Tokyo Obsidian
Non è smalto. Non è catrame. Metto in bocca l’indice e il medio, succhio. Sa di metallo, di sangue fresco. Un passante si ferma a guardarmi. Resto con le dita in bocca. Ci fissiamo. È un ragazzo, capelli scuri lisci, bellissimi occhi a mandorla. Vorrei dirgli: vieni, senti anche tu, magari mi sbaglio, magari è davvero smalto, è davvero catrame, e io mi sto solo intossicando a pensare che questa collanera sia la soluzione a tutti i miei problemi.
Alla fine il passante se ne va. Lo fanno tutti – alla fine. La mia immaginazione però ha scritto una variazione, una possibile alterazione degli eventi reali: il passante non se ne va, si avvicina, ha sentito quello che gli ho detto. Io allungo la mano verso il suo viso, lui l’afferra, sorride, mette in bocca il mio indice e il mio medio. Succhia. Sputa nella pozzanghera. Alla fine, sempre alla fine, dice: la tua spina non è qui.
Batto le palpebre, il passante non c’è più. Allora abbasso lo sguardo verso la pozzanghera, verso lo specchio d’acqua stagnante in cui ho intinto le dita poco fa. Vi si riflette la luna, un disco di porcellana che non parla ma dice sempre molte cose.
La punta delle scarpe è bagnata. Sento attraverso il cuoio quanto freddo è l’asfalto, quanto fredda è l’acqua. Mi ritrovo di nuovo china a infilarci le dita dentro. Il riverbero rompe la forma perfetta della luna, un mare in miniatura – è inutile provare ad afferrarla, ad afferrarlo, mi ritrovo con la pelle di pece e l’irresistibile voglia di mangiare l’una e l’altro.
Mi guardo le dita: sono nere fino alle nocche. Le rimetto in bocca. L’acqua sa ancora di metallo. Di sangue fresco. Ma non è acqua. Non è smalto, non è catrame, non è collanera. E non c’è alcuna spina. Neanche stavolta.
Da un punto imprecisato della città s’irradia il suono di un pianoforte. Immagino sia tutto nella mia testa perché la gente per strada non sembra sentirlo. Alla mia sinistra, attaccato alla vetrina del konbini, un poster: al centro, il disegno a china di una luna piena, e tutto intorno dei caratteri in kanji che traduco più o meno così: se ti perdi guarda in alto.
Mi rendo conto solo in questo momento che quella riflessa nella pozzanghera non è la vera luna, ma il disegno del poster. Mi sento stupida: a volte, anche gli specchi mentono.
Mi avvicino alla vetrina per strappare il foglio, ma dall’interno del locale qualcuno mi fissa. È il ragazzo di prima. Sorride ancora, tira fuori la lingua come a farmi una smorfia, noto che è tutta tinta di nero. Gli rispondo allo stesso modo perché la mia è sicuramente più nera della sua, lo faccio da più tempo – provare a mangiare la luna dalle pozzanghere di Tokyo.
La mia coinquilina dice che devo smetterla, che prima o poi mi beccherò un’infezione o un batterio. Io non le rispondo, ma la mia immaginazione replica al mio posto su un altro piano temporale dicendo che l’infezione, il batterio, è lei, lei che non guarda a terra quando cammina, che non sente il pianoforte per strada, che non ha alcuna spina nella carne e perciò niente da curare, niente per cui vagare di notte da sola nella città immensa.
Abbandono la pozzanghera, il ragazzo, la vetrina, infilo le mani nelle tasche della giacca e cammino, svolto l’angolo del palazzo, svolto tutti gli angoli che incontro, come se fossi in un gioco 2D, muovendomi solo ad angoli retti. Supero la stazione di Ueno-Hirokoji, proseguo dritta affiancata da palazzoni e luci al neon e musichette dei semafori, con la vaga voglia di cedere alla tentazione di fermarmi in uno dei mille ramen bar sulla strada, le insegne luminose gialleverdirossefucsia, ma poi svolto a sinistra e poi a destra e mi ritrovo davanti a un sentō. Sul noren bianco all’ingresso c’è dipinto un kanji col nome del locale, in questo caso Tsubameyu. Le luci sono accese e calde; il pannello coi prezzi, incorniciato da lottatori di sumo tra bolle di sapone, dice che per un bagno servono cinquecento yen.
