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Caos a Tiburtown

Autore
David Valentini
Ciclo #17 - Spaghetto Meccanico
Narrativa generale
25 gennaio 2024

I disordini sono ripresi questa mattina alle otto e trentasette. Dicono di aver sentito un lungo fischio, alcuni colpi metallici sui cartelli di divieto di fumo, e poi quello che a tutti è apparso come un urlo di disperazione.
Al telegiornale un intervistato giura di aver distinto uno sparo, anzi tre. Tre colpi di pistola. Sono stati quelli – più che gli spintoni e le bestemmie – a scatenare il caos. La gente ha preso ad ammassarsi verso le uscite, solo per ritrovarsi davanti i cancelli sbarrati. Il personale della stazione ha tentato di rompere le catene, hanno usato martelli, sedie, spranghe. Non ci sono riusciti. Sono stati chiamati i vigili del fuoco, sono stati fatti annunci che inneggiavano alla calma. Ma nell’aria si è sparso l’odore di benzina e di nuovo la gente ha preso a gridare.
L’unica era raggiungere l’altra banchina. Da lì, in qualche modo erano riusciti a fuggire.
Ma hanno esitato.
Hanno esitato perché il display segnava una metro in arrivo entro un paio di minuti. Poi c’è stato un secondo sparo, almeno così ha sostenuto il tizio al tg. Io non c’ero, però chi era presente dice di aver visto la marea riversarsi sui binari per tentare di arrivare dall’altra parte. La gente si spingeva, si calpestava, si prendeva a pugni e calci. Si montavano sopra, uno sull’altro, come per costruire quelle piramidi umane che si vedevano su Giochi senza frontiere.
Quei maledetti display non sono mai attendibili. Stavolta invece lo sono stati. Quando la metro è arrivata è stato un massacro. Finora si contano una ventina di feriti e più del doppio di morti.
Ponte Mammolo, ha detto un altro uomo al tg – uno con indosso la divisa e quindi un qualche tipo di ufficiale o roba del genere – Ponte Mammolo è una delle poche stazioni in cui i treni passano in superficie. Si vede il cielo dai binari perché i soffitti sono aperti. I piccioni spesso si appollaiano qua e là, attratti dalle briciole di cracker, biscotti e panini cadute a terra.
Hanno ritrovato monconi di gambe e di braccia fin sopra il terrazzo. Pezzi di intestini sono stati visti penzolare sopra i cavi elettrici. I corvi hanno banchettato finché non è arrivata la polizia.
Una cosa del genere era già capitata. Circa sei mesi fa, in piena estate. Da tempo le metro avevano preso a passare sempre più di rado. I cartelli in stazione dicevano che la flotta sarebbe stata rimpolpata, che i vecchi treni fatiscenti sarebbero stati sostituiti da nuovissimi mezzi luccicanti e super tecnologici, con tanto di filtri Hepa e tutte quelle cose che caratterizzano le città moderne. A questo erano dovuti i  rallentamenti del servizio: alla mancanza dei treni a cui, giuravano, stavano tentando di porre rimedio. Quei cartelli ci chiedevano di portare una pazienza che sarebbe stata presto ripagata. C’era un che di escatologico nel loro messaggio. Qualcosa di cristiano. Ci chiedevano di soffrire oggi per avere un futuro migliore domani.
Sapevamo che tipo di pazienza ci veniva richiesta. Quel tipo di pazienza che ti fa aspettare delle scale mobili nuove per due anni, facendotele trovare di nuovo guaste a tre mesi dalla riparazione. Quel tipo di pazienza lì ci chiedevano di avere.
Il problema è che la linea B parte da Roma est e da Roma nord per finire poco dopo l’Eur. Attraversa tutta la città e, insieme alla A – che parte da nordovest e arriva a sudest –, disegna una bella X sulla mappa della capitale. Molto più della linea A, però, la B percorre zone ad altissima densità abitativa. A Ponte Mammolo, poi, approdano persone – con i pullman, con gli autobus – da tutto quel conglomerato di centri urbani che si snoda lungo la Tiburtina, arrivando fin oltre Tivoli. Sono i pendolari che, alle sei del mattino, hanno solo due alternative: prendere l’auto e incolonnarsi sulla consolare più incasinata della città, picchiando il clacson come forsennati destinati al macello, smadonnando contro Dio che ha creato questo mondo infame o pregandolo di non finire coinvolti in qualche incidente, per poi giungere a destinazione e girare per mezz’ora in cerca di un parcheggio – possibilmente sulle strisce bianche, probabilmente su quelle blu, quasi certamente in doppia sosta o nelle zone gialle riservate a disabili e bus – e, dopo nove ore di lavoro, rifare la strada al contrario, rincasare alle otto di sera, sfiniti, esausti, sfiancati, con la voglia di urlare contro la moglie, il marito, i figli col rischio di diventare protagonisti di qualche servizio di cronaca nera; oppure, seconda ipotesi, salire su un pullman che puzza di piscio, coprirsi la faccia per evitare il tanfo del vicino che forse non si lava da una settimana, imbottigliarsi di nuovo nel traffico senza però esserne alla guida, con la flebile speranza che l’autista non dia di matto e decida di speronare le auto che ha lì davanti, per poi congiungersi alla fiumana di gente che brulica in stazione.
