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Monaxiá

Autrice
Deborah D'Addetta
Ciclo #14 - E vissero tutti spaghetti e contenti
Narrativa generale
13 aprile 2023

“Dagon his name, sea monster, upward man
and downward fish”.
John Milton, “Paradise lost”, I 462-3.

Sono solo. Forse l’unico. Forse l’ultimo. Le mie scaglie brillano come lamine d’argento, catturando ora il riverbero del sole, ora del mare. Vorrei staccarle, strapparle, frantumarle con questi artigli untuosi e inutili. Nel corso della mia lunga esistenza ci ho provato molte volte, con pezzi di conchiglia e corallo e lische di pesce: nonostante gli sforzi, raramente sono venute via, e con grande sofferenza, rilasciando filamenti lattiginosi e sangue bluastro. Tanto sforzo, tanto dolore, per poi ricrescere moltiplicandosi, ricoprendo ancora di più la mia coda d’argento.
Questa è la mia sofferenza più grande: voler essere toccato, voler essere amato. Ma da chi? Da cosa? Non c’è nessuno nel grande oceano, mai ho sentito il lamento ondoso di una voce come la mia fare eco, causare piccoli maremoti di cui nessuno si accorge.
Vorrei venissero a catturarmi, sarebbe bello avere compagnia. Hanno tentato, tanto tempo fa. So che si chiamano uomini, erano una moltitudine, tutti raccolti su una grande barca di legno. Volevo stare con loro, mi hanno attaccato con delle lunghe lance di metallo. La mia carne si è aperta, porto ancora la cicatrice accanto alle branchie.
Non posso stare con gli uomini, non posso stare con i pesci: le tartarughe sono lente e i pesci Napoleone ottusi, quando provo a stringerli le pinne si spezzano, i carapaci si crepano. Forse i barracuda un po’ mi somigliano, ma se mi unisco al loro banco scappano, spaventati dalla mia ombra, e allora qualcosa dentro di me, dentro questa corazza frastagliata e tagliente che è la mia coda, qualcosa si muove.
Desiderio. Paura. Rabbia. Sono forse delle gambe? Lo sento dire a quelle creature che amo tanto guardare sulla spiaggia: corrono, lasciando orme lunghe e curiose, si alzano le gonne, “non schizzarmi le gambe” urlano, e lanciano sassolini nell’acqua, lanciano sassolini anche verso di me, ma io mi nascondo, mi rifugio nella mia grotta e dalla mia gola viene fuori un suono piangente, lacerante.
Piango perché sono solo, perché ho una coda che fa male, che non posso toccare.
Esiste una creatura come me che piange in un’altra grotta, lontano? Per questo motivo non posso sentirla? Prova anche lei ad aprirsi, usando pezzi di vetro trovati sul fondale?
La mia unica consolazione è guardarle sulla spiaggia. Le chiamano donne. Hanno le gambe, possono correre e corrono insieme. Non sono mai sole. A volte ho dei ricordi, frammenti di sogno e lucidi incubi in cui abbasso lo sguardo e non vedo più scaglie d’argento ma due gambe e due piedi e dieci minuscole unghie tonde, il sole che mi brucia il capo coperto da una strana lanugine. So che sono capelli. Il mio capo è glabro, appuntito, viscido come interiora di pesce.
Le guardo anche quando s’immergono in acqua. Mi tengo a distanza, osservo come si agitano per rimanere a galla, come si chiama quel bottone cavo che hanno appuntato sul ventre? Forse è una ferita. La loro pelle è liscia, opaca, non riflette il riverbero del mare o del sole, ma assorbe il colore dell’acqua diventando tessuto liquido anch’essa. Provo ad avvicinarmi, vorrei toccarle, sentire se i bordi del loro corpo tondo sono in realtà taglienti. La mia coda ribelle sfiora la gamba di una di loro, un filo di sangue amaranto si disperde nell’acqua, allora sbattono e urlano e fuggono via, lontano da me. Mi rifugio nella mia grotta, un lamento stridente fa rabbrividire il mare. Per rabbia, afferro una murena che mi passa davanti, la squarcio in due, la divoro, sputo la testa. Dentro di me, dentro la mia coda, quel qualcosa si muove ancora.
