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Interviste – Puntata 2

Giulio Lepri e Giulio Iovine in dialogo con Federico Riccardo e Simone Sciamè

Giulio Lepri: Quali sono le difficoltà di fondare una rivista? Da dove è nata la necessità di farlo e cosa c’è voluto per cominciare e fare sì che il progetto non naufragasse?

Federico: L’esigenza di creare Topsy Kretts è divenuta lampante quando, durante una telefonata con un amico, questo mi dice che dopo la pandemia da Covid non ha più visto il suo vicino di casa (nonché testimone di nozze) perché inghiottito dal divano, luogo molto più rassicurante per evitare i contatti con il prossimo. Detto così, questo episodio è già un racconto: mi desta tanto interesse, mi ricorda il personaggio di Saverio interpretato da Marco Messeri in “La messa è finita” di Moretti. Ho pensato: ma dove sono le storie di oggi? Sappiamo che c’è una storia più grande di tutte (l’isolamento), ma cosa accade nella vita o nella testa delle persone? Di difficoltà ne abbiamo vissute diverse. Intanto, la prima difficoltà è stata quella di motivare gli autori e le autrici a partecipare, molto spesso scrivendo qualcosa di nuovo. Poi bisogna condividere ai collaboratori la visione di questa testata: quali obiettivi abbiamo? Come fare per realizzarli? Chi fa cosa nello specifico? La difficoltà è come sempre più “empatica” che pratica, entrare in relazione con l’altro, chiunque esso sia. E ci vuole davvero poco ad annoiare il prossimo, il quale prontamente ti dovrà sottolineare che magari la tua idea non è niente di originale. Ecco, molto spesso la vera fatica è spiegare. Quando spesso basterebbe far parlare i racconti, con i loro temi.

Simone: Federico mi ha chiamato, mi ha detto che aveva l’intenzione di fondare una rivista letteraria di racconti contemporanei e che mi avrebbe voluto come editor. Ero così entusiasta del progetto che ho chiesto: quando si comincia? 
Topsy è nata da subito come una rivista dedicata ai racconti con uno sguardo sui temi della nostra epoca, aperta a tutti i registri purché affini al contemporaneo, attento alla libertà d’espressione e alla libertà creativa. Abbracciava la mia filosofia. Federico, per ciò che riguarda la selezione e la cura del testo, ha cercato di tracciare una linea editoriale che vedesse il racconto come un atto politico, una resistenza alla corrente di mercato, come possibilità di raccontare l’universale partendo dal particolare, ma con l’intercambiabilità, per non chiudere nessun orizzonte narrativo e nessuno sguardo sulla realtà. Sono passati da Topsy attori, musicisti, cantanti, comici, sceneggiatori, giornalisti, ma anche persone con lavori slegati dall’arte e alla materia letteraria. Purché funzioni, a noi piace. Ero sicuro che Topsy potesse toccare fronti narrativi meno battuti rispetto ad altre ottime riviste, che stimiamo, e infatti nel corso degli anni sono nati numeri, per me, interessanti come Contro la performance e la prossima uscita di aprile Sei in un paese meraviglioso, con grandi penne del panorama letterario italiano, ma soprattutto con grandi storie. Se mi chiedessero: lo rifaresti? Mille volte sì, anche perché abbiamo una missione parallela alla letteratura e ci viene restituita ogni giorno da chi decide di pubblicare con noi e di leggerci, e cioè quella di restare umani. Anche per questo motivo qui mi sento libero e al posto giusto. 

Giulio Iovine: La litweb e l’editoria sono ambienti pieni di matti e di frustrazioni. Sì, va bene, anche gli altri àmbiti lavorativi, ma noi questi conosciamo. Dove andate a prendere forza e pazienza quando proprio non ce la fate più? Quali sono le vostre valvole di sicurezza?

Federico: Personalmente, se non avessi iniziato a delegare sarei impazzito. Mi interfaccio molto spesso con Carlo, Simone e Francesca, che hanno deciso di sposare questa causa in maniera molto più totalizzante rispetto alla mia. Affrontano il testo ricevuto con una sacralità quasi spaventosa e questo ben si interfaccia con il mio atteggiamento che è decisamente disorganizzato. Spesso mi sollecitano delle richieste anche per 3-4 mesi e lo fanno con una grande pazienza. Quando sono sopraffatto penso al gruppo che si è creato nel corso di questi primi 2 anni di rivista. 

Simone: Finché non devo averci a che fare h24, con i matti mi ci trovo. Ho molta meno pazienza con i frustrati. Devo ammettere però che a Topsy Kretts sono passati a trovarci ospiti che, in generale, se rappresentanti della categoria degli ammattiti, hanno nascosto piuttosto bene follia e frustrazione. Se nasci autore, la pazienza è una virtù che sviluppi per spirito di sopravvivenza e senso di umiltà. In redazione, se perdiamo le staffe è perché qualcuno manca di rispetto, perché presuntuoso o perché si impunta su dettagli insignificanti. Per fare perdere la pazienza a qualcuno della redazione vuol dire che devi essere proprio “de coccio”. Siamo tutti abbastanza zen. 

Giulio Iovine: Si dice che di scrittura non si campi. Ma secondo voi, nel mondo complesso e crudele in cui viviamo, è ragionevole – è giusto – volerci campare?

Federico: Ritengo sia una decisione legittima, che diamine, c’è gente che vuole campare coi bitcoin o facendo i podcast, figurati se lavorare scrivendo non è una bella ambizione. Poi riuscirci è un’altra cosa, specie se intendi “scrivere di narrativa”, togliendo quindi tutti quei lavori di scrittura con cui effettivamente a fine mese ci puoi arrivare (copywriting, ghostwriting e simili). Ma nessuno può giudicare la decisione di diventare milionari scrivendo. Piuttosto bisognerebbe chiedersi quanto incida, nel milione raggiunto, il fatto che tu abbia potuto dare il culo a qualcuno o leccargli la frusta o fargli le pulizie in casa.

Simone: Sono cresciuto sentendomi dire che “scrivere non è un vero lavoro”, veda un po’ lei. Io lavoro come educatore nelle scuole elementari e al tempo stesso come editor. Posso dirti che non è solo ragionevole voler campare di scrittura, ma anche un dovere provarci. Si deve fare capire a tutti, scrittori, editor ed editori, che leggere e revisionare un plico di fogli non lo si fa per la gloria o per far dire agli amici “io c’ero quando ha iniziato”, lo si fa per tanti motivi, tra cui il più scontato, e cioè che siamo capaci a farlo, perché si parte da un principio di competenza. Tu andresti mai dal tuo meccanico a dire “sì, il radiatore non te lo pago, tanto siamo capaci tutti a cambiarlo”. Sui gruppi Facebook si scannano per accaparrarsi il romanzo dello scrittore x, svendono il proprio lavoro. Un euro per editare una cartella, quanto impegno potrai mai metterci? Gli scrittori, arrivati a un certo punto, devono avere il diritto di chiedere un anticipo a un editore che può permetterselo e un editor deve evitare di regalare il proprio tempo in cambio delle briciole. 

Giulio Iovine: Come si acchiappano lettori per una rivista online? (Così carpisco qualche segretuccio e a Spaghetti facciamo il botto)

Federico: Questa è senza dubbio la cosa più difficile. Mettere in piedi una struttura, trovare i racconti da inserire non è niente in confronto. Dopo un primo periodo in cui ce la siamo cantata e suonata, il nome è girato, gli autori hanno deciso di condividere il proprio racconto in maniera quasi “sociale” e meno “egocentrica”, motivando le ragioni che hanno portato a scrivere il testo, creando una narrazione attorno alla narrazione. Il mezzo rimane il social, purtroppo. E i lettori sono quasi tutti scrittori, il più delle volte. Gente che è abituata a frequentare la litweb, a spulciare. A me piacerebbe che dei racconti brevi letti su una tale rivista si parli per strada, che diventi argomento culturale sui giornali, che ci sia una recensione di tizio sul racconto “Uomo avvisato” di Giulio Iovine a pagina 47 del Corriere. Pensa se Gramellini dedicasse la sua rubrica a un racconto letto su Topsy. E invece continuerà a scrivere stronzate…

Simone: I racconti potrebbero essere opportunità di dialogo, di confronto. Come discutiamo dell’ultima serie Netflix, si potrebbe discutere del finale di un racconto, del suo stile, di quanto sia divisivo l’argomento preso in considerazione dall’autore o dall’autrice. Come sappiamo però siamo nell’era della dopamina, dell’immediatezza, e quindi fermarsi dieci minuti per leggere un racconto è più difficile che sia abitudine di un ampio pubblico, specie in un territorio ostile, per certi aspetti, come il social. Mi piace pensare di poter conoscere nuovi lettori offline, parlare di Topsy di persona, muovendoci fino al bar o a una presentazione o in libreria o dal panettiere.
Credo che l’aspetto più interessante di Topsy sia la disponibilità ad aprire le porte a penne molto diverse fra loro, nello stile e nei contenuti, nell’ideologia e nel posizionamento, senza però smarrire la propria identità editoriale. Poi ci siamo incaponiti con questa storia di rimanere umani là dove l’online predomina, dove la facciata batte la faccia, dove la mail vince sulla stretta di mano (oddio, che miele, basta). Ecco, forse qui il punto potrebbe essere come mantenere i lettori, anziché acchiapparne di nuovi. Non seguire le mode, mantenere fede alle tue intenzioni, è buon inizio. 

Giulio Lepri: Gli autori quando parlano dei loro riferimenti letterari spesso citano grandi nomi o hipsterate clamorose per fare vedere che ne sanno. La verità però è che l’autore o gli autori che ci hanno traviato a questo mestiere sono spesso trashoni di gioventù oppure onesti mestieranti che ci hanno toccato qualche corda dell’anima. Nel migliore dei casi, la rivista Topolino (che per me, negli anni ’90, dava le paghe a quasi tutta la scena letteraria italiana). Ecco, quali sono i vostri totem innominabili? Chi vi ha turlupinato creando in voi la scintilla dello scrittore?

Federico: Ho una passione per la paraletteratura. Non tutta, per quanto non mi dispiacerebbe sedermi e leggere un Harmony, di tanto in tanto. Adoro quelle critiche agli usi e costumi italici, svolte spesso da autori come Luca Goldoni (di cui, a un certo punto, ho maturato un’ossessione, prontamente soddisfatta ai mercatini di libri usati, dove il suo nome, per molto tempo, è stato presente). Mi piacciono da matti le autobiografie degli artisti famosi: da quelli “maledetti” come Asia Argento (“Anatomia di un cuore selvaggio”), oppure altri come Vittorio Gassman (“Un grande avvenire dietro le spalle”), Paolo Villaggio (“Vita, morte e miracoli di un pezzo di merda”), Ezