Una grande famiglia
Non c’era mai stato un momento peggiore di questo per il lavoro stagionale. Pagavano talmente poco, e chiedevano di lavorare talmente tanto, che nessuno voleva farlo.
Del resto, proprio perché nessuno voleva farlo, non c’era mai stato un momento migliore di questo per il lavoro stagionale.
Bastava uscire di casa, entrare in un qualunque albergo e dire: «Voglio lavorare!» che subito ti ritrovavi una scopa in mano, una pedata in culo ed ecco che eri assunto. Sembravano di nuovo gli anni Ottanta.
Io avevo proprio fatto così: ero andato all’hotel Minerva, avevo chiesto un lavoro e voilà, portiere-cameriere-lavacessi e sorvegliante della piscina (in pratica un bagnino, ma senza il brevetto). Quando, dopo una settimana, avevo chiesto a quanto ammontasse il mio compenso, mi era stato fatto notare che avevo chiesto un lavoro e non uno stipendio.
L’Hotel Minerva stava sulla riviera, in una località che d’inverno contava più cani che cristiani e d’estate si trasformava in un gigantesco allevamento intensivo di turisti. Famiglie milanesi ustionate dal sole, tedeschi color prosciutto cotto, bambini con le braccia appiccicose di gelato e uomini divorziati che a cinquant’anni si vestivano come trapper. Tutti felicissimi delle loro vacanze. Noi un po’ meno.
Dormivo in una stanza senza finestre dietro la lavanderia, insieme a Rashid il lavapiatti. Sull’elenco alla reception la camera figurava come “Dependance Staff”. In pratica era un bunker con due letti e odore di piedi umidi. Sul portachiavi, una scritta sbiadita dagli anni riportava “Tugurio”, dopo poco tempo avevamo cominciato a chiamarla così anche noi.
Rashid nel sonno vaneggiava in arabo. Una notte si mise a piangere. La mattina dopo gli chiesi cosa avesse sognato e lui mi disse: «Il mare.»
«Ma il mare sta a cinquanta metri.»
«Appunto.»
In due settimane imparai che negli alberghi le gerarchie funzionano come nell’esercito o in carcere. In vetta c’era il proprietario, il signor Balestri, uno che chinava il capo e dava sempre del lei ai dipendenti, persino quando se ne usciva che per gli straordinari vi sareste «sistemati successivamente». Sotto di lui, il direttore Fiorini, che non dormiva mai e aveva la pelle color carta da lucido. Poi venivano i cuochi, i receptionist, le donne delle pulizie e i topi. Solo dopo, alla fine di ogni cosa, arrivavamo noi stagionali tuttofare.
Fiorini diceva sempre: «Ragazzi, qui siamo una grande famiglia.»
Col tempo, ebbi il vaghissimo sospetto che si riferisse a Caino e Abele.
La receptionist del pomeriggio si chiamava Marta, aveva una laurea magistrale in filosofia e parlava quattro lingue. Guadagnava seicento euro al mese e rispondeva alle mail dei clienti tedeschi. Una sera le chiesi come fosse finita lì.
«Un problema ontologico» rispose fumando una sigaretta dietro ai bidoni dell’umido. «Tipo quando Excel sostituisce le date con i numeri.» Non capii granché la battuta, forse era una roba da filosofi, ma lei rise. Ridevano tutti, al Minerva. «O così o ti ammazzi» mi disse una volta Sergio, il cuoco. In risposta mi misi a ridere.
Sergio faceva sedici ore al giorno, alimentandosi quasi esclusivamente di caffè non potendo permettersi la cocaina. Lo capivamo perché a mezzanotte puliva la cucina cantando Albano e Romina con gli occhi spalancati come un santo invasato. Diceva: «La ristorazione è passione!» Poi tirava un pugno al frigorifero.
Più lavoravo lì e più mi rendevo conto che il signor Balestri non sembrava nemmeno cattivo. Ogni tanto offriva da bere a tutti e raccontava di quando aveva iniziato facendo il cameriere a quindici anni.
«Una volta questo era un mestiere dignitoso.»
«E adesso?» gli chiese Marta.
Lui ci pensò un attimo. «Adesso è turismo.»
Non gli si poteva dare torto. L’albergo arrancava. I clienti volevano pagare poco ma pretendevano Dubai. Si lamentavano se la piscina era troppo fredda, troppo calda, troppo blu. Una signora aveva lasciato una recensione a una stella: “mentre ero in piscina mi sono bagnata”. Balestri mi fece chiamare il giorno dopo e mi tolse la mia quota di mance della settimana. Fu così che cominciai a non metterle più nel barattolo del bar e intascarmele direttamente.
