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Luna di carne

Autore
Leonardo D'Isanto
Ciclo #24 - Moonlight Spaghetti
Narrativa generale
30 ottobre 2025

“[…] esco e fuori non è così buio perché la luna, sì c’è la luna piena, brilla e la luce splende bianca […]”.
Jon Fosse, L’altro nome. Settologia. Vol. 1-2

Poggiai gli stivali sulla regolite lunare, e sentii subito il primo battito. Un colpo sordo, profondo, che attraversò la suola, la tuta, fino alle ossa. Telemetria regolare, pressione stabile, radiazioni sottosoglia. Eppure, il suolo vibrava, come se avesse un respiro proprio. 

«Vibrazioni di superficie. Nulla di strano» disse il comandante Hank.

Mei Lin tacque. I suoi occhi, dietro la visiera, cercavano conferme.

Eravamo sulla base ARGENT-4, nel Mare Tranquillitatis. Da decenni nessuno aveva più posato piede qui, le vecchie missioni erano diventate film d’archivio e targhe commemorative. Noi eravamo tornati per conto di una compagnia mineraria: non per la gloria, ma per l’energia. Elio-3 e acqua congelata, carburante per il futuro. Le sonde si erano fermate alla crosta, a noi toccava scendere oltre. 

Attivai il perforatore a fusione; il ronzio metallico si propagava costante dentro la tuta. Il silenzio lunare non restituisce eco: amplifica ciò che una persona porta dentro. Ogni vibrazione risaliva dalle gambe fino al torace, e il cuore sembrava risponderle con un colpo più lento. Poi, sotto quel rumore, riecco il battito: intervalli regolari, pause identiche. 

«Registrala come anomalia acustica» dissi.

«Registrata» rispose Mei Lin.

Hank sospirò: «Procediamo. È solo un rumore meccanico».

A due metri la punta cambiò tono; a tre, la resistenza cedette e il metallo affondò nel terreno. La sonda segnalò un aumento di conducibilità. Estrassi il primo carotaggio: la solita polvere grigia, vetrosa, ma sul bordo della vasca rimase una pellicola lucida, sottile, che rifletteva la luce come pelle umida. Sfiorai la superficie col guanto: aderì al metallo e poi si staccò, lasciando una traccia vischiosa. Uno dei frammenti, minuscolo, si sollevò nell’aria rarefatta e si posò sul mio avambraccio. Non ci feci caso. 

Rientrammo alla base. L’aria sapeva di plastica e metallo caldo, ma sotto c’era una nota diversa, quasi animale. Mi tolsi la tuta. Sul polso, dove il guanto aveva sfregato, la pelle era chiara, lucida, tesa. Al centro, una macchiolina grigia pulsava piano, come attraversata da una corrente sottile. 

«Rimettiti il guanto» disse Mei Lin. 

Analizzammo la pellicola al microscopio. Non era minerale, sembrava piuttosto una trama di filamenti e canali, simile a un tessuto pietrificato; quando aumentai la luce, la superficie reagì: cambiò tonalità, quasi stesse assorbendo energia restituendola lungo i microcanali. Mei Lin abbassò l’intensità, ma l’effetto rimase, intermittente, a intervalli regolari. 

«Potrebbe essere un composto organico-minerale, un biocomposito in stato quiescente.» 

Annotai: Risposta elastica coerente con stimolo termico esterno; possibile memoria meccanica.

Non scrissi la parola “vivo”. 

Hank riattivò il perforatore. 

«Avanti. Ultimo carotaggio» disse, e uscimmo di nuovo. 

Il sole era basso; le ombre si distendevano sull’orizzonte, più lunghe dei nostri corpi. A quattro metri la punta incontrò resistenza, poi un suono secco, non di roccia. Il terreno si contrasse. Lo vedemmo tutti: i bordi del foro si richiusero l’uno sull’altro, fino a scomparire. 

«Togli la punta!» urlai. 

Hank la sollevò. La cavità si distese, liscia come una ferita appena rimarginata. Nessuno parlò. 

Hank aprì la linea con la Terra: «Abbiamo una risposta strutturale del suolo. Richiedo sospensione trivellazione». 

La voce del controllo arrivò distante: «Probabile sacca di gas o assestamento. Continuate con cautela».

Hank spense l’audio. 

«Nessuno ci crederà. E nemmeno noi, tra un’ora». 

«Forse è un ingresso» mormorò Mei Lin. 

«O un riflesso» dissi io. 

Annotammo, senza commentare. Quando rientrammo, controllai il polso: la macchia si muoveva sotto la pelle, visibile attraverso il guanto trasparente. La sfiorai e un’onda minima percorse la superficie, poi tornò immobile. 

Dormii male. Sognai un mare che si agitava sotto la sabbia. Ogni onda faceva sollevare la superficie, per poi lasciarla cadere. Al risveglio, il battito era tornato regolare, ma sembrava sincronizzato con il mio respiro. Passammo la mattina a confrontare i dati; la frequenza delle microvibrazioni corrispondeva ai nostri movimenti: picchi durante le ore di lavoro esterno, quiete nei periodi di riposo. 

«Sta imparando da noi» disse Mei Lin, e si morse il labbro subito dopo. 

«Prepariamo il decollo» disse soltanto Hank. 

Dalla Terra, la voce del controllo arrivò con un ritardo impercettibile, come se qualcosa interferisse con la trasmissione. 

«ARGENT-4, confermate finestra di lancio?».

«Confermiamo» rispose Hank. 

Guardai la Terra nel finestrino, sospesa, priva di peso. 

«Sapete perché non l’hanno mai scoperto?» dissi. «Perché non siamo mai scesi abbastanza. Le vecchie sonde non hanno mai oltrepassato la crosta superficiale. La luna ha lasciato che la credessimo morta.» 

La capsula tremò. Il suolo resistette per un istante, come una presa che non vuole cedere, poi ci liberò. La regolite sollevata formò archi perfetti. Alcuni grani restarono sospesi a mezz’aria, senza scendere. 

Nel rapporto scrissi: Il substrato mostra proprietà di memoria meccanica. Reazione coerente con contatto umano. Suggerita moratoria su perforazioni profonde fino a revisione protocolli. 

Non aggiunsi “vivo”. Ma sapevo di mentire. 

Durante l’ascesa, sentii un’emozione che non mi apparteneva: una tristezza antica, immensa. 

Appoggiai il palmo al vetro. Il battito attraversò la tuta, la pelle, le ossa. Per un momento, mi parve che due impulsi si fossero allineati. Quando la base scomparve, la macchia sul polso tremò per un istante, poi si quietò. Pensai che, al nostro ritorno, avremmo trovato i mari della Terra sollevarsi un minuto prima, o un’onda più alta del previsto. Movimenti minimi, ma abbastanza per capire.

Sotto la sua crosta grigia, la luna trattiene ancora il respiro. Ogni cratere è un poro, ogni mare un coagulo fossilizzato. E stanotte, per la prima volta dopo milioni di anni, ha ricordato di essere viva.

A illustrare, immagine creata con ChatGPT