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Train Party

Autore
Leonardo D'Isanto
Ciclo #17 - Spaghetto Meccanico
Narrativa generale
1 febbraio 2024

Come ogni sera, l’ultimo treno nel tabellone degli arrivi frenò al binario 1 di Verona Porta Nuova.
Sami e i suoi amici attesero dietro le siepi la discesa del personale in servizio; li vide avviarsi verso l’uscita col passo svelto di chi vuole godersi qualche ora di sonno. Il cigolio delle ruote dei trolley che via via andava svanendo rappresentava per loro l’inizio dello sballo. 

Da quando era arrivato in Italia, la polizia li aveva colti in flagrante appena due volte, e Sami di questo ancora si stupiva. Il paese del fascismo, il paese che negli ultimi tempi si stava conquistando la nomea di razzista; proprio quel paese chiudeva gli occhi e li lasciava fare. L’importante era non esagerare; e cioè non attirare su di sé gli occhi della stampa.

Ogni volta che si trovava lì fermo, accovacciato sulle ginocchia col gelo della terra umida che gli risaliva le caviglie, ripensava alle parole di suo fratello Amal, la sera in cui, dopo anni di lontananza, si erano finalmente ritrovati.

«Sei pronto per il tuo primo Train Party?» aveva detto, passandogli una canna di erba buona.

D’un tratto, le luci del treno si spensero, e dalla cabina di guida il macchinista discese la scaletta. Omar si voltò e fece segno agli altri di aspettare. Sami lo rispettava. Era stato lui a trovare il corpo di Amal una settimana prima, era stato lui a promettergli la sua vendetta. Quando anche i monitor sui binari si fecero bui, Omar si alzò, e così gli altri del gruppo. Erano sette ora, otto quando c’era Amal. Sfilarono con calma lungo il binario, superando l’unica telecamera di sorveglianza a cui venti giorni prima, con la stessa lama che poi gli aveva segato la gola, proprio Amal aveva tagliato i fili. Nessuno sembrava badarci, né volerla sostituire. L’albero di Natale posto fuori dall’Ufficio di Movimento proiettava sfumature intermittenti sulla superficie della vetrata. Brahim passò a Omar la barra; in due facevano appena trentatré anni. Il ragazzo poggiò il ferro sul marciapiede, ficcando la punta nell’incavo della maniglia di emergenza esterna alla porta della vettura 5; poi, il piede come leva, iniziò a spingere. La sua faccia divenne paonazza, la giugulare prese a pulsare. Omar espulse l’aria con un verso simile a un grugnito, finché la maniglia rossa non si impennò e il giunto della porta non fuoriuscì: era fatta. Jamil, il più corpulento, si fece avanti abbracciando l’anta alle due estremità e facendola scorrere verso destra. I sette salirono guidati dalle torce dei cellulari. Una volta al bar, si sedettero; tutti tranne Ghazi e Hamed, che erano gli addetti ai carrelli. Li trovarono nel solito scomparto, quello tra il frigo e il quadro elettrico. Ormai neanche li chiudevano più, tanto la voce si era sparsa. Gli addetti alla ristorazione si limitavano a sbattere il pannello. Niente lucchetti, né chiavi. Con la punta dei piedi rimossero i bloccaggi da sotto le ruote, facendoli scivolare fino ai tavoli. A questo punto, la festa cominciava.

«Allora, tutto chiaro?» disse Omar, stappando una birra con l’accendino.

«Perché non questo sabato?» chiese Jamil, estraendo due toast al tacchino e gettando a terra la confezione.

 «Troppo scontato. Dopo quello che è successo si aspettano sicuro una reazione» rispose, accendendosi uno spinello, «e noi gliela daremo, la reazione, ma non ora».

«E quando?».

«Sabato prossimo, proprio qui.»

Tutt’un tratto, i componenti del gruppo smisero di bere, lanciandosi occhiate reciproche con la speranza di non aver capito; solo Sami guardava Omar dritto negli occhi.

«Intendi dire durante il loro turno?» domandò Ghazi, deglutendo.

«Esattamente» disse Omar, passandogli da fumare, «che se li ficchino nei loro sporchi culi quegli accordi di merda. Per Amal questo ed altro, non credete?».