Muovo le dita nelle tasche, sento un tintinnio. A memoria dovrei avere abbastanza denaro, sempre che non l’abbia buttato nelle pozzanghere. Tiro fuori sette monete, di cui due bucate da cinquanta yen. Una è rosicchiata, ricordo di averla succhiata ieri mentre ero in metro, la lingua che provava a infilarsi nel buco arrugginito. Sopra ci sono incisi dei crisantemi: in Giappone sono simbolo di gioventù e longevità, mentre da noi sono i fiori dei morti.
Mentre ero in metro pensavo: forse se mangio le monete resterò giovane per sempre. O forse morirò. Che è un po’ la stessa cosa. Con una moneta da cinquanta yen, pensavo, posso comprare il mio biglietto per l’eternità. Per un settimo cielo, o un ottavo, un ventesimo, un millesimo cielo. Chissà quanto pesano, pensavo, tutte queste monete. Forse ventuno grammi, come l’anima dell’uomo. Chissà quante storie, pensavo, entrano in ventuno grammi.
I miei pensieri vengono interrotti da una donna che esce dal sentō. Ha i capelli scuri lisci e bellissimi occhi a mandorla. Mi saluta inchinandosi lievemente, io rispondo con un cenno della testa, poi mi chiedo come mai un bagno pubblico sia ancora aperto a quest’ora. È l’una di notte e di solito chiudono tutti prima di cena. Ma ho smesso di pensare a come fluisce il tempo, come i tasselli delle ore si incastrano per far succedere albe, giorni, tramonti e notti. Di solito sono occupata a cercare di mangiare la luna dalle pozzanghere di Tokyo.
Stringo le monete in pugno, entro nel locale. Mi investe una bruma calda e umida, e odore di sapone e cloro. Al desk non c’è nessuno. Tolgo le scarpe e mi guardo intorno: piastrelle azzurre a terra e sulle pareti, soffitto in legno, una pila di asciugamani immacolati in un armadietto. Sull’armadietto, un cartello: per un telo pulito servono altri cinquanta yen. Rilasso il pugno: ho abbastanza monete anche per quello. Aspetto qualche minuto che compaia qualcuno, ma resto sempre sola. L’orologio sul desk segna l’una e un quarto, ma la lancetta dei minuti non si muove. Forse qui dentro è l’una e quarto da un secolo, da quando ha aperto il sentō.
Da un punto imprecisato s’irradia il suono di un pianoforte, lo stesso di prima. Poi mi correggo: viene dai bagni, dai locali delle vasche. Vi si accede attraversando una porta di vetro satinato. Se aguzzo la vista riesco a vederla tremolare a ogni battito di nota, una percussione quasi impercettibile, come se una mano ne accarezzasse la superficie.
Lascio le monete sul desk e vedo che le mie dita sono sempre nere fino alle nocche. Ho quasi paura a toccare gli asciugamani, così bianchi, così puliti. La musica continua ad andare, adesso che sono in un luogo chiuso sento che è un motivetto semplice e ripetuto in loop di re minore, fa, sol minore, suonato in modo lento, quasi religioso.
Entro negli spogliatoi, lascio le mie cose in un altro armadietto, resto nuda col telo avvolto intorno al corpo. La porta di vetro che dà accesso alle vasche, la sento vibrare sul palmo attraverso la maniglia.
La stanza è molto ampia, completamente piastrellata: sulla destra, una serie di specchi tondi e un muretto basso con dei secchi rovesciati che servono come sedute; nel mezzo, una stazione di lavaggio; sulla sinistra, enormi vasche d’acqua da cui si disperde un vapore azzurrognolo. Di fronte a me, una vetrata, sormontata dall’onnipresente dipinto del Monte Fuji, e oltre la vetrata un giardino con alberi di ginkgo. Il pavimento è caldo e scivoloso, arriccio per istinto le dita dei piedi.
Non c’è nessuno. Sono sola. Anche qui, l’orologio interno segna l’una e un quarto.
