Arcipelago Spaghetti
Il dissidio fondamentale che ci travaglia, l’oscillazione fra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amor di clausura, secondo che ci tenti l’espatrio o ci lusinghi l’intimità di una tana, la seduzione di vivere la vita con un vizio solitario. L’insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se ne porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore. Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi.
(Gesualdo Bufalino)
Isola. I-so-la. Una parola corta, rassicurante persino, eppure, forse non esiste luogo più infido, pericoloso e però seducente. A come Alicudi, Z come Zacinto, con tutto un ventaglio di zolle di terra nel mezzo, una per ogni lettera dell’alfabeto.
Credo che le isole abbiano a che fare con la nozione di tempo e con il modo in cui questo tempo viene consumato. O non consumato. Per genetica, o forse per romanticismo, l’isola invita al raccoglimento, all’isolamento – per l’appunto – alla solitudine. In un’isola ti imbatti per caso, come succede ai naufraghi, oppure te la vai a cercare perché hai bisogno di. Di che? Se lo sapessimo non ci sarebbe più bisogno di isole al mondo.
Probabilmente è questo che ammalia, il fatto di cercare qualcosa ma non sapergli dare un nome: lo capisci solo quando ci metti piede.
La seduzione di vivere la vita come un vizio solitario.
In “Capri-Revolution” di Mario Martone l’isola ricorda il suo passato di nido per una comune di hippies nordeuropei. Lucia, una ragazza caprese, si imbatte nel gruppo e decide di rinnegare la famiglia per amore della libertà. Dunque ritrovarsi pur restando inchiodati in un luogo circoscritto.
In “Shutter island” e “The lighthouse” va in scena la follia, mentre ne “Il postino”, “Laguna blu” e in “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” si cade nella poesia, nell’amore carnale, nella tentazione all’abbandono dei sensi.
L’isola di If, divenuta famosa grazie a Dumas nel romanzo “Il conte di Montecristo”, è una prigione (come tante altre isole-penitenziari: Alcatraz, Nisida, Pianosa, Goli Otok, Hashima) ma al tempo stesso l’isola di Tiboulen e quella di Montecristo rappresentano la vendetta, la ricchezza, la metamorfosi.
Per non parlare poi delle declinazioni in letteratura: la Procida di Morante, l’irraggiungibile Itaca di Omero, l’isola deserta di Robinson Crusoe, quella sconosciuta di Saramago, quella del tesoro di Stevenson, le sensuali e tentatrici isole di Marquez e Amado. Potremmo stare qui giorni a compilare questo elenco.
E se l’isola fosse qualcosa di meno manifesto? Se per “isola” si intendesse rifugio o spazio dell’anima in cui sentirsi al sicuro? Potrebbe essere vero anche il contrario: un’isola è anche una trappola interiore, un’esperienza da cui non si può fuggire.
Gesualdo Bufalino, famoso scrittore siciliano, definì un particolare stato di struggimento “isolitudine”, una connotazione dell’animo – essere isole dentro un’isola – che attribuiva alla sua indole e alle sue origini.
Cerchiamo proprio questo per il nostro nuovo ciclo “Arcipelago Spaghetti”.
Ricordate però che siamo Spaghetti Writers, non una sede distaccata di Harmony o gli eredi di Liala, dunque non ci interessano storie di isole (fisiche o interiori) che parlino di gelsomini, baci al tramonto o naufragi alla Lost (o peggio, di palloni che si chiamano Wilson). Vogliamo il tormento, l’amarezza, la lotta, vogliamo che vi scaviate dentro per cercare quel nodo denso e compatto che non riuscite a sciogliere, e che probabilmente si allenta solo quando pensate a un posto felice, come un’isola.
Il fluire setoso del tempo, l’inquietudine di una nuova terra, il distacco dalle origini, i ricordi di infanzie felice e terribili, la rabbia e la gioia della solitudine conquistata, la ricerca dell’io, la fuga dal caos, la pace sensuale della carne.
Raccontateci la vostra isolitudine.
Editoriale di Deborah D’Addetta
A illustrare: Arnold Böcklin con
“L’isola dei morti” – 1880-86 e “L’isola dei vivi” – 1888