Scopala Scopali Scopati

Autore
Luisa Favilli
Esterno
Narrativa
27 maggio 2021

“Aspetta, non toglierti il maglione, sento che hai bisogno di un abbraccio.”
Riabbasso la maglia, mi sorridi, mi fai sentire un niente.
Ti bacio, chiudo gli occhi e vorrei che calasse il buio anche intorno a noi per nascondere la mia falsità. Mi stringi, ti annuso, utilizzi un buon ammorbidente, mi inebria. È inverno, siamo completamente vestiti ed è difficile trovare un pezzo di pelle libero da poter accarezzare ma tu nemmeno ci provi. Vorrei sentirti puzzare di sudore così tanto da smettere di essere arrapata.
Sono sopra di te e non so più che fare. Voglio solo scopare.
‘’Sì, un attimo.’’
Mi libero dalle tue braccia sterili, scendo dal letto, spero tu stia solo fingendo, che tutta questa tenerezza finisca presto. Voglio che tu sia duro con me, duro dentro di me.

Vado in bagno, mi siedo sul cesso, il bidet ha uno di quei rubinetti in cui si può direzionare il getto dell’acqua. Mi abbasso i collant e poi le mutande, sono nere bordate di pizzo scadente, sono facili da strappare; adoro vedermele sfilare. Appoggio il culo sulla ceramica fredda, mi eccito.
Alzo il rubinetto cosicché l’acqua possa sgorgarmi diretta sul clitoride. Le mattonelle davanti a me sono color verde acqua e lucide: le sfioro, sono liscissime, ne percepisco l’attrito con i polpastrelli. Immagino di star sfregando il tuo glande non lubrificato, ho voglia di prendere il tuo cazzo in bocca e ricoprirlo di saliva, farla gocciolare, bagnarmici le mani e iniziare a titillarmi. Scorro giù con le dita, ho gli occhi chiusi, sento una fuga, è ruvida, la lecco come fosse un frenulo. Fatico a respirare, è come se avessi il tuo fallo che mi preme in gola. Bacio il muro come fossero le tue palle raggrinzite. Sto godendo, ansimo, sento odore di bruciato.
Pure una torta avevamo fatto.
Mi ero illusa che avresti impiegato la stessa attenzione che hai messo nel pesare gli ingredienti nel fottermi, che avresti capito quando sbattermi velocemente per far montare il mio orgasmo, quando incorporare lentamente e profondamente, dentro, fuori, gli albumi.
Il flusso d’acqua mi colpisce nel mio punto più sensibile, non ho la forza di volontà di alzarmi. Dovrei andare a sfornare la torta, dovrei chiudere il rubinetto, smettere di sprecare acqua, andarmene, smettere di sprecare tempo. Sento dei rumori, vorrei non sentirli.

Mi rivesto in fretta, non mi asciugo, esco dal bagno, delle imprecazioni vengono dalla cucina.
La torta è rovesciata a terra davanti alla lavatrice, accanto al cestino dell’umido.
Balbetti dei discorsi di convenienza per scusarti, sei un uomo affascinante quando non ti pavoneggi.
‘’È irrecuperabile.’’
Sì, come me. Non sono riuscita a farti assaggiare la mia fica e nemmeno la mia ricetta.
Mi sento stremata, raccolgo i capelli dietro la nuca, mi inginocchio a terra davanti all’ignominia, inarco la schiena, metto in mostra il culo, affondo la faccia nella torta, sento le guance avvampare dal tepore che ancora emana, inizio a mangiarla. Ti prego guardami.
“Ma che fai? Ci sarà pure del detersivo lì sotto.’’
Ti prego godi di questo rapporto orale, prendi un coltello, strappami le calze e puniscimi per queste mie immonde azioni. Non ho il coraggio di voltarmi, ho paura di non vedere la tua patta rigonfia dall’erezione.
‘’Oh ma che stai a fa’?!’’
Ciambella allo yogurt e sapone di marsiglia, vorrei che il tuo sperma avesse questo sapore. Lecco tutto appiattendo bene la lingua sul pavimento. Sogno che ti masturbi guardandomi fino ad eiaculare sulle serpentine del forno incandescenti.
Deglutisco, sento di avere un pelo in bocca, mi sto bagnando.
Mi vieni vicino, mi metti una mano sulla spalla.
‘’Stai bene?’’
Sei ripugnato, mi vergogno.
‘’Sì, solo che odio lo spreco di cibo. È buona, vuoi assaggiare?’’
Per favore dimmi di sì, sono pronta a posizionare un pezzo di torta tra le mie grandi labbra.
‘’No.’’
Prendi un pezzo di scottex, raccogli più che puoi e lo getti nel pattume.
Mi fai sentire un rifiuto.

Scatto in piedi, sento delle briciole sul viso, vorrei me le togliessi tu.
Devo sciacquarmi. Mi avvicino all’acquaio, divarico le gambe e mi sporgo verso la cannella. È lunga, la fisso ingorda ed inizio a succhiarla. La voglio profonda in gola. Spingo la testa fino a sentire il tubo freddo spostarmi l’ugola, schiaccio più che posso la lingua contro il palato per riempirmi la bocca di quella squisita fattezza. Il metallo mi tocca i denti, rabbrividisco. Resisto disperatamente ai conati, cerco di andare sempre più giù. Tossisco. La saliva gocciola sul fondo dell’acquaio, il rumore mi riempie le orecchie. Sorrido nervosamente, cerco il tuo sguardo, ti supplico: apprezzami. Tasto golosamente il filtro del calcare roteando la lingua intorno alla filettatura, sembra un ano, vorrei fosse il tuo.

Sei interdetto. Non ho più voglia di scopare, non ho più uno scopo, non so cosa fare.
‘’Vado a prendere l’aspirapolvere.’’
La finestra è aperta, ho le mani fredde, i capezzoli turgidi.
‘’Credo di dover andare.’’
Sei impietrito con il volto schifato, cammino verso l’ingresso, indosso il cappotto che mi avevi premurosamente appeso alla parete, apro la porta.
‘’La sciarpa.’’
Sei terrorizzato, la paura che io possa restare un minuto in più ti illumina gli occhi.
‘’Ciao, buonanotte’’ sbatto la porta, scendo le scale con passi pesanti sperando tu senta il rumore dei tacchetti. Arrivo in fondo ma non sono pronta a scendere l’ultimo gradino, non mi sono ancora sfogata. Mi aggrappo alla ringhiera, avvicino le pelvi, inizio a strusciarmici, ci salto sopra ed inizio a cavalcarla. Afferro il pomello con le braccia tese, me lo accosto alla vulva e compio dei cerchi col bacino. Il lieve rumore dello sfregamento del tessuto acrilico sulla ghisa mi riempie di piacere. Ho paura che qualcuno arrivi, mi muovo più forte. Ficco due dita in bocca, le succhio, infilo la mano nella gonna. Stringo le labbra tra i denti, socchiudo gli occhi, apro la bocca, gemo. Tremo, mi accascio. Tiro fuori la mano umida dalle mutande e spalmo e miei umori sul corrimano ripetendo l’operazione finché diventa lucido. Desidero che i tuoi palmi rimangano appiccicati alle mie depravazioni, che gli altri condomini percepiscano le mie perversioni. Mi lascio cadere a terra, provo ad alzarmi ma inciampo. Gattonando mi avvicino alla porta, sento le ginocchia graffiarsi. Agguanto il battente circolare, apro il portone e scompaio.