Categories

Dichiarazioni anticipate 

Autore
Ginevra Lamberti
Ospite Chef
Narrativa generale
25 luglio 2024

Mariangela, Operatrice socio sanitaria

Lavoro qui da una vita e non ho mai visto una cosa del genere, neanche la volta dell’incendio. È a causa di quello che le porte dei reparti avevano smesso di essere chiuse a chiave. Gli ospiti, comunque, sono quasi tutti non deambulanti o poco deambulanti.

Se non fosse stato per il silenzio, quella mattina avrei pensato all’inizio di un turno come un altro. Pareva di poterselo mangiare. Anche i soliti odori di ammoniaca e disinfettante sfumavano nel niente. Sulla soglia del reparto eravamo in due, io e la Bianca. Mancava la terza, la Liliana, che arriva sempre in ritardo e ha già avuto due richiami. Ci siamo fermate sulla porta per un paio di minuti. Nessuna aveva il coraggio di andare avanti né di tornare indietro. A cercare le colleghe del turno di notte, a cercare qualcuno della segreteria o della direzione. Nessuna aveva il coraggio di chiedere all’altra: perché non abbiamo incrociato nessuno?
Poi Bianca si è buttata in avanti e ha iniziato a fare il giro delle stanze, correva per il corridoio gridando i nomi degli ospiti. Ha trovato solo letti sfatti e vuoti.
Me lo ha raccontato dopo, perché io intanto ero tornata al parcheggio nella speranza di incontrare una collega che ne sapesse qualcosa. Ho trovato solo quell’incosciente della Liliana.
Stava piegata in due sul cofano della sua vecchia Panda 4×4 e rideva, rideva.
Intanto ci aveva raggiunte di corsa la Bianca, grigia in faccia per la paura di prendersi la colpa di una fuga (o peggio di una strage) di massa.

«Voi non potete capire», diceva la Liliana.
«Voi davvero non potete capire».

Non ha mai davvero smesso di ridere, ma si è ripresa abbastanza da invitarci a salire sull’auto e guidare fino in centro città. Diceva «Faccio un giro largo perché vale la pena vedere tutto. Poi andiamo a controllare anche altre scuole del Comune». Non capivamo cosa c’entrassero le scuole, ma non riuscivamo a fare domande, non riuscivamo neanche a pensare.
A dispetto del deserto che ci ha accolte al lavoro, il centro era bloccato da ingorghi. I vecchi erano lì, erano tantissimi. Non sembravano così tanti quando stavano nelle loro stanze. Si assembravano all’ingresso di una scuola. Ne riempivano il cortile. Occupavano la strada. Li riconoscevamo uno a uno. Erano claudicanti, sbavavano, ma camminavano e chi non camminava spingeva la carrozzina senza bisogno di aiuto. Abbiamo abbandonato la macchina nel traffico immobile. Proseguendo a piedi, affrettandoci di scuola in scuola, vedevamo dei vecchi con facce meno famigliari. Non venivano solo dalla nostra struttura. In un moto di lucidità la Bianca si è rivolta alla Liliana chiedendo: «Ma perché le scuole, che cosa ci fanno qui?». La Liliana, ormai irrecuperabile dal punto di vista del ridere, singhiozzando ha risposto: «Ma come che cosa ci fanno qua? Oggi si vota per il referendum»

E noi: «Il referendum?»
E la Liliana: «Siete delle bestie, non si parla di altro da mesi, il referendum per la riforma retroattiva delle pensioni.»
Intanto la polizia cercava di arginare la massa di votanti, di renderla un minimo ordinata e proteggerla dal linciaggio, anche se a dirla tutta quelli si difendevano piuttosto bene a graffi e morsi. Non credo di poter dire che si trattasse di una situazione fuori controllo perché niente di ciò che è accaduto quel giorno era anche solo imparentato con il concetto di controllo. A fine giornata sì è parlato di affluenza record e la proposta di riforma delle pensioni ne è uscita affossata, rifiutata, massacrata. I vecchi piano piano se ne sono tornati indietro, ci hanno messo tutta la notte. C’era tutto un va e vieni di ambulanze e auto mediche che li caricava intanto che a quelli tornavano a cedere le gambe, che smettevano di parlare, che smetteva di funzionargli la testa. Ognuno ha ripreso il suo posto. Nessuno ha capito chi gli avesse portato le tessere elettorali. Le impiegate della direzione, quelle della segreteria, la direttrice stessa sono tornate raggiungibili solo la mattina seguente. Erano tutte nelle proprie case, ancora a letto con i telefoni spenti, le tapparelle abbassate e un gran mal di testa.
Data l’eccezionalità del caso non abbiamo ricevuto richiami per il nostro allontanamento.
C’è stato un subbuglio di pulizie, lavaggi, appelli, controlli, cambi di terapie e fabbri che mettono le porte blindate alla faccia di quella volta dell’incendio. Poi è tutto ricominciato come prima. Tutto come prima a parte che tra poco, visto che rimarremo a corto di ospiti e chiudono le strutture, ci ricollocano nelle scuole materne. Io mi sto organizzando con dei corsi serali di nail-art, perché i bambini mi fanno un po’ impressione.