Gli altri annuirono senza fiatare. Hamed si allontanò inoltrandosi nel buio, mentre Yousef tirò fuori dal carrello una bottiglia di vino rosso. Una cappa di fumo avvolgeva ora la vettura del ristorante.

«Che hai in mente?» chiese Sami.

«Tu fidati di me, che stavolta ci divertiamo sul serio. Un Train Party coi fiocchi, cazzo. Di quelli mai visti prima.»

«E con la polizia come la mettiamo?».

«Ho detto…» disse Omar, sbattendo la birra sul tavolo e accostando la testa a quella del compagno. «Tu. Fidati. Di. Me. Quando arriveranno in stazione, noi saremo già lontani, con le mutande zuppe di sborra per quanto avremo goduto».

Sami afferrò il vino dalle mani di Yousef e ne calò giù un sorso, Omar invece aveva preso a sniffare l’aria con un certo disgusto.

«Cazzo è sta puzza?».

«Gli stronzi hanno chiuso tutti i bagni» fece la voce di Hamed dal fondo del corridoio.

«Non dirmi che hai cacato di nuovo sul bancone del bar!».

Un rumore di passi lo riconsegnò alla compagnia. La sua mano brandiva una piccola bottiglia di prosecco da 20 cl.

«Se lo meritano. Domani alla gente serviranno la mia merda.»

A Sami pareva ieri di essere arrivato al quartiere Borgo Roma. Per anni aveva scambiato messaggi con Amal, che lo spronava a raggiungerlo in Italia. Il fatto è che lui in Tunisia non stava male. Sua madre Amira badava a ogni cosa, lasciandogli fare ciò che voleva. A detta di suo fratello, però, l’Italia tollerava i loro vizi. A nessuno interessava quante birre o sigarette consumavano al giorno. Un luogo dove a chi commetteva reati lievi accadeva poco o niente, a differenza della Tunisia che, per colpa degli attacchi terroristici, aveva controlli molto serrati. Inoltre, suo fratello sosteneva che capitava spesso di familiarizzare con le Forze dell’Ordine; l’importante era non dargli troppi pensieri, perché la burocrazia italiana era piena di cavilli dove loro erano i primi a non voler entrare. Alla fine, a far pendere l’ago della bilancia erano stati i suoi racconti sul Train Party. Gli aveva spiegato che a notti alterne si dividevano il treno con gli africani del quartiere Veronetta e che a nessuno dei piani alti fregava un cazzo, perciò la storia andava avanti ormai da sei anni buoni. E ora che calpestava l’erba del Nuovo Parco San Giacomo dove il gruppo di solito si riuniva, per la prima volta Sami ebbe il desiderio di tornare a casa. Prima, però, c’era un’ultima cosa da fare. Il tempo per lui era sempre trascorso in maniera veloce, eppure quella settimana si era rivelata la più lenta della sua vita, tanto da indurlo in tentazione di procedere per conto suo. Sarà stata l’ansia, oppure la voglia di sventrare quei negri uno ad uno; sennonché alla fine si era fidato di Omar, così come suo fratello gli aveva sempre detto di fare. Quando però il diciassettenne terminò di spiegare il suo piano ai presenti, Sami non resse più.

«Come sarebbe?» eruppe, enfio di rabbia, «Tutto qui?».

Omar alzò la testa verso il lampione e sputò fuori un getto di fumo. 

«Tutto qui?» ripeté, con occhi fiammeggianti. «Tutto qui? Ma avete capito bene che cazzo vi ho appena detto? Fammi capire: vuoi sfogare la tua rabbia rompendo qualche naso, oppure vuoi fare l’en plein? Perché io questo ti sto dando: l’en plein.»

Per un minuto buono, nessuno fiatò. Sami camminava avanti e indietro, cullato da un effluvio di erba bagnata. Aveva le mani in tasca per il freddo e il capo chino. D’un tratto, lo squillo assordante di una sirena risuonò poco distante, attirando lo sguardo allarmato dell’intera compagnia.

«C’è movimento stasera» disse Omar con lentezza, «serve calma e lucidità. Ma soprattutto è fondamentale che ognuno di voi abbia bene a mente quale sia il proprio compito». 

Ciò detto, guardò il suo Samsung.

«Ci siamo. A quest’ora saranno già a bordo. Ho pensato io a nascondere tutto dietro le siepi» disse, alzandosi dalla panchina. 

Poco prima dell’una, il gruppo si incamminò. Sami percorse via Bartolomeo Giulari con passo deciso, riflettendo in silenzio sui vari punti del piano. Quando i contorni della stazione si palesarono, la gola lacerata di Amal gli invase la mente senza preavviso. La pozza di sangue nero in cui intingeva la testa, le iridi non più lucenti, e la bocca aperta che mostrava gli incisivi spezzati. Omar aveva ragione: suo fratello meritava più che una semplice baruffa. Giunti all’entrata principale, il gruppo si arrestò. Hamed estrasse il cellulare, facendo segno agli altri di tenere i loro sotto controllo; poi si allontanò, svanendo in uno degli ingressi laterali. Yousef si accese una sigaretta, lo stesso fece pure Omar. Tempo di raggiungere il filtro, che il messaggio di Hamed dichiarò le telecamere disattivate. 

I ragazzi si acquattarono dietro alle siepi, badando a non compiere movimenti bruschi. Era pur vero che le tendine parevano tutte abbassate, ma era meglio andarci cauti. Sami distinse una grassa risata provenire con chiarezza dalla carrozza 4, dove stava il bar. Il suo cuore pulsava, i pugni si strinsero. Omar afferrò la barra di ferro e al contempo indicò agli altri la porta aperta della 5, ricevendo in risposta i pollici alzati di Brahim e Yousef. Jamil sollevò con entrambe le mani ciò che andava preso e lo seguì verso la vettura numero 3. Il bar era circondato. Sami invece doveva rimanere lì e godersi lo spettacolo. L’albero di Natale gli rammentò che era il sabato antecedente alla Vigilia. Chissà quanta gente era seduta a tavola con amici e parenti, lui invece era rimasto solo. Omar riuscì a scostare il giunto della porta di prima classe dal binario di scorrimento, mentre Jamil si occupò di aprirla il più delicatamente possibile; dopodiché, ecco il segnale. Yousef da una parte e Omar dall’altra afferrarono le taniche, scomparendo a bordo. Ci vollero pochi istanti prima che Sami potesse notare le avvisaglie dell’incendio. I suoi due compagni saltarono giù di corsa, mentre Ghazi, Hamed e Brahim chiudevano in tutta fretta le porte, bloccandole con la schiena. La vettura ristorante era ora un maestoso e scintillante falò, da cui provenivano le urla disumane di sei bastardi africani. Una tendina si alzò e un calcio fece tremare il vetro. Sami si avvicinò. Il rumore divenne via via sempre più acuto, finché non proruppe in un foro dalla miriade di venature cristalline. Il finestrino esplose, lasciando trapelare un negro morente che tossiva.

«Togliti. Lascialo a me!» gridò Omar; ma Sami non lo ascoltava. Raggiunse l’uomo, che continuava a rigettare fumo dalla bocca. Sami si posizionò proprio sotto la sua testa.

«Apri gli occhi, negro» disse.

Ma l’uomo non reagiva. Era schiavo degli spasmi e in procinto di saltar fuori. 

«Ho detto» ripeté, bloccandolo per la maglia, «apri gli occhi, negro».

E quello finalmente li aprì. Fu allora che Sami estrasse la lama del fratello, e con una mano gli prese i capelli. 
«Bravo. Tienili così mentre ti guardo crepare», e con un colpo deciso la lasciò penetrare a fianco del collo, sprofondando nel muscolo. L’acciaio sparì, da fuori rimaneva visibile solo l’impugnatura, su cui colava un denso fiume petrolio. Non soddisfatto, Sami lo estrasse con una facilità che lo colse impreparato, per poi recidere la gola da parte a parte. Rimase così, impalato a gustarsi la scena, mentre il resto del gruppo dichiarava concluso il piano. Non fosse stato per Omar, che lo strattonò tirandolo per il cappuccio, con ogni probabilità Sami sarebbe ancora lì. Una statua di carne che ammirava il Train Party più bello della storia. Invece stava correndo. Sulle rotaie, Sami e i suoi amici saltellavano felici come stambecchi. Raggiunta la staccionata che delimitava la stazione dai campi, un’esplosione: i ragazzi si voltarono, indugiando. Abbracciati l’un l’altro, con gli sguardi rivolti al cielo che pian piano si scuriva.