Una mattina trovai Fiorini seduto sui gradini della cucina con la testa tra le mani.
«Tutto bene?» gli chiesi.
«Ho tre camerieri con la febbre, due scappati senza avvisare e Booking mi ha abbassato il punteggio perché un cliente ha trovato una zanzara in camera.»
«E quindi?»
«E quindi niente. Domani si ricomincia.»
Era quella la vera forza dell’albergo: niente si fermava mai. Poteva crollare una parete, morire uno in piscina, prendere fuoco la cucina. Alle sette c’era comunque la colazione continentale.
Col tempo iniziai a migliorare. Correvo più veloce, dormivo meno, sorridevo meglio. Imparai persino il linguaggio dell’hotel: i problemi diventavano criticità; gli insulti feedback; le ore extra, spirito di adattamento; le bestemmie, stress operativo.
Una sera arrivò un ragazzo nuovo, diciannove anni forse, magrissimo, con ancora addosso l’odore di casa. Chiese: «Ma gli straordinari li pagano?»
Io e Rashid provammo a rispondere e invece scoppiammo a ridere insieme. Andammo avanti un po’, finché non ci prese uno strano singhiozzo, o forse più un pianto. Non ricordo bene, so solo che il ragazzo si licenziò il giorno dopo.
Ad agosto il Minerva si riempiva. Talmente pieno che a un certo punto iniziammo a dare camere non ancora pulite sperando che i clienti non se ne accorgessero. Una volta mettemmo una famiglia di Verona in uno sgabuzzino del personale con un deodorante per ambienti acceso e lo chiamammo “suite economy”. Lasciarono pure una recensione positiva.
La notte di Ferragosto Sergio crollò in cucina. Letteralmente. Stava impiattando degli spaghetti allo scoglio quando cadde lungo disteso sul pavimento. I clienti non si accorsero di nulla, mentre noi continuavamo il servizio circumnavigando o scavalcando la sua ingombrante salma ogni volta che andavamo a prendere i piatti.
«È morto?» chiese alla fine qualcuno.
Fiorini gli diede due schiaffi leggeri. «Macché morto. Sergio! Oh!»
Sergio aprì un occhio: «Quanti coperti mancano?»
«Trenta.»
«Allora lasciatemi stare.»
Mentre si rialzava per poi tornarsene ai fornelli, capii che il turismo italiano si reggeva interamente sulla gente troppo stanca per ribellarsi. Realizzarlo non fu di grande aiuto per pulire i filtri intasati della piscina, ma rimase un buon aforisma per far colpo sui clienti che si intrattenevano al bar.
A fine stagione il signor Balestri mi convocò nel suo ufficio. Pensai volesse licenziarmi o denunciarmi per il barattolo delle mance sempre vuoto. Invece mi offrì un caffè.
«Hai lavorato bene» disse. «L’anno prossimo ti vorrei come responsabile dei nuovi stagionali.»
Responsabile dei nuovi stagionali. Cioè avrei avuto il compito di convincere altri disperati a fare la mia stessa vita.
«Ci penso» dissi.
«Non posso pagarti di più» aggiunse subito. «Però ti occuperesti tu degli orari dei tuoi colleghi.»
Avrei potuto tenermi una domenica libera al mese. Magari sarei andato al mare.
Accettai.
L’anno dopo, a maggio, arrivò il primo ragazzo nuovo. Aveva la faccia terrorizzata e una valigia troppo grande, segno che non aveva ancora capito come funzionavano le stagioni: arrivi pensando di vivere, poi smetti gradualmente di avere bisogni umani.
«Scusa» mi chiese. «Com’è lavorare qui?»
Lo guardai. Dietro di lui il Minerva scintillava al sole come una nave pronta ad affondare per l’ennesima estate.
Avrei potuto dirgli la verità: che avrebbe dormito poco, mangiato male, pianto forse una o due volte in silenzio. Che a settembre si sarebbe sentito vecchio. Che dopo un po’ avrebbe iniziato a sognare il rumore delle valigie con le rotelle. Che avrebbe visto chiunque andare al mare ogni giorno tranne lui.
Invece gli diedi una pacca sulla spalla e dissi: «Qui siamo una famiglia.»
Immagine dal web