Il pianoforte suona più nitido, più vicino. Ogni volta che ripete l’accordo in re minore scendo di un grado, un clic per volta, in una condizione di declino emotivo, come se la musica mi portasse altrove, ma un altrove in caduta, staccato da me. I giapponesi lo chiamano jōhatsu, che sta per evaporazione o scomparsa.
Abbandono il mio asciugamano sul bordo della vasca, mi siedo su un secchio, comincio a lavarmi. L’acqua è bollente, ci metto sotto le dita per grattare la collanera, per farla venire via, ma ovviamente non ne vuole sapere. Devo aver toccato troppe pozzanghere. Mentre bagno i capelli e il pianoforte batte di nuovo il re minore, un movimento alla vetrata attira la mia attenzione: le foglie di ginkgo fremono, un lampo arancio interrompe la sequenza verde. Una volpe. Si ferma, mi fissa. Ha dei bellissimi occhi a mandorla. Poi scompare. Io torno a rivolgermi all’acqua. Mi chiedo se non mi sia appena apparsa una kitsune, uno spirito-volpe. Mi chiedo quanto pesi l’anima di una kitsune.
Mi alzo, entro in una delle vasche. Quando sono col naso quasi a pelo dell’acqua, mi accorgo che proprio davanti a me vi è riflessa una luna. Di nuovo, non può essere quella vera, quindi cerco la fonte. È il dipinto del Monte Fuji: sulla sua vetta c’è una tonda luna bianca. Mi avvicino, sistemo la testa nel centro esatto del riflesso – un cerchio dentro a un cerchio – poi butto fuori tutta l’aria dai polmoni e mi immergo. La vasca è bassa, poco più di cinquanta centimetri, riesco ad accomodarmi sul fondo, supina. Da qui, riesco ancora a sentire la musica: è come più limpida, amplificata. Apro gli occhi. Sono quasi delusa nello scoprire che qui sotto non c’è alcun pianoforte.
Allungo il braccio verso l’alto. Il riverbero rompe la forma perfetta della luna, un mare in miniatura ma stavolta capovolto – è inutile provare ad afferrarla, ad afferrarlo, mi ritrovo con la pelle di pece e l’irresistibile voglia di mangiare l’una e l’altro.
Com’è che recitava il poster del konbini? Se ti perdi guarda in alto. Io sono persa, e guardo in alto, ma non trovo comunque la strada. Forse non è una strada che devo trovare. Spalanco la bocca, do un colpo di reni come a mangiare un’altra pozzanghera di Tokyo, ma tutto ciò che succede è che mi va di traverso l’acqua e riemergo sputacchiando saliva. Quando riesco a respirare di nuovo mi accorgo che non sono più sola. Nella vasca di fianco a me c’è un ragazzo, i capelli scuri lisci e bellissimi occhi a mandorla.
Scoppio a ridere perché non è possibile, i sentō non ammettono clienti misti – le donne vanno da una parte e gli uomini da un’altra. Smetto subito quando il suo viso diventa quello di una volpe. Un glitch, un millesimo di secondo, il fremito dei ginkgo oltre la vetrata, il tremolio del riflesso della luna nell’acqua, e il suo volto torna umano.
Chi sei? gli chiedo. Il pianoforte colpisce l’accordo, il ragazzo mi afferra la mano, si porta in bocca il mio indice e il mio medio, succhia – e stavolta sento una contrazione tra le gambe – poi sputa un grumo di saliva scura. Tira fuori la lingua, che è nera, più nera della mia, poi dice: la tua spina è qui. Con un artiglio affilato incide la mia giugulare. Sboccia una goccia di sangue, cola nel solco dei seni fino a dissolversi nell’acqua.
Toglila, urlo. La volpe sorride.
Il seguente re minore, gravissimo, infrange le pareti e la superficie dell’acqua. Piccole bollicine cominciano a sfrigolare, poi si gonfiano, diventano sfere, le piastrelle saltano, il pavimento si crepa, le vasche strabordano e un’esplosione silenziosa tinge di nero ogni cosa. Tutta la stanza si trasforma in uno specchio di pece, un blocco di ossidiana.
