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Make Veneto Great Again

Autore
Martina Draft
Ciclo #24 - Moonlight Spaghetti
Narrativa generale
12 gennaio 2026

Astroveneti, dove ha sbagliato Dio? era il titolo che si stava dibattendo nella sala riunioni del Greensheet, quotidiano a tiratura locale con sede a Houston, in Texas.
La questione, sulla carta, era se mettere o meno il punto interrogativo a fine frase. Dopotutto, Dio poteva essere il diretto responsabile del creato, ma non certo quello dell’accaduto, e i giornalisti all’unisono concordavano col dire che gli Astroveneti avevano fatto tutto da soli.
Come si fosse arrivati a elucubrare, al tavolo di un giornaletto texano, circa gli affari di uno sputo di regione del nord Italia, è un fatto curioso. E quel fatto parte da una fotografia, pervenuta alla redazione in un’estate senza lodi e con molte infamie – l’agosto dell’Uragano Harvey – il cui soggetto era il razzo artigianale MVGA: un dispositivo dotato di motore per mietitrebbia Officine Colò, lamiera d’auto aziendale Consorzio Agrario F.lli Bertazzo, e sedili in simil velluto da corriera SITA annata 1962. Nell’inquadratura si notavano sette uomini con casacche verdi ramarro all’esterno del veicolo, e un cane all’interno, seduto ai posti di comando.
A una prima scansione, gli ominidi sembravano normali pensionati dediti al culto della bevanda alcolica. Quanto al cane, in sé, non aveva nulla che richiamasse l’attenzione; a occhio e croce si trattava di un meticcio di taglia media, figlio di generazioni di copule orgiastiche tra randagi. Quell’animale al volante diceva molto più di un fallito pedigree; se avesse potuto parlare, ci avrebbe raccontato che l’unica disgrazia toccatagli in sorte era stata quella di passare dal canile comunale alla cascina del vero protagonista di questa storia: Gioacchino Fossato, sessantottenne dall’abbronzatura da coltivatore diretto, provvisto di licenza di scuola elementare e di mani leste nel distribuire sberloni. Un povero cristo dal portafoglio scarsamente popolato, fatta eccezione che per la tessera del partito Lega Nord, stretta accanto alla foto plastificata di Demetrio Albertini con la maglia del Padova stagione 1990/91. 
Gioacchino aveva un demone: le tasse, e non vi era lingua in cui si potesse descriverne l’allergia. Di conseguenza, aveva un’ambizione: vivere in un posto che ne fosse esente. Dopo ricerche approssimative aveva convenuto che l’unico in cui pareva non esisterne era la luna. Si diceva ci avessero messo piede in dodici, tutti cittadini americani, ma lui non ci aveva mai creduto. L’astio per quella nazione, di geografia nordica ma spirito meridionale, gli veniva dallo stretto contatto con alcuni dei suoi rappresentanti sotto forma di marescialli, capitani e generali, nella base missilistica di San Siro di Bagnoli, in cui aveva prestato servizio come addetto alla cambusa, e dove aveva goduto dello stesso trattamento riservato agli orinatoi, ovvero come un sottoposto di ultimo rango da caserma. Nel 1974, omaggiato del baby pensionamento piovuto sull’Italia per gentile concessione di Giulio Andreotti, si era defilato dai doveri militareschi con la certezza che se l’America non era stata in grado di distinguere delle barrette di cioccolata dagli stronzi di capra che egli stesso somministrava per legittima ripicca, si poteva dedurre che non fosse stata in grado neanche di distinguere la superficie di un satellite dal letto del Gorzone in secca.
Tre anni dopo fece il suo ingresso nella Liga Veneta; fino ad allora aveva nutrito il fegato di vino clinto, e la mente con i quotidiani in degenza sui tavoli delle cantine sociali. Tale lacuna nella sua formazione intellettuale e politica, unita a un eccesso di tempo libero, lo aveva portato a maturare due urgenze: screditare gli esiti del programma Apollo della NASA, e inoculare l’autonomia esentasse dove nessuno l’aveva mai chiesta: la luna.
Dall’iscrizione, Gioacchino aveva visto il movimento cambiare nome fino a diventare partito unico. Aveva partecipato, fervente, ai comizi rionali e ai raduni sulle foci del Po. Silenzioso, obbediente, moderato, ascoltava e applaudiva, mentre in sordina adescava proseliti con cui costruire un razzo interspaziale. È così che, dietro le quinte del governatorato leghista, nasceva l’élite cosmopadana; si definivano Astroveneti, e pianificavano l’autonomia lunare.

