Storia non d’amore
La perfezione chiede al talento di esistere.
La vecchia finestra in soggiorno dà ancora sullo stesso panorama di una volta. La sera sui campi di prosecco sembra una carta da parati, più indietro le luci lontane della città sono microscopiche costellazioni. Un pensiero buffo la coglie d’improvviso: chissà se gli insetti pensano che le nostre lampadine siano stelle.
Un sospiro rauco alle sue spalle la riporta al motivo per cui è lì. Prende un plaid e lo porta a sua madre. «Dovresti andare in camera», le dice.
«A stago ben chi» risponde. «Su gh’è massa fresco».
È uno di quei giorni di fine estate dove il termometro si abbassa abbastanza da ricordarti cosa sta per arrivare e che cosa stai per perdere. Guarda velocemente la data sul cellulare: sette settembre. Quella data suona familiare, ci pensava dalla mattina, quando suo fratello l’aveva chiamata per chiederle di occuparsi di sua madre che aveva la febbre, perché lui era fuori a cena. Un compleanno? Ma di chi?
«Vero, gheto assà e luci impissà?»
Veronica si gira e vede una strana luce azzurra venire dalla portafinestra di casa sua. La villetta in collina di sua madre è divisa in tre appartamenti, uno grande e due più piccoli, dove vivono i figli. O meglio, suo fratello ancora vive lì, lei non più.
«Vado a controllare ma’, non fare la scema e riposati».
«Non so mìa drìo morire!»
Esce nel giardino antistante, percorrendo la stradina che collega i due appartamenti. La luce azzurra opacizza i vetri e non permette di vedervi attraverso. Quando apre la porta però la luce scompare e al suo posto c’è un uomo, in piedi, che rovista fra vecchi fumetti.
«Credevo li avessi dati via tutti».
Veronica arretra un passo e si blocca: più lo guarda e più le pare avere un’aria familiare.
«Ah, che bello questo!»
Nelle mani stringe un vecchio numero di Dylan Dog, sulla copertina l’indagatore dell’incubo cerca di ricongiungersi a una bionda fanciulla mentre sullo sfondo svetta una ruota panoramica.
«Come sei entrato?».
«È un piacere anche per me rivederti, Vi».
La posa dinoccolata, appoggiato alla libreria con una spalla mentre sostiene tutto il peso del corpo sulla gamba sinistra, il sorriso malinconico solo su mezza faccia, gli occhi nocciola con una lieve una sfumatura di verde. Aveva conosciuto una sola persona così e non capiva come fosse possibile averla lì davanti.
«Sebastiano?»
Il sorriso si allarga anche all’altra guancia: «Che c’è, hai visto un fantasma?»
Veronica si appoggia al bordo del divano. Saranno vent’anni che non lo vede.
«Ti stanno bene i capelli corti», le si avvicina di un passo. «Non te li avevo mai visti così».
Non riesce a rispondere. Lui si fa più serio, sembra preoccupato: «Devo chiederti un favore, devo tornare a casa».
«Scusa ma come sei arrivato qui?»
«Non lo so. Non mi ricordo».
Veronica nota il viso pallido e, nello sguardo, una tristezza che si sforza di mascherare. «Ma… stai bene?». Sebastiano, spiazzato, resta con la bocca un po’ aperta, alla ricerca di parole nuove, ma non ne trova altre: «Mi puoi accompagnare?»
«C’è mia madre di là, ha la febbre, non posso lasciarla sola».
«Ma tua madre è un carrarmato, cosa vuoi che sia… ci vuole un attimo».
«Un attimo? Ci vogliono otto ore!»
«Ancora con ’sta storia? Ce ne vogliono quattro».
«Sì, ad arrivare. Poi altre quattro a tornare. Otto ore, e non le ho».
Sebastiano abbassa la testa, dà un calcetto a una sedia. «E quando mai le hai avute…»
Veronica non ha voglia di discutere, non le piace. E poi lui non dovrebbe neanche essere lì, adesso chiama la polizia, gli dice. Sebastiano si passa una mano fra i capelli ormai quasi totalmente bianchi, ha le rughe sulla fronte scavate come figlie di una perplessità perenne. Una strana polvere azzurra luminescente lo circonda, lo nota solo adesso.