Mi ritrovo in piedi, nuda, nel buio. Non c’è più nulla intorno a me che mi ricordi il mondo da cui provengo. Osservo le mie mani, mi sembrano tornate normali, di carne. Metto in bocca indice e medio: non sanno più di metallo né di sangue fresco né di smalto, di catrame o collanera. Sanno di pelle, sapone e cloro. Il pianoforte ha smesso di suonare. Al suo posto, un’unica nota a bassa frequenza, quasi inudibile. Rumore bianco.
Dove mi trovo? chiedo al vuoto. Qualcuno risponde: sei nei tuoi ventuno grammi.
Cammino a tentoni, seguendo il baluginare della roccia nera. È fredda al tatto, levigata. Qualcosa avanza di fianco a me. Forzando la vista riesco a intravedere la sagoma di una coda fulva.
Non avere paura, dice la voce, questa sei tu, qui sei tu.
Cammino a lungo, non so per quanto. L’orologio del sentō, che ore segnava? Non lo ricordo più. Quello in cui mi trovo sembra un mondo compatto, senza angoli da svoltare, senza riflessi o luci, solo buio, ma un buio vivo, che si muove, che si sposta al mio passaggio. Una tenda di velluto.
Cammino. La volpe è sempre accanto a me. Immagino debbano sentirsi così quelli che si perdono e non ritrovano la strada. Eppure non provo niente, né paura o ansia, non mi sento più sperduta. Semplicemente sono, esisto, in questo spazio, in questo strano luogo senza tempo. Davanti a me cominciano ad accendersi dei granelli luminosi, piccole stelle pulsanti, prima una, poi cinque, poi cento e infine un numero incalcolabile. Sono ovunque, anche sotto i miei piedi.
La volpe gannisce, mi sembra felice. Un po’ la invidio: essere felici nell’oscurità. Forse sto andando nella direzione giusta, sempre che qui esista una direzione.
Poi, un ciglio: da un orizzonte imprecisato vedo comparire una mezzaluna bianca. Emerge dal basso, come stesse sorgendo, o forse sono io che seguendo la forma di questo luogo, avvicinandomi, le permetto di rivelarsi. Man mano che proseguo diventa sempre più grande, più tonda, si staglia contro il buio candida e fosforescente. Mi rendo conto che sto assistendo alla nascita di una luna immensa, un’altra luna che non può essere vera. La volpe mi supera, ora illuminata di bianco, e corre in avanti. Poi si ferma e si volta, mi fissa e aspetta. La raggiungo quando la luna si stacca completamente dall’orizzonte e galleggia di fronte a me, un disco di porcellana che non parla ma vuole dire molte cose.
Sulla sua superficie si muovono delle macchie, ombre in movimento. Al centro esatto, una spina nera, un pugnale di ossidiana da cui stilla un liquido opaco. Allungo le dita per toccarlo, per assaggiarlo. È viscoso, caldo. Metto in bocca indice e medio. Adesso so cos’è: è il sapore inconfondibile del sangue. Il mio.
Le macchie lunari cominciano a ondeggiare più velocemente, si aggregano, si separano, formano dei volti, dei paesaggi. Mi viene in mente la luna di Méliès. Forse anche il mio è un viaggio, un cammino dentro i miei ventuno grammi d’anima.
Le immagini mi mostrano quante storie esistono in quel peso: compare una me bambina su un’altalena; un’altra che cade sull’erba; una me più grande che piange su un libro; una me adulta, forse l’età che ho adesso – o che avevo prima di venire qui – che guarda oltre una falesia e pensa che sarebbe bello morire; una che si ferma davanti a una pozzanghera e prova a bere una città; una me vecchia, decrepita, che sgrana le perle di un rosario. E vedo tutte le vite che ho avuto, quelle che sono e non sono state, tutti i possibili futuri che potrei vivere se solo la smettessi di voler afferrare ciò che non può essere afferrato, se solo vivessi e basta senza chiedermi quanta gioia e dolore entrano in un corpo, e quanti corpi entrano in uno luogo, e quanti luoghi entrano nello spazio, e quanti spazi può contenere un altro spazio, e cosa vuol dire il tempo che viviamo, che significato ha ogni singolo istante, se ha davvero significato o è solo la cadenza con cui misuriamo la vita, indipendentemente da noi, da ciò che facciamo o non facciamo, perché andrà avanti lo stesso.
