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Roger

Autore
Alessandro Busi
Ciclo #24 - Moonlight Spaghetti
Narrativa generale
3 dicembre 2025

“I am alone now, truly alone, 
and absolutely isolated from any known life. I am it.”
[M. Collins, Carrying the fire: An astronaut’s journey]

Come sto? Rilassato.
Li ho appena lasciati, oppure loro mi hanno lasciato, di certo entrambi – loro e io – ci allontaniamo, come succede nelle tragedie greche, che non si capisce mai cosa vogliano i protagonisti perché tanto ci pensa il destino a muoverli.
E la nostra sarà una tragedia o un successo?
Certe tragedie sono successi, nel nostro settore. La storia di Laika, per esempio, non è un successo tragico? Ricordare un evento dimenticando il vero nome della protagonista.
Ormai nemmeno li vedo più, ormai nemmeno mi vedono più; ormai nemmeno ricordo più i loro nomi (certo che me li ricordo). 
Le voci dentro al casco dicono: «Fra poco perderemo il collegamento. Sei addestrato per questo.»
Rispondo: «Roger.»
Che poi Ruggero detto Roger era uno zio di mia madre, uno che mangiava tanto e lavorava poco perché poco capiva. Pronuncio il suo soprannome per rassicurare il gruppo di lavoro che segue la missione dalla Terra. È ironico che «Roger», fra di noi, significhi che ho tutto sotto controllo.
Magari anche lo zio Roger e i protagonisti delle tragedie greche vivevano nella convinzione di avere tutto sotto controllo.
I dottori, durante gli addestramenti, mi dicevano: «Chiediti come stai, risponditi con sincerità e tieniti occupato.» Il responsabile era uno a cui piaceva metterla giù dura: «Nelle due ore in cui circumnavigherai il lato oscuro della Luna, sarai l’uomo più solo della storia, il più solo fin dai tempi di Adamo. Adamo con tutte le costole.»
Mi ricordo di quel poeta che si fece asportare una costola per praticarsi la fellatio. Chissà se è vero o leggenda. Era davvero anche lui così solo al mondo? E la mia solitudine sarà un successo o una tragedia?
Come sto? Focalizzato.
Ripeto le procedure per mantenere costante la propulsione dei motori. Lo zio Roger, quando si agitava, sussurrava cinque parole che iniziavano con la lettera L – «Lontra, laminato, litro, lotta, Luna.» – e quando qualcuno gli chiedeva a cosa gli servisse, lui sorrideva e alzava le spalle.
Io ripeto i gesti, danzo. Non sono agitato, sono rassicurato.
La radio dice: «Se i nostri calcoli sono corretti, dovremmo perdere il contatto fra quindici secondi. Ci sentiamo fra due ore. Buon viaggio. Meno dieci…»
Il conto alla rovescia si interrompe al meno due.
Due secondi di errore non sono nulla. Oppure sono molto.
Durante la trasmissione a cui abbiamo partecipato tutti e tre noi astronauti, un mese prima del lancio, mentre andava in onda la televendita di una sauna monoposto gonfiabile, l’assistente di regia mi disse: «Al rientro dalla pubblicità, il conduttore le farà una domanda – un truccatore mi immobilizzava i capelli con una pioggia di lacca – lei avrà tre minuti per rispondere. Le chiedo però di considerare che siamo in ritardo di dieci secondi. Insomma, se riuscisse a dare una risposta di due minuti e cinquanta, sarebbe…»
«Roger» dissi, mentre chiudevo gli occhi così che il truccatore potesse asciugare il sudore che avevo sopra le palpebre.
Chi non lo ha mai provato, non può immaginare quanto calore emanino e quanto siano luminosi i fari di uno studio televisivo.
Chi non lo ha mai provato, non può immaginare quanto sia gelido e buio il lato oscuro della Luna. È l’esperienza più vicina all’idea che un essere umano può avere di nulla. Anzi, no: è l’esperienza più vicina a quella che un essere umano può avere di tutto.
Dipende da come si intende l’oscurità. Il buio. Il buio è l’assenza di colori o la loro massima concentrazione?
Sarebbe molto, troppo antropocentrico pensare che quello che il mio limitatissimo occhio umano non vede, nemmeno esista. O no?
Come sto? Solo.