Giuliana, impiegata comunale

Lavoro allo sportello del Comune da che ho vinto il concorso. Avevo vent’anni e da quel giorno non mi sono più mossa da questo ufficio.
Grazie ai nuovi scaglioni, approvati in seguito all’annullamento dei risultati del referendum, per il momento non rischio la pensione. Ho altri sette anni sicuri davanti, ma se tutto va bene ci sono buone possibilità di salire anche a dieci, dodici. Io milito in un comitato cittadino in rete con comitati disseminati per tutta la nazione che si occupa di fare pressioni affinché il progetto di far salire l’età pensionabile a ottantadue anni possa almeno arrivare a essere considerata in Parlamento. Per ora, dicono, settantotto può bastare.
Il mio lavoro non è che mi piace o non mi piace. il mio lavoro va bene, lo padroneggio, mi sono destreggiata egregiamente con il passaggio all’archiviazione e catalogazione elettronica. Sto allo sportello caccia e pesca e mi occupo di richiesta e rilascio tesserini.
Da quando ci sono le nuove norme fiscali sui bonus è diventato un po’ più complicato perché non sono un drago con la contabilità, ma ce la posso fare, il mio cervello funziona ancora bene. Il problema vero sono gli invasati. E quelli ci sono dappertutto. Sanno tutto loro, hanno capito tutto loro, arrivano primi loro, poi non leggono le circolari per intero, si fermano al titolo e combinano un guaio.

La scorsa settimana ero lì tranquilla che cercavo di spiegare a un minorenne che non poteva farsi il tesserino da solo e doveva, per esempio, venire col papà. E quello giù a piangere e raccontarmi la storia di suo padre che lo ha avuto tardi perché prima doveva dedicarsi alla carriera finché un giorno gli hanno bussato alla porta di casa e hanno detto: ci dispiace, per lei è arrivata la pensione.
«Non l’ho più visto» dice il minorenne, e giù a piangere ancora.
Allora io porgendogli un fazzoletto gli dico «Ma figlio mio, se ti hanno pensionato il papà e tu che sei sensibile l’hai presa così male, ti pare il caso di farti il tesserino per andare a caccia?»
E quello improvvisamente ferma i singhiozzi, tira su col naso e mi dice «Non hai capito, io adesso che posso farlo senza andare in riformatorio a quello stronzo lo voglio andare a cercare e sparargli in fronte con le mie mani e poi tornare e prendermi il bonus».
Mi fermo, per un attimo agghiacciata, e gli dico «Caro, stai dicendo una mostruosità.»
«Perché scusa?» mi fa lui preoccupato.
«Perché se partecipi alla stagione venatoria hai diritto a un 10% di sgravio fiscale per ogni pensionato preso e certificato, ma tu sei minorenne, studente, non devi fare la dichiarazione dei redditi e non so di cosa parli quando ti riferisci a un bonus.»
E lui col piglio del giovane idealista controbatte «Ma non è vero, me l’ha detto anche mamma che si è informata.»
«Mamma non è ancora pensionata?» chiedo io.
«No mamma è giovane e io non la farò andare mai in pensione.»
«Naturalmente.»
«Che hai detto?»
«Niente niente, fammi controllare una cosa.»
Ero dunque lì a scartabellare, e stavo giusto appurando che, nel caso di minorenni con delega, dello sgravio fiscale poteva beneficiare l’adulto con patria potestà non pensionato, quando entra, aprendo la porta con un calcio, il primo scemo della giornata.
«E adesso dammi il grano» sbraita il cittadino medio travestito da boscaiolo con la camicia a quadri. «E adesso dammi il grano» dice sbattendo sulla scrivania la testa di un pensionato di genere maschio di anni circa settantanove, orecchino su lobo destro che tradisce probabile tentativo di mimetizzarsi, sangue ancora non rappreso che devasta i documenti sottoposti ad analisi, schizza la maglietta del minorenne, mi irrora la faccia e gli occhiali.
Lo scemo invasato intanto è lì che ansima in cerca di approvazione. Io tolgo gli occhiali e li pulisco sommariamente alitandoci sopra, sollevo la testa del pensionato maschio per i capelli e la faccio cadere nel cestino delle cartacce. Chiamo la portineria chiedendo per piacere di mandarmi quelli dei rifiuti speciali e già che ci sono la sicurezza. Dico all’invasato, con la voce più dolce che posso, che ci compiaciamo del suo zelo e gli facciamo i nostri migliori complimenti, «Ma» aggiungo «è anche vero che sono abbastanza sicura di non averla mai vista qui, e dunque sono abbastanza sicura di non averle fornito un tesserino e dunque sono praticamente certa che l’autorizzazione alla caccia non ce l’abbia. Possiamo dunque affermare con ragionevole certezza che lei al momento si configuri come un cacciatore di frodo perseguibile dalle norme vigenti. La vorrei inoltre informare che, quando avrà chiarito la sua posizione alle autorità ed eventualmente pagato la penale, se mai volesse riaffacciarsi all’attività venatoria (dalla quale, glielo preannuncio, sarà comunque interdetto per almeno un anno) per certificare il suo diritto allo sgravio fiscale e al bonus basta rivolgersi ai guardiaboschi. Saranno loro a riconoscere l’esemplare e fornirle il codice da portare presso questo sportello. In nessun caso, le faccio inoltre presente, è necessaria la decapitazione.» Poi sono arrivati quelli della sicurezza e l’hanno portato via che strepitava mentre il minorenne, con la faccia scoperchiata di stupore, mi chiedeva come si fa per lavorare lì, allo sportello, che lui aveva appena capito cosa voleva fare dopo la scuola. Io sono contenta quando vedo i giovani svegli che si entusiasmano, e penso che sia giusto fargli quanto più spazio possibile, se lo meritano, tanto io, ho già organizzato tutto, a settantotto anni appena compiuti mi schiatto con una pera di eroina così forte che passeggio l’universo per tutta l’eternità nei secoli dei secoli.