La stazione di Ponte Mammolo, appunto.
Là dove, appena giunti al binario che li condurrà al lavoro, vedranno apparire i soliti quindici minuti d’attesa.
È lì, in quel momento, che i pendolari cominciano a covare il desiderio di strage.
Proprio come sei mesi fa.
Proprio come sei mesi fa, quando la presenza di centinaia di persone accalcate sull’intera linea B, con l’afa di luglio che, unita alla mancata manutenzione dei sistemi di aerazione, rendeva l’aria irrespirabile. La gente allungava i colli verso il buco nero del tunnel, dal quale provenivano solo echi di nulla. Il display annunciava otto minuti di attesa da tempo immemore. Sugli smartphone arrivavano messaggi di WhatsApp, e su quei messaggi di WhatsApp c’erano foto di altre centinaia di teste inchiodate sulle banchine, sole e inutili, che ingannavano il tempo tentando di confezionare l’ennesima giustificazione da dare al capo per quei ritardi divenuti ormai oggetto di scherno.
È che la fine della pandemia aveva spazzato via molte cose, smart working compreso. I capi delle aziende non sempre sanno leggere il presente in cui vivono. Non sempre sanno fronteggiare i bisogni dei propri dipendenti. Quindi, senza pensarci due volte, avevano cancellato quel minimo progresso che il Covid aveva incentivato. E col rientro forzato delle masse, la capitale aveva detto addio ai giorni senza traffico e senza attese in banchina. Arrivare in ufficio dalla provincia – luoghi dai nomi quasi mistici come Pomezia, Cerveteri, Ladispoli, Torvajanica – era tornato a rassomigliare a un viaggio attraverso l’inferno.
Ma la gente ricordava.
La gente ricordava che c’era stato un anno in cui guidare per Roma significava vivere un sogno.
La gente ricordava che c’era stato un anno in cui prendere i mezzi pubblici voleva dire riuscire a respirare. C’erano le mascherine, sì, ma comunque c’era modo di rispettare il distanziamento, addirittura una forma di giustizia come quella di far sedere donne incinte, anziani, disabili.
Ora tutto questo era svanito. Ma la gente ricordava. Noi ricordavamo. Qualcosa ci si era depositato dentro. Ricordavamo la civiltà. Non la civiltà nordeuropea, quella bellezza utopica delle metropolitane di Londra, Berlino, New York – che tanto sai essere fittizia perché lì noi mica ci viviamo, ci siamo stati giusto una settimana in vacanza senza avere avuto il tempo di abituarci – ma la civiltà di Roma. Anche qui, nella capitale, era possibile essere umani. E noi volevamo esserlo.
Quindi, sui muri delle stazioni erano comparse le scritte. Anarchy in Spqr. Le si poteva trovare ovunque, nascoste fra i sedili dei vagoni, sotto le pubblicità, sugli adesivi appiccicati sulle obliteratrici, incastrati in modo da impedire il passaggio del biglietto.
E qualcuno aveva pure giurato di aver sentito quella frase urlata quel giorno di circa sei mesi fa, poco prima che qualcun altro venisse spinto giù sui binari. Come oggi, anche quel giorno c’erano stati dei morti. Erano intervenute le guardie giurate, poi la polizia, infine i militari appostati fuori da Policlinico. Molti studenti avevano disertato le lezioni, ma fra i banchi non si parlava d’altro.
Al telegiornale era passata come una giornata particolare. Un episodio isolato di disordine.
Due giorni dopo avevano bucato le gomme di un dirigente dell’Atac.
Tempo una settimana e a quel dirigente avevano sparato, di notte, mentre rientrava a casa. L’avevano trovato impiccato su un albero per strada, con indosso una divisa da capostazione e la testa infilata dentro quella di un maiale. Sulla divisa, con vernice rossa, avevano scritto di nuovo quello slogan: Anarchy in Spqr.
Qualcuno doveva essersi cacato addosso, perché d’improvviso erano ricomparsi i treni. Le attese sulla linea B erano tornate ai cinque minuti canonici del periodo precedente all’apertura della B1. È pur vero che ora le banchine erano mezze vuote: con l’arrivo di agosto e il terrore per gli ultimi accadimenti, in molti avevano rinunciato alla metro.
Verso novembre, però, si registravano già dieci minuti. A dicembre capitava di rasentare i venti e, ovviamente, quando il treno arrivava si riusciva a entrare solo sgomitando. Nessuno voleva rinunciare a quel carro bestiame. Nessuno voleva aspettare altri venti minuti, per poi ritrovarsi nella stessa situazione. Piuttosto mi ammazzo, si pensava. Piuttosto ti ammazzo.

Le scritte sono ricomparse e ancora una volta nessuno le ha prese sul serio.
Fino a stamattina. Fino a quei quarantacinque morti e ventidue feriti.
Fino a stasera, quando la stazione di Tiburtina verrà fatta saltare in aria.

I disordini sono ripresi questa mattina. Il messaggio che ha coordinato il tutto l’ho inviato alle otto e trentasei. In stazione c’è stato un fischio di tre secondi precisi. Due colpi in rapida successione sui cartelli di divieto di fumo. E poi un urlo di disperazione: Caos a Tiburtown!