce maledizioni, ci scaglia contro la bottiglia vuota che cade tra vortici di terra.
E ora, se vi dicessi che sulla superficie melmosa compaiono le bare, sì, le bare in legno galleggiano, alcune aperte lasciano intravedere il contenuto disassemblato – crani, femori, vertebre, gabbie toraciche e orbite vuote che un tempo contenevano occhi vivi –, continuereste a credermi?
C’è una spiegazione: a monte, il torrente ha rotto le mura del cimitero, sgretolando i sepolcri, irrompendo e sradicando le casse e il marmo delle lapidi. A questo punto, non che mi interessi, resterebbe una storia verosimile? Potrei citare i danni causati dall’alluvione, il numero delle vittime, le notizie delle ossa ritrovate nelle settimane seguenti, chiamare la città e il fiume con i loro nomi, ma posso fare di meglio: dirvi che c’è mio padre, intossicato, che impreca davanti a noi, la sua collera, la promessa di vendetta, giura che ci ucciderà. Nemmeno la visione della flotta funebre, i defunti che raftano sulle rapide senza pagaie, zittisce la sua ferocia. 
Ivano mi prende una mano, e restiamo a fissare la corrente, senza chiederci come abbia fatto a metabolizzare il veleno della vipera, quando ecco che appare, e a questo punto mio padre s’immobilizza, e finanche la gravità sembra pesare meno sulla frana che sta trascinando giù il monte.
È questo l’effetto del fango. I contorni delle cose si confondono, ogni ombra può nascondere, ogni cosa diventa incerta. Nella memoria il velo torbido mescola i ricordi e le fantasie, impossibile definirne il confine. Anche adesso che le acque si sono calmate, resta tutto sepolto dal limo. E forse è un bene che sia così.
Appare sul fango, spettro di un Navajo in canoa, in piedi sulla convessità di una cassa da morto, mia madre, o meglio, il suo cadavere putrefatto. Lo scheletro ruota il cranio, sembra sorridermi. È bella anche con pochi lembi di carne rimasti attaccati ai tendini, è bella nonostante l’osso parietale sconquassato dal buco che le ho dovuto procurare. La saluto con la mano, ciao mamma, prima che lei si volti verso l’altra sponda, assumendo un ghigno terribile, una smorfia scheletrica pietrificante.
Mio padre trema di fronte al suo funesto telaio di apatite. 
Lei allunga un braccio, è flessibile per essere uno scheletro, le falangi afferrano mio padre, la canoa si sbilancia sul torrente in piena, lei dà uno strattone, e lo tira con sé nella cascata di melma. La bara scuffia, finché entrambi i miei genitori sono trascinati a valle dalla corrente, e scompaiono per sempre tra le onde di fango.


A illustrare: Mel Tow, “Zodiac Zine”.