Non capisco se le domande sui limiti della percezione umana sono domande stupide, oppure sagge; se sono domande che mi faccio solo io, o se sono questioni perfino banali per chi si occupa di energia atomica, nanoparticelle e meccanica quantistica.
Noi – e con noi intendo me, intendo quegli altri che dovrebbero aver allunato, intendo la cagnolina Laika che nemmeno si chiamava Laika bensì Ricciolina – siamo la realizzazione visiva di tutti i loro studi teorici.
Ecco quello che siamo. Siamo come quando sogni qualcosa di sexy e ti svegli con un’erezione che vuole esplodere. Noi siamo l’erezione dell’umanità che vuole venire sulla faccia buona della Luna. Io sono un porco e la prendo da dietro.
Mia moglie non vuole che la prenda da dietro. Mia moglie si chiama… Mia moglie…
I dottori dicevano: «Aggrappati alle routine e ai ricordi consolidati. Non fare sforzi neurali inutili.»
Il nome di mia moglie me lo ricordo e inizia con la L: liquido, lombrico, lastrico, lapauraelavogliadiesseresoli, Laura!
Laura non vuole che la prenda da dietro, dice che non si fa. A volte lo dice ridendo, quindi provo a insistere, ma mi ferma sempre. Nonostante a parole me ne lamenti, anche io preferisco così. Non saprei come procedere se mi lasciasse fare. Non voglio che mia moglie diventi una che mi lascia fare, una che cambia. Voglio che si svegli a est e si addormenti a ovest. Voglio essere il suo satellite, limitarmi a prendere la luce che lei mi deve garantire.
Come sto? Confuso e felice.
Forse sbaglio a declinare i ricordi della mia vita di coppia al presente. Forse dovrei iniziare a raccontarli al passato. Sono così tante le cose che potrebbero andare storte.
Per esempio: un errore nel controllo della propulsione dei motori, i due secondi di anticipo diventano tre, la rotta di rientro degli allunati e la mia non coincidono, la loro capsula impatta contro lo shuttle, loro rimbalzano verso la superficie lunare, io svengo, le comunicazioni smettono di funzionare, mi risveglio paralizzato e assisto inerme al mio volo verso la verità: esiste almeno un dio o è solo una fantasia umana?
Che poi, umana. Cosa ne sappiamo noi che le salamandre non abbiano religioni proprie. Cosa ne sappiamo di non essere le divinità dei coleotteri.
Un termometro segnala che i motori si stanno surriscaldando e a me viene da ridere a pensare che i motori si surriscaldino.
Un po’ mi viene da ridere perché era un modo di dire che aveva il vocalist di una discoteca che frequentavo da ragazzo, prima di scegliere la vita para-monacale dell’astronauta sposato. Lui urlava «I motori si stanno suuuuuuuuurriscaldando!» e poi partiva la cassa in quattro quarti, le cubiste si dimenavano e io sbatacchiavo la testa con la lingua di fuori
Un po’ mi viene da ridere perché è assurdo che la vita sia fatta di queste cose qui: provare a fare sesso in modi diversi e avere paura che accada, fare lo scemo in discoteca, cucinare lo strüdel con le mele dello zio Roger, anche se la buccia non si doveva mangiare perché le riempiva di pesticidi. Un po’ mi viene da ridere perché sento le mani che si inumidiscono, il respiro che accelera, vedo la condensa sul casco.
Dico «C’è nessuno?», sapendo che non c’è nessuno. 
Dico «Avrei un problemino con la temperatura dei motori. Nonostante fuori ci siano -248 gradi celsius.»
Dico «Cervelloni, mi avevate assicurato che il raffreddamento sarebbe servito solo nella parte illuminata…»
Anni fa avevo letto un libro. Anzi no, ero andato a teatro. Sì, mia moglie. L-Laura. Laura aveva voluto andare a teatro a vedere la messa in scena di un dramma di un autore russo, c’era di mezzo la morte di un gabbiano. Io le avevo detto che, per la mia carriera, sarebbe stato più prudente non avere a che fare con i russi. Lei mi aveva dimostrato che quel russo era uno dei pochissimi russi buoni, forse l’unico. Avevamo riso.
Ecco le cose che uno si ricorda quando è da solo e ha paura che la sua vita finisca: i russi buoni, una mezza risata con sua moglie e un passo di quello spettacolo in cui un’attrice diceva che, per la Luna, non avrebbe senso splendere in cielo se non ci fossero gli esseri viventi ad ammirarla dalla Terra.