«Conquistare la luna non basta: bisogna capirla, studiarla», era l’imperativo. Gioacchino non brillava nella seconda mansione, ma aveva carisma, e da quanto aveva appreso da una massiccia esposizione alla TV generalista, questo bastava a motivare il suo pubblico. Era stato abile soprattutto nel trovare gli sponsor, che avevano permesso la costruzione del MVGA con materiali di scarto ma tuttavia efficienti. Per la parte ingegneristica si affidavano al figlio dei Colò, dell’omonima officina, che non aveva una laurea ma aveva ripetuto due anni su tre all’ENAIP indirizzo meccanico, e qualcosina la sapeva più di loro. Per la parte di traduzione dei manuali dall’inglese, avevano messo sotto torchio la nipote del Bertazzo, che era fresca di diploma al conservatorio e, sebbene non c’entrasse granché, almeno era studiata.

Inesattezze scientifiche e equivoci lessicologici erano all’ordine del giorno: «Ghe serve sapere se sulla luna ghe xe l’acqua, giusto?»
«Sì, ma no è l’acqua normale, è l’acqua lunare. Sarà potabile?»
«Mì go letto che ghe xe i crateri, ma anche i “mari”, e tecnicamente, ghe xe l’acqua!»
. «Sì, sì, ma la luna xe fatta de roba dura, tipo montasio stagionato.»
«Esatto: la composizione xe simile al mantello della Terra. In teoria, podemo trovare anche del magma. Co’ un poca de fortuna, magari scavando, vien su acqua termale.»
Alla fine c’era sempre qualcuno che chiedeva: «Tutti a parlare de acqua, ma el vin?»
Bastavano domande come questa a disperdere l’entusiasmo, ma Gioacchino aveva la formula magica: «Prima i veneti!», che funzionava come la campanella di Pavlov, e la costruzione del razzo riprendeva con grinta.

Si potrebbe pensare che Gioacchino avesse avuto una parte anche nella vicenda del tanko e dell’assalto al campanile di San Marco, nel lontano 1997, ma la cosa era accaduta nel triennio sabbatico in cui la militanza non era che un prodotto di scarto delle sue sinapsi eiaculanti, quindi era matematicamente da escludere.
Il battesimo nel suo curriculum di sovversivo portava la data 20 gennaio 2017, quando un imprenditore nato e cresciuto sotto il segno dell’evasione fiscale aveva dato l’estrema unzione alla democrazia statunitense. Era un uomo dai sacrosanti principi fordisti che, col suo incarnato tinta gingerino Recoaro e la chioma a cavolfiore di Moncalieri, gli ricordava i vasetti di giardiniera che suo nonno Dioscoride Fossato gli preparava a merenda. Gioacchino aveva scaracchiato a terra esclamando: «Se ciela fatta lui, ciela facio anca mi».
Il televisore, sintonizzato sulla Maratona Mentana, gli restituiva la liturgia del Presidente che, ne era certo, parlava proprio a lui: «Per troppo tempo, un piccolo gruppo nella capitale della nostra nazione ha raccolto i frutti del governo mentre il popolo ha sopportato il costo».
E nei suoi occhi la visione di Washington prendeva le sembianze della Roma ladrona.
«I politici hanno prosperato, ma i posti di lavoro se ne sono andati e le fabbriche hanno chiuso».
E nei suoi occhi la carcassa produttiva di Detroit si fondeva nei fumi di scarico della Marghera operosa dei tempi andati.
«Tutto cambia, a partire da qui, e proprio ora, perché questo momento è il vostro momento: appartiene a voi».
Il Presidente lo guardava negli occhi dalla cornice del tubo catodico, e gli dava nientemeno che del Voi. Gioacchino, folgorato spiritualmente come San Paolo Apostolo sulla via per Damasco, sentiva che anche l’America era sulla via della redenzione.
«Infine, dobbiamo pensare in grande e sognare ancora più in grande». Concludeva l’oratore, solenne. Ma a questo punto dell’omelia Gioacchino era già in cortile a sferragliare con brugole e mazzuolo. Ancora pochi mesi e il razzo sarebbe stato pronto.