«Posso accompagnarti alla stazione, è tardi ma ci dovrebbero essere ancora dei treni».
Sebastiano sorride sollevato: «La stazione può andare».
«Boia, ma ci entra una squadra di calcetto qui dentro! Io ero rimasto alla Fiesta bianca…»
Veronica scuote la testa mentre il suo Range Rover inghiotte la collina scendendo placido verso la stazione di Montebelluna. Sebastiano si mette a giocare con i pulsanti del sedile, la cosa la diverte. Le torna in mente il loro prima appuntamento, quando lo aveva fatto salire in macchina per portarlo a fare un aperitivo in un paesello vicino. Aveva avuto la sensazione che su quel sedile ci fosse stato sempre, come se fossero amici da una vita o qualcosa di più. Di nuovo prova quello strano calore alle guance, vent’anni di distanza che si fanno polvere.
Alla stazione, le luci spente e il parcheggio deserto non promettono bene.
«Mi sa che è chiusa», osserva lui.
Veronica scende dalla macchina, si guarda intorno: non c’è anima viva. Un po’ di vento le scompiglia la frangia. Le nuvole pesanti, le insegne vecchie e ingiallite, i lampioni rugginosi. Sembra il set di una vecchia puntata di Twin Peaks.
«È chiusa, ma tu sei arrivato».
«E dove dovrei andare?»
«Non lo so ma i patti erano questi, io ora devo tornare a casa».
Sebastiano guarda fuori dal finestrino perplesso, «Non penso che uscirò dalla macchina».
Veronica sbuffa, risale a bordo e lo fissa negli occhi: «Vara, lasciamo perdere cosa ci facevi in casa mia, o che non ci parliamo da vent’anni, ma io non posso aiutarti adesso. Ho… ho delle responsabilità, questo è il mio weekend coi figli e alle undici devo essere-»
«Dei figli?»
«Sì, due».
«Belli?»
«…»
«I nostri sarebbero stati bellissimi».
Veronica porta le mani alle tempie: «Seba, non so cosa ti sia successo, ma-»
«Padova».
«Cosa?»
«Portami a Padova, lì un treno lo trovo di sicuro».
«Padova? Ma ci vuole un’ora ed è pieno di autovelox».
«Non ci sono autovelox».
«Ma che ne sai».
«Stasera non ci sono».
Forse si dovrebbe preoccupare, ma non ci riesce. Non si è mai sentita in pericolo con lui e quella sensazione è rimasta intatta.
«Qual è il punto Seba, dove vuoi arrivare?»
«A casa».
«Non posso portarti fin là, davvero. Ti voglio aiutare, ok? Ma non chiedermi la luna».
«Non serve, mi basta che arriviamo a Pisa».
Veronica guarda l’orologio al polso destro, un Cressi Nepto di ultima generazione. «Ancora in fissa con la subacquea, eh?», commenta Sebastiano.
Veronica si arrende: «Padova. Ti ci porto. Ma mi spieghi anche che cazzo significa tutto questo?»
Sebastiano chiude il pollice e l’indice della mano della destra. Lei gira le chiavi nel quadro, accende la macchina e ripartono.
«Ma che vuol dire che non ti ricordi un cazzo, non ha senso».
«È così, ero a casa mia e… non lo so».
La strada scorre veloce sotto le gomme come un lungo tappeto grigio. Non c’è nessuno, che strano, riflette Veronica fra sé. «Senti, ma qualcuno che ti possa venire a prendere? Non puoi chiamare qualcuno?»
«Non ho il telefono».
«Ziobilly, dagli il mio numero!»
«L’unico che ricordo è quello di mia madre ma non posso buttarla giù dal letto, ha ottant’anni!»
«Cellulari del cazzo, più nessuno che si ricorda un numero. Pure a Francesca ho dovuto regalare una medaglietta col mio numero inciso, come ai cani».
«Chi è Francesca?»
«Mia figlia, la più piccola».
La voce di Sebastiano arriva tagliente come un vetro: «Ah, l’hai chiamata così?»
Veronica si schiarisce la gola, butta giù un po’ di catarro, imbarazzata: «Sentiamo un po’ di radio?»