Siccome la circumnavigo ma non la ammiro e nemmeno so se i miei compari la stanno ammirando o solo calpestando-colonizzando-e-derubando, allora potrei togliermi la tuta, uscire dalla mia sicura postazione pressurizzata e dedicare una preghiera proprio alla Luna. Potrei pregarla di non fare come facevano gli dei nelle tragedie greche e quindi chiederle di non prendermi in giro. Potrei implorarla di lasciarmi vivere, perché se non torno io a recuperarli, che fine fanno quei due? Potrei dirle di farlo per Laura.
Potrei chiederle se lei, la Luna, è dio, oppure se è solo un ammasso di molecole consolidate dalle tensioni chimiche. Potrei rassicurarla che, anche se le sto passando dietro, non la voglio prendere da dietro. Potrei dirle: «Se me lo comandi tu, Mia Signora, prenderò da dietro Laura.» Potrei piagnucolare in modo inconsolabile come feci al funerale dello zio Roger, quando – sono sicuro – tutti pensarono “Quello mica può fare l’astronauta.”
Io mi sono fatto l’idea che anche i dottori abbiano pensato che non meritassi di fare l’astronauta. Infatti, eccomi qui, dentro al buco del culo dell’universo, lontano dalla luce del sole, abbandonato da tutti, solo come nessun uomo è stato dopo che Adamo implorò dio di mettergli vicino una donna che mordesse una mela piena di pesticidi peccaminosi e desideranti.
Potrei uscire nell’universo, spogliarmi di tutto e fare San Francesco e implorare la Luna e tutte le divinità della storia e del futuro di lasciarmi continuare a vivere senza grandi ambizioni di successo o tragedia, ma solo per continuare ad avere desideri che non realizzerò.
Come sto? Inspira-espira. Innanzitutto, come sto? Inspira-espira.
Il mio cardiocoso dice che ho un battito che. Inspira. Espira.
Ah sì, Ricciolina. La teoria più accreditata sulla sua morte è che fosse talmente impaurita dallo spazio angusto del suo abitacolo e dai lacci che la tenevano bloccata, nonché dal rumore dei propulsori, dal caldo, dal paesaggio impensabile per il suo piccolo cervello, dalla mancanza (oppure no) di un dio a cui rivolgere dei latrati di cura, che il suo cuore cedette.
Un’altra teoria dice che i russi avessero previsto di poterle somministrare del veleno per non farla soffrire troppo. A questa teoria crederei se, all’epoca di Ricciolina, quell’unico russo buono della storia non fosse stato morto da un pezzo.
I dottori dicevano «Inspira ed espira», dicevano «Attieniti alle routine», dicevano «Non chiedere sforzi ulteriori al tuo cervello, affidati a dei bei ricordi.» I dottori confabulavano che non ero all’altezza di comandare la missione, troppo emotivo, e decretavano che avrei tuttalpiù potuto fare il terzo, quello che accompagna gli eroi, fa il giro largo, torna a riprendere gli allunati e riporta tutti a casa chiedendo: «Dai, raccontatemi, come è questa Luna?»
I tecnici dicevano: «Fuori ci sarà talmente freddo che è impossibile che i motori si surriscaldino, ma, se proprio dovesse accadere…»
Luna, Lasciami Languidamente Leccareancora Laura
«Se proprio dovesse accadere, puoi attivare il sistema di refrigerazione.»
Il cardio-cardio-cardio fa un numero che non va bene. Il medico direbbe che quel numero non va bene. Allo zio Roger e a Ricciolina numeri simili li ammazzarono.
Porto le mani al casco. Inspiro. Espiro. Sbatto le palpebre. 
Dico «Come sto?» Rispondo «Roger.»
Guardo fuori e vedo il nulla che si confonde con il tutto e dimentico chi sono. Le mie mani si liberano di me, i motori fanno un rumore che non so interpretare, intravedo uno spicchio chiaro. L’orologio dice che sono i miei ultimi minuti di… Sento un fruscio nelle orecchie, eppure non ho nessuna conchiglia con me che imiti il mare. Chissà se anche Ricciolina sentì il mare prima di morire. Mi rimetto a sedere composto. Penso “Roger”. Dico: «Lamento liberazione latrato lotta luce.»

A illustrare, Grant Abernethy.


Bio: Alessandro Busi ha pubblicato nel 2021 il romanzo Fino all’inizio (Pièdimosca edizioni) e nel 2024 il racconto Rubacuori nell’antologia L’ora senza ombre (Pidgin).