Poi accade, una notte: ne osservo una correre coi piedi nell’acqua, ha un vestito candido che spezza il buio; non corre da sola, è seguita da un uomo più alto di lei. Mi nascondo poco lontano, dietro una roccia che affiora. Si sente il canto della risacca e nient’altro. Cosa fanno? Perché stanno così vicini? Respirano uno dalla bocca dell’altra? Non capisco. Penso di abbandonare il mio nascondiglio, ma ho paura. Gli uomini feriscono con lance di metallo.
All’improvviso la donna comincia a urlare. Mi tiro indietro, non mi piace quando quelle creature urlano. Sembrano lottare, danzare, corteggiarsi come fanno le seppie, forse è un rituale d’accoppiamento? Anche gli umani allora si amano come i pesci. E io? Come amo io? Sono un uomo o sono un pesce?
La donna cade a terra, l’uomo si butta sopra di lei. Scalcia la creatura, non sembra contenta. Si alzano zolle di sabbia, le sue gambe si scoprono, la bocca viene coperta da una mano. Urla ancora, ma non sento cosa dice. Si muovono adesso in modo curioso, ondeggiando davvero come seppie, vedo lampi di tessuto che si strappano, si aprono. La donna lo colpisce, l’altro si tiene la faccia. Corre, corre, corre via, urlando di nuovo nel buio, lui si rialza, la insegue, le lancia qualcosa. Ho paura di nuovo. La raggiunge e cadono entrambi, rotolano, braccia e gambe s’intrecciano.
Poi, assoluto, il silenzio.
No, si sente il canto della risacca, e forse un pianto? Uomo, stai forse piangendo? Scappa, lasciando lì la creatura.
Non capisco, la guardo, convinto che si muoverà di nuovo. Ma aspetto e aspetto, nascosto dietro la mia roccia, e continua a rimanere immobile. Dorme? L’alba è lontana. Mi faccio coraggio e mi avvicino, la mia coda cattura il bagliore sonoro della luna. La donna ha il viso rivolto al cielo, nessun cenno, nessun movimento. Resta così, per ore. Mi domando se è la stessa a cui ho tagliuzzato la gamba.
La marea, devo attendere che si alzi la marea. Mi guardo intorno, ma non c’è nessuno. Nuoto verso la riva, le onde dondolano e dondolo anch’io, sempre più vicino. Ed ecco, una grande onda che mi porta ai suoi piedi, provo ad afferrarla, ma la coda mi appesantisce, non è fatta per stare fuori dal mare. Scivolo indietro insieme al risucchio dell’acqua. Attendo ancora. Mi allontano e mi avvicino, cullato, è una sensazione piacevole. Un’altra onda, più forte delle altre, e sono sulla sabbia, mi trascino, il mio corpo, le mie branchie, cominciano a contrarsi. Non sento dolore, ma devo sbrigarmi. Stringo il piede della donna, è sorprendentemente tiepida.
Devo portarla con me, sì. Il mare me l’ha donata, è mia.
Stringo la presa, com’è sottile il suo osso tra i miei artigli! Lascia un solco sulla sabbia mentre tiro. L’ultima onda mi permette di riprendere il respiro, la donna diventa leggera, galleggia sulla superficie del mare. Devo portarla con me, laggiù, dove nessuno potrà più portarmela via.
Mi immergo, fa resistenza. Forse non vuole? Non la lascio andare, ho paura di perderla. Nuoto verso il basso, finalmente scivola, la stoffa dell’abito si gonfia come una medusa viva e lucente. Dalla sua bocca escono piccolissime bolle d’aria. I suoi occhi, il suo viso, sono celati dai capelli, diventano alghe fluttuanti, una cortina di sargassi. Quando giungo sul fondale, mi accorgo che cerca di risalire. Perché non resta, cosa la spinge di nuovo verso l’alto? La trattengo, stringo la mano, sento l’osso cedere.
Poi, finalmente, si gonfia d’acqua. La lascio cautamente, rimane immobile, le punte dei piedi sfiorano la sabbia impalpabile del fondale. La stoffa si scosta lievemente dal suo viso, i suoi occhi neri e spalancati mi spaventano a morte. Mi allontano con uno scatto, vado a nascondermi dietro una gorgonia, la cuspide affilata della mia coda spezza tre o quattro dei suoi coralli: la creatura è dritta, tesa, tiene le braccia aperte come il mantello di una razza.
Sento la mia testa inclinarsi verso la spalla, esamino la sottigliezza delle sue caviglie, i muscoli sodi delle gambe, uno strano cespo scuro dove s’incrociano – sono capelli anche quelli? – quel piccolo vortice nel mezzo del ventre, due cupole appena sopra le costole.
Costole? Non hanno branchie queste donne? Come respirano? L’epidermide pare intatta, nessuna apertura, nessun forellino a fare da tana a granchi e girini. L’opacità della sua pelle mi piace molto: nessuna scaglia, nessuna lamina d’argento. Una fitta di desiderio mi causa uno spasmo lungo tutta la coda, che comincia a tremolare, ed eccolo, di nuovo, quel disturbo, un sussulto appena sotto la corazza, un mostro dentro al mostro? Cos’è che si agita?
Sono gambe, vogliono uscire.
Cautamente, comincio a riavvicinarmi. Le giro intorno, lo spostamento d’acqua fa ondeggiare la stoffa della veste. Provo a sfiorarle il corpo con la coda. Un rivoletto di sangue si stacca dalla pelle, ma la donna non emette segni di protesta. Perché non scalcia come l’altra volta? Mi avvicino ancora, galleggiandole di fronte: il suo viso resta nascosto, in parte dai capelli, in parte dall’abito.
Allungo un dito, lo infilo in quel cerchietto sul ventre. Lo ritraggo immediatamente, divertito dalla sensazione di sofficità e di risucchio. Deve essere da qui che respira. Ci riprovo coprendolo col palmo della mano: è ancora tiepida, estremamente liscia. La accarezzo con delicatezza, ma non reagisce. Quando lo faccio coi polipi o le murene schizzano via prima ancora di alzare una mano. Forse lei vuole essere toccata, vuole stare qui, vuole stare con me.
Sì, vuole stare qui.
Ma perché non si muove? Comincia a nascermi il tremendo sospetto che non lo farà mai più. Spingo la mano sulla pelle, spingo e spingo, la stoffa ondeggia: finalmente so che il suo corpo soffice non può tagliarmi. Mi sposto, pinzo le dita dei piedi a una a una, osservo la sabbia incastrata appena sotto le unghie; e poi le gambe, che strana sensazione! sono scivolose eppure compatte, e laddove spunta un osso sembrano piegarsi ad angolo. Solo dopo aver girato in tondo più e più volte in cerca di branchie o pinne, ho il coraggio di scostare la stoffa dal suo viso: la donna tiene gli occhi aperti, sono diversi dai miei, incappucciati da uno strato di pelle superfluo e costellati da piccoli ciuffetti appuntiti. Anche le pupille sono nere, dilatate, e il bianco dell’occhio è percorso da sottilissime venuzze scoppiate.  
La carne delle labbra è dischiusa come una conchiglia: ci infilo un dito, forse potrei trovare una perla. Tocco qualcosa di curioso, un pezzo di spugna morbida, umida di mare.
Stai forse dormendo, donna? Urlerai al tuo risveglio? La mia coda ti farà ribrezzo?
Svegliati, devo sapere. Ti ho toccata, ora voglio essere toccato.
Amami.
Mi sposto con un colpo di coda, incasso la testa sotto l’ascella. Rimango così per un po’, con gli occhi chiusi, ascoltando il silenzio di quel corpo estraneo eppure tanto desiderato.
Svegliati, per favore.
Le afferro il polso e adagio la mia guancia sul palmo della sua mano. Cos’è? Una carezza? Un dolore? Mi nasce un gemito acuto nel petto, esce dalla bocca, dalle branchie, spazza via il pulviscolo sospeso nell’acqua, arriva fino in superficie e sul fondale, causando minuscoli maremoti di cui, di nuovo, nessuno si accorge.
Amami!
Piango, le mie lacrime stillano in perline opalescenti che si depositano sulla sua mano. Perché non si muove? Ho finalmente compagnia, dopo un infinito tempo di solitudine. La spazzo via con un colpo secco, comincio a pungolarla, con gli artigli, con la coda, non m’importa se si taglia e sanguina, deve svegliarsi.
Sei forse morta, donna? No, non può essere, non voglio più vivere nella solitudine.
Le scaglie della mia coda saettano su di lei, prima o poi si muoverà, per desiderio o dolore, per farmi smettere. Urlerà spalancando la bocca, la sua voce stridente la sentirà tutto l’oceano.
Dentro, sento un caldo rimescolare, eccole, sono le gambe che vogliono venir fuori. Se lei non può essere come me, allora io sarò come lei, la porterò di nuovo sulla spiaggia e correremo e io non sarò più solo.
Feroce è questo desiderio, talmente vivido che sento la coda schiudersi. Mi sposto di nuovo davanti a lei, la pelle lattescente e le lamine d’argento si sganciano. Acqua gelida comincia a entrarmi nelle viscere, l’acqua entra ma qualcosa esce, qualcos’altro che è mio eppure sembra non appartenermi: mi guardo, mi spavento, riverbera nel mare uno stridio stonato che frantuma le gorgonie intorno a noi. Tre tentacoli massicci saggiano l’acqua dapprima timorosi, restii a lasciare il nido sicuro, poi si allungano e saettano, arricciando le punte. Inorridisco di me stesso: sono queste le mie gambe? Come potrò mai correre?
Agiscono con una volontà propria, non ascoltano. Il primo si allontana sinuoso dai recessi della mia coda, va ad avvolgere la vita della mia creatura. Il secondo s’inanella intorno al suo collo, comincia a stringere, provo a resistere, ma è piacevole, le ventose mi restituiscono un certo calore, l’eco di un battito esistito fino a un momento fa. Il terzo va a infilarsi tra le gambe, dischiudendole senza sforzo.
Svegliati ora!
Perché dovrei tenermi a distanza se non mi vuole? Perché non mi tocca? Le mie scaglie taglienti la feriscono, la aprono, i tentacoli stringono ancora, la sua testa si rivolta all’indietro, le costole cominciano a sbriciolarsi. Quando il terzo cerca di farsi spazio, spalanco la bocca, emettendo uno strillo acutissimo che infrange quest’insopportabile quiete d’indaco.
Svegliati! Svegliati! Non lasciarmi qui da solo!
Le ventose cominciano a pulsare, l’acqua intorno a noi si tinge di sangue. No, non posso farla a pezzi! Il primo tentacolo cerca di violare la sua bocca, mi sforzo di irrigidirlo, il ricciolo si ferma, si aggancia al suo labbro inferiore. Gli altri due restano al loro posto, palpitano dentro e fuori di lei. Sta diventando fredda, la pelle prima opaca vira verso il violetto.
Cosa vuoi dirmi? Vuoi diventare come me?
Il dubbio mi fulmina: anch’io, in un tempo lontanissimo, ero come lei? Hanno lasciato anche me su una spiaggia con il viso rivolto al cielo? Avevo dei piedi, dei capelli, delle unghie prima di diventare quello che sono?
I tentacoli si ritirano in uno scatto fulmineo, raccogliendosi all’interno della coda. Quella si richiude, cesellando di nuovo scaglie e tessuto, per tornare alla familiare corazza che tanto ho in odio. Mi accorgo che la pelle della donna è diventata un groviglio di tagli e ferite. Emetto un altro lamento stridente.
Resterai con me. Diventerai come me. E quando ti sveglierai, mi amerai.
Le aggancio un braccio intorno al busto, la spingo in avanti, avanzando nell’acqua gelida mentre le punte dei suoi piedi lasciano un lieve solco nella sabbia. La conduco verso la mia bellissima grotta riparata da un ventaglio di gorgonie, dove pesci pappagallo vengono a lasciare le loro uova, la mia bellissima grotta, che per un tempo immemore mi ha ascoltato piangere e gemere. Assicuro la creatura sul fondo, legando le caviglie con una vecchia corda intrecciata. Galleggia ancora, dritta e tesa, gli occhi sempre spalancati.
Ci vorrà tempo, ma ti sveglierai.
Sì, la terrò qui, decorando i suoi capelli con perle e rametti di corallo, coprendo i suoi occhi con stelle marine, scacciando qualsiasi pesce che verrà a mordicchiarle la carne. La terrò qui con me, fin quando le sue gambe non si salderanno in una coda di scaglie d’argento.
Mi amerai, vedrai.
La attiro verso di me sul fondo, coricandola sulla sabbia della grotta, i suoi capelli risalgono verso l’alto come una cortina. Appoggio la testa sulle sue costole, il battito non c’è più. Un lamento lieve e triste mi scuote mentre accompagno la sua mano ormai gelida sulla mia guancia. Sì, si sveglierà prima o poi, diventerà come me. E io non sarò solo mai più.


A illustrare: Mask Obscura “Wind”, creata con una combinazione di digital painting & Ai, di Jenni Pasanen.