Un giro di chitarra psichedelico esce dalle casse accompagnato da un sassofono. Sebastiano riconosce Us and them, la voce consumata di Gilmour morde la traccia, Me, and you… God only knows it’s not what we would choose to do…
«Ma cos’è stasera?»
Prova a cambiare traccia, ma ogni stazione riprende da dove si interrompe la precedente, come se tutte trasmettessero la stessa canzone. Frustrata fa per spegnere la radio, ma Seba la blocca. La mano di lui scivola in quella di lei, due pezzi fabbricati per combaciare. È una sensazione piacevole come il rumore secco di una palla da basket che entra nel canestro. Veronica si divincola. «Non esageriamo».
Sebastiano ride. «Me lo hai fatto scoprire tu questo pezzo, non lo ascolto da allora».
Veronica sospira, «Neanch’io».
Lui la guarda di nuovo serio, come quando erano alla stazione. «Chissà dove vanno le canzoni che perdiamo».
«Che vuol dire perdiamo?»
«Quelle canzoni che ti ricordano qualcuno… cristo, io e te avevamo un’intera discografia, tutto buttato nel cesso. È un po’ come ucciderle, no?»
«Esagerato, sono canzoni».
«Forse quando uno muore va in un posto dove ci sono tutte le canzoni perdute dalle coppie nel mondo…»
«Non dovremmo già essere a Padova?»
«Ti immagini un coppia del 1300? Chissà che canzoni si dedicavano a quell’epoca».
«Questa strada non la riconosco… che dice il navigatore?»
«Si è impallato».
«Merda, non c’è neanche un cartello».
«Tanto è tutta dritta la strada, vai tranquilla».
«Ma che ne sai? Fantastico, non prende più il telefono».
Un grosso cartello blu sopraggiunge dal lato destro della strada. «Bologna?!?»
Veronica non sa a cosa credere, la superstrada improvvisamente curva diventando una strada urbana, cominciano ad apparire le prime case, i negozi – ma è tutto spento, come fosse una città fantasma. Accosta la macchina, spaesata.
«Sembra l’uscita di Casalecchio di Reno, è dove abit-»
«Guarda, c’è la festa della birra!»
Un grosso capannone davanti a loro è l’unico luogo illuminato di tutto il quartiere. Musica e schiamazzi provengono dall’interno.
«Andiamo!»
Seba la prende per mano. Di nuovo quella sensazione calda e appagante. Lei la rifiuta, prova a liberarsi, ma lui la strattona. Veronica si arrende e finisce per seguirlo. Mentre entrano nota un cartello: “Festa della birra 2020!”
Il posto è pieno di persone, ma più che esseri umani sembrano tutti manichini. Immobili, nessuno parla eppure si sentono le voci. Madri preoccupate che rimproverano i bambini, uomini che parlano di calcio, ragazzi preoccupati perché l’estate sta finendo e dovranno recuperare il debito in matematica. Più che voci però, sembrano eco in una grotta. Veronica guarda meglio. Sui tavoli ci sono bicchieri e piatti pieni, ma il cibo è vecchio e ammuffito.
«Cosa sta succedendo qui, Seba?»
«E adesso per i nostri ospiti speciali, una ballad speciale».
Veronica sì gira verso il palco. C’è una band travestita da scheletri.
«Siamo i Superdeath, e questa è There is a light that never goes out. Ci piacerebbe dire che è nostra, ma non avete bevuto abbastanza per crederci».
Il batterista dà il quattro con le bacchette e i Superdeath attaccano la canzone. Veronica è colpita: sono così bravi che sembrano usciti pari pari da The Queen is Dead. C’è qualcosa di strano però nei loro movimenti, più suonano e più in lei cresce il sospetto che quelle non siano maschere ma veri scheletri.
Sebastiano fa un inchino e la invita a ballare. Veronica ripercorre tutte le scale cromatiche di Fantozzi nella scena del tordo, dal rosso al rosso pompeiano, arancio aragosta, viola, viola addobbo funebre, blu tenebra. Sul blu tenebra, non sa bene come, ma si ritrova a danzare al centro della stanza, con le luci stroboscopiche che illuminano proprio loro.