Armando, ex barista

Ho smesso di lavorare quando ho capito che non serviva più a niente, che stavamo solo correndo a vuoto. Non nego di aver provato un moto di simpatia per quelle forze politiche che dicevano che bisognava stare dalla parte dei giovani. Non mi era ancora chiaro che siamo tutti giovani e vecchi nello stesso momento ma abbiamo occhi così piccoli da non vedere il tempo. Non ci accorgiamo che è tutto qui e tutto insieme.
All’inizio non mi è sembrato strano che il risultato del referendum venisse annullato. Era l’esito del voto espresso da persone molto malate e poco lucide, un caso straordinario tuttora privo di spiegazione.
La prima che mi ha fatto venire dei dubbi è stata una cliente affezionata del bar. Fino ad allora non l’avevo mai considerata una vecchia, in effetti non avevo mai considerato che avesse un qualche tipo di età. Era la voce piccola e roca che mi salutava al mattino, quella che mi faceva ridere quando rassicurava la barista giovane con il fidanzato in trasferta (“Perché dopo la lontananza ci si ritrova con rinnovato ardore”). Le guardavo le rughe in filigrana e mi pareva sempre una ragazza.

Poi è successo che con l’apertura della stagione venatoria ho smesso di dormire. E a me piace dormire. Tra l’altro non faccio niente di straordinario e neanche di propriamente illegale. Aiuto i vecchi in difficoltà con le pratiche di accesso a protezione internazionale offerta dalle associazioni che si occupano di permessi di espatrio.
Ho iniziato quando non ho più visto la mia cliente per una settimana, poi per due, per tre. Alla fine del secondo mese ho abbassato la saracinesca sapendo che non l’avrei mai rialzata. Penso sempre all’ultima volta che la mia vecchia preferita ha dato spettacolo davanti al bancone. Bevendo un orzo magnificava la morte improvvisa della madre (avvenuta nel bagno di casa, dopo una cena con le amiche). Sorrideva con la bocca rattrappita e indicandoci esclamava «Vi auguro una morte improvvisa!» e rincarava «A voi e a tutte le persone a cui volete bene!» e aggiungeva «Godetevi la vita, che non avete idea di che avventura meravigliosa che è. E ringraziate tutti i giorni chi vi ha messo in questa valle di lacrime. Io, se fosse per me, non me ne andrei mai.»