La luna continua a produrre immagini. La volpe sorride, il ragazzo dai bellissimi occhi a mandorla. Afferro la spina, mi taglio i palmi delle mani. Tiro con tutta la forza e sento che il mio collo si tende, come se una mano stesse a sua volta estirpando via qualcosa da me.
Nella mia mente, mentre continuo a stringere la lama, si susseguono altri scenari impossibili, o forse possibili altrove: entro nel mondo e il mondo entra in me, occupo il mondo e il mondo occupa me; entro in un haiku e un haiku occupa il Giappone; il Giappone entra in una scheggia e una scheggia occupa la galassia intera; la galassia intera sta in una goccia di saliva e una goccia di saliva occupa tutto il parco di Ueno; e tutto il parco di Ueno sta in un piercing; un piercing occupa una piramide e una piramide sta in un bicchiere di latte; un bicchiere di latte occupa un esercito e un esercito entra in una pallina da golf; e una pallina da golf occupa il Titanic e il Titanic entra in un rossetto; un rossetto occupa il cielo, il cielo è un pugnale e un pugnale occupa un continente; e un continente non sta in lui, la kitsune dagli occhi a mandorla, ma è lui che sta nel mio petto e il mio petto occupa il suo amore.
E nel suo amore adesso, io – io, io, io – mi voglio perdere.
Quando riesco ad estrarre la spina, la superficie bianca della luna si spacca, e così tutte le mie storie. Rimpicciolisce, poi si espande, poi rimpicciolisce di nuovo. Si alternano in una sequenza velocissima mille fasi lunari, vorticandomi intorno, fin quando la sfera diventa un nastro bianco, un anello che mi circonda e si stringe, si stringe, si stringe e poi esplode e così urlo, il mondo da nero diventa chiaro, poi tutto azzurro, e sento di riemergere da un mare, da un lago, o un fiume, o forse una pozzanghera, la stessa in cui era riflessa quella luna non vera.
Riapro gli occhi. I polmoni mi scoppiano, devo respirare. Sbuco fuori con la testa, in debito d’ossigeno, gli occhi appannati e un sordo dolore al collo. Sono di nuovo nel sentō, sola, nella vasca d’acqua calda di una vita fa. Di fronte a me vedo il mio riflesso in uno degli specchi tondi. Dalla giugulare cola nel solco dei seni un rivolo di sangue scuro. In mano ho una spina, un pugnale dalla lama sporca. Non cedo alla tentazione di chiedermi se quella donna che mi guarda sia la vera me o solo un riverbero, l’effetto di un inganno, la conseguenza di un’illusione.
Poi un fruscio, il lampo di una coda fulva negli alberi di ginkgo. La kitsune mi sorride. Stavolta sorrido anche io. Il suono del pianoforte è sparito.
Lascio la vasca, vado negli spogliatoi, faccio una doccia tamponando il sangue dal collo con l’asciugamano. Le mie dita non sono più nere. Al desk non c’è nessuno, ma l’orologio ha ripreso a battere il tempo. Sono le tre di notte.
Quando esco dal sentō mi viene incontro una donna. Forse, come me, si sta chiedendo che ci faccia un bagno pubblico aperto a quest’ora. La saluto con un lieve inchino, quella risponde con un cenno della testa. So di avere dei capelli scuri lisci e bellissimi occhi a mandorla. Li ho visti riflessi nello specchio tondo.
Torno indietro da dove sono venuta, ma non guardo più a terra, non cerco più le pozzanghere di Tokyo. Guardo in alto, verso la luna piena, quella vera. Ho come l’impressione che sorrida. Lancio in aria le ultime monete bucate che mi sono rimaste, il mio ultimo pegno alle molte cose che dice e che, forse, non sappiamo ascoltare, e a tutte le storie che possono stare in ventuno grammi d’anima.
A illustrare, Crying Moon, Robin Isely.