Ritrovarsi di nuovo fra le braccia di Sebastiano risveglia una memoria muscolare sopita. La mano sul fianco, la curva del suo stomaco che combacia esattamente con la sua, due addomi fatti per sovrapporsi e formare un nuovo corpo. Appoggia la testa sul suo petto e si perde per un po’ nella musica degli Smiths.
And if a double-decker bus crashes into us, to die by your side is such a heavenly way to die… niente ha senso questa sera e va bene così, si dice per un attimo. Finché due dita non la afferrano delicatamente per il mento e le sollevano la testa.
Il viso di Sebastiano è di nuovo giovane, senza rughe, i capelli ancora scuri. Si ritrovano occhi negli occhi, oceano che affonda nella nocciola.
Quando le labbra di lui si posano sulle sue, la musica aumenta di volume. I polmoni di si riempiono di un’aria familiare, un sapore antico e dolce. Pochi istanti, prima di staccarsi di colpo.
La musica si blocca.
Le luci spariscono.
La sala è vuota.
Ci sono solo Veronica e Sebastiano.
«No, io… non possiamo… non posso».
«Perché?»
«Perché di sì…»
Sebastiano inspira forte. Trattiene qualcosa dentro, una massa di rabbia enorme che non sa come sfogare. «Io non ho mai smesso di-»
«Ma io sì».
Veronica si guarda intorno. «Non so cos’è questa serata, non capisco nemmeno se è reale, probabilmente sto sognando tutto. Ma non va bene lo stesso. Fammi tornare a casa».
Sebastiano rimane immobile, la guarda arretrare senza dire una parola. Velocemente Veronica esce dal capannone, lasciandolo solo in mezzo a piatti ammuffiti e bicchieri di birra color veleno.
Cammina da dieci minuti, non riesce a ritrovare la macchina. La strada non somiglia per niente a quella dove ha parcheggiato poco prima. Ha i ricordi appannati, ma quando arriva in una larga piazza illuminata, con una grande statua al centro, non può non riconoscere Piazza Santa Caterina. Erano anni che non tornava a Pisa.
La testa esita, ma le gambe sembrano andare da sole. Segue il sentiero di ghiaia fino ad arrivare a un muro ricoperto da annunci mortuari. Si porta una mano alla bocca. Alle sue spalle rumore di passi scricchiolanti.
Accanto a lei c’è di nuovo Sebastiano, i capelli tornati grigi. Nota per la prima volta dei segni rossi sul collo, come un’abrasione. Rimangono per qualche tempo in silenzio a fissare i manifesti.
«Quando è successo?», chiede lei.
«Un po’ alla volta», dice lui.
«È per questo che dovevi tornare qui?»
«Io… sì, credo di sì».
Sebastiano nasconde il viso con le mani. «Non voglio stare qui, non voglio che sia qui».
Veronica intravede le lacrime. Sebastiano è fragile come lo ricordava, con tutto quel carico di tristezza che l’aveva affascinata tanto da ragazza ma che alla fine l’aveva allontanata da lui.
«Seb, forse dovresti cercare un posto più adatto».
«E quale sarebbe?»
«Magari… magari un posto dove sei stato felice».
«Non lo so… Dio, non lo so, non riesco a ricordare».
Sebastiano digrigna i denti, si prende la testa fra le mani disperato. Grida con rabbia, a lungo, fino a svuotarsi. Mano a mano che la voce perde di forza anche lui si accascia, finché non rimane seduto a terra, esausto.
Veronica non gli deve niente, si dice, eppure c’è qualcosa in lui a cui non ha mai saputo resistere. Si fa coraggio e prova a cercare fra i loro ricordi qualcosa che possa aiutarlo. Qualcosa che lui potrebbe aver detto o raccontato una volta… «So dove dobbiamo andare».
Cerca le chiavi della Range Rover in tasca, preme il pulsante di apertura degli sportelli e quattro frecce lampeggiano alle loro spalle. «Salta su».
La strada è un arco dritto che collega Pisa con un’isola in mezzo al mar Tirreno. Il viaggio non è lungo, dura esattamente il tempo di una canzone: Girl from the North Country, con le voci di Dylan e Cash che condividono lo stesso dolore per un amore spezzato.
L’Elba li accoglie con il suo odore unico di rosmarino, salmastro e fichi d’India. Guidano fino a una caletta sperduta dove una vita prima erano stati veramente felici insieme.