È un pomeriggio tiepido a Cape Canaveral. Tra scienza, tecnica, e piante tropicali, si muovono i visitatori in fila come processionarie. Negli uffici della Force Station chi non è impegnato a corricchiare da un lato all’altro abbracciando enormi faldoni, si accalca fuori dalle vetrate della sala conferenze. Uomini in divisa brandiscono una fotografia, e le doppie vetrate lasciano passare pochi estratti del dibattito: Italiani, popolo di invertebrati / Ma dov’è il Veneto? / Nel deserto / Missione Apollo / Kubrick, gran regista / Bisogna farli sparire / Ma il cane da dove salta fuori? / Non si può far guerra al Vaticano / Almeno lasciate delle crocchette per quella bestiola.
Chi doveva sapere, sapeva, gli altri sapevano solo che era entrato in vigore il Protocollo Emergenza Livello Tre, quello per cui a una fuga di notizie seguiva la fuga non volontaria (diciamo, indotta) di chi le aveva messe in circolo.
«Cooper, Ramirez, avete idea di come ci abbiano scoperti?»
«Nossignore, Capitano Carling, i fascicoli del Progetto Apollo sono stati fatti detonare  nel Settantadue, dopo il fallimento di Cernar e Schmitt, Signore.»
«E come lo spiegate che dei fascicoli morti e sepolti sono resuscitati cinquant’anni dopo dall’altro capo del mondo?»
Cooper e Ramirez, che erano stati assunti dai servizi segreti per la loro abilità nel prevenire domande come questa, non avevano una risposta. Proposero in coro: «Li facciamo sparire, Signore?»
«Affermativo. E assicuratevi che nessuno venga più a sventolarmi in faccia le prove che sulla luna non ci ha mai messo piede anima viva.»
Gli Stati Uniti erano geneticamente preparati a eventualità come questa, dove uno stolto qualunque, dotato di licenza elementare e un eccesso di tempo libero, poteva arrivare tanto vicino a un segreto nazionale da potergli quasi guardare sotto le gonne. Il Maggiore Carling, coi complottisti dell’allunaggio, ci aveva avuto a che fare da quando aveva iniziato la professione, dopo l’incidente dell’Apollo 1. Refrattario a ogni forma di violenza, aveva sempre dialogato con i contestatori; era stato diplomatico, era stato indulgente, una volta era persino stato misericordioso al punto da timbrare il consenso alla pubblicazione del romanzetto “Sulla luna mai”. Ma stavolta era diverso: c’era un nuovo presidente che, col tarlo del sadismo intollerante, stava trasformando il Paese in un imbecillodromo, e lui voleva andare in pensione alla svelta. Per il premio di fine carriera gli veniva chiesto di portare un agnello sacrificale; l’aveva trovato negli Astroveneti. E poi doveva ammetterlo: erano decenni che riceveva lettere, fax, email e addirittura una cartolina da Caorle, da un bifolco, forse pure comunista, chiamato Gioacchino Fossato, il cui unico scopo nella vita sembrava quello di colonizzare la luna e, per uno sfizio personale, si era incaponito a dimostrare di essere il primo a farlo. Perché si fosse messo in testa che con lui dovesse andarci anche un cane, rimaneva un mistero.

Sono le nove di sera nel salotto di Gioacchino Fossato e i sette Astroveneti hanno calato il sipario sulla prima di due giornate che passeranno alla storia, a loro dire. La foto del razzo e il comunicato stampa sul lancio dell’indomani era stata mandata a duemila giornali sparpagliati sui cinque continenti, assieme a una fotocopia del romanzetto “Sulla luna mai”, che raccoglieva le migliori cospirazioni antiamericane ai danni della NASA. Per quest’ultimo gesto si erano sentiti un po’ in colpa, visto che un certo Capitano Carling, con il quale Gioacchino sosteneva di avere avuto una fitta corrispondenza, gli aveva mandato una lettera di buon auspicio e uno stendardo con scritto Make Veneto Great Again. Pieni di rimorsi e ringalluzziti dalle inaspettate lusinghe avevano deciso, all’ultimo, di cambiare il nome al razzo da “Serenissimo” a MVGA. A mezzanotte, gonfi di acquavite e buoni propositi, gli intrepidi viaggiatori cosmopadani si coricavano sui divani del Fossato ebbri e paciosi.
Se il sonno non fosse stato così profondo, e se il cane di guardia non fosse stato così facile da ammansire, avrebbero visto ventiquattro soldati fare irruzione nella cascina.

Quarantotto ore dopo, venivano scaricati alla Norton Air Force Base di San Bernardino. Frastornati di cloroformio e sedativi per equini, non si sarebbero accorti che uno dei pannelli di compensato del finto suolo lunare, ricreato per l’occasione, portava il logo di 2001: A space Odyssey.
Fonti interne alla NASA avrebbero successivamente riferito che, per celebrare l’impresa, il cane aveva liberato la vescica con getto preciso e filiforme sullo slogan Make Veneto Great Again, inciso sulla bandierina al centro del padiglione. 

Il Bertazzo, svegliandosi a bocconi su una polvere grigiastra dal sapore di cartongesso, aveva sorriso come mai gli si era visto fare in mezzo secolo tra sementi e concime, pontificando: «Svejate Gioacchino, siamo sula luna! L’è proprio come nei film!».