Sebastiano osserva l’acqua scura, un velo di nebbia la ricopre. Impossibile vedere cosa ci sia sotto, impossibile vedere più lontano.
«Cosa credi che dovrei fare adesso?» le dice.
Veronica gli si fa vicino e lo prende per mano. «Forse dovresti unirti al mare».
«Non… non so se ce la faccio».
Gli stringe la mano più forte: «Se prendi la via del mare, potrò venire a trovarti di nuovo quando andrò a fare immersioni».
A Sebastiano scappa una lacrima, Veronica gli prende la testa fra le mani e gli dà un bacio. Rimangono a lungo così, il tempo è fermo come loro. Il sole non spunta, la luna non scende.
È Sebastiano a sciogliere l’abbraccio. «Grazie, è stato un bellissimo anniversario».
Veronica sgrana gli occhi: ecco cos’ha di speciale quel giorno. Nella sua mente si srotola la pellicola di un vecchio ricordo: loro due, stretti su un ponticello di legno che fa da attracco per un vecchio motoscafo mentre nella tasca posteriore dei jeans suona il cellulare, Heroin, dei Velvet Underground. Decide di ignorare la chiamata e quella suoneria diventa la colonna sonora di un lunghissimo bacio.
«È stato bello anche per me, ma preferisco ancora quella volta a Venezia, quando mi hai fatto credere che fossi bellissima».
Sebastiano le dà un piccolo bacio in fronte e si allontana verso il mare.
Veronica lo guarda muovere i primi passi nell’acqua salata. Mano a mano che si immerge la nebbia cresce, fino a inghiottirlo. Poi continua la sua avanzata, la circonda e si prende pure lei.
La notte esiste per farci del male. Ma la notte esiste anche per la solitudine e il rifugio che quest’ultima porta.
Lascio che le luci di città lontane consolino i miei occhi e se il mattino verrà spero mi trovi abbastanza stanco o abbastanza sveglio.
Quando tornerò su sarà la fine? È questo l’inizio della fine? È così che comincia? Con un po’ di silenzio là dove prima c’era il rumore?
Inizia con un abbraccio mancato? Comincia con uno sforzo in meno?
Io non voglio che finisca. Fatemi tornare da lei, riportatemela. Non voglio perdere la sua luce. Illumina il mondo a giorno, riscalda la terra dove poggiano i suoi piedi. Ridatemela. Lasciate che il nostro amore duri per sempre.
La nebbia si dirada lentamente e Veronica è di nuovo a casa sua, nel suo salotto, fra vecchi mobili e altri oggetti ricoperti dalla polvere di una vita passata. L’orologio segna le cinque e mezza. Sul pavimento c’è un numero di Dylan Dog, lo raccoglie, sorride appena solo dal labbro destro, come faceva lui certe volte. Ripone il volume sullo scaffale e adesso la sente tutta la stanchezza, mentre si arrampica lungo la schiena, risale dal collo fin sopra la testa e la schiaccia. Al piano di sopra la aspetta il vecchio letto dove avevano fatto cinquecentoquarantasette volte l’amore. Ha tenuto il conto di ciascuna, perché nessun’altra è stata come quelle cinquecento. Né prima, né dopo. Anche l’ultima volta, appena prima di lasciarsi. E forse non avrebbero mai dovuto separarsi due corpi così. Ma si sono lasciati, e adesso lei ha sonno.
Salendo le scale un riflesso le colpisce la coda dell’occhio. Nell’aria sopra il tavolo di cucina brilla una strana polvere azzurra luminescente.
Veronica scende le scale, afferra un barattolo dalla dispensa e raccoglie quella polvere come si fa le notti d’estate con le lucciole.
Mentre osserva il contenuto, chiede all’assistente vocale una canzone, Love You ‘Till The End. Lo stereo gracchia debolmente e le chitarre anglo-irlandesi dei Pogues si fanno spazio nella stanza.
Posa il barattolo sul tavolo, si siede e fissa quello sfarfallio spegnersi piano piano, come la brace di un vecchio camino. Appoggia la testa sulle braccia e si addormenta illuminata d’azzurro.
Le immy sono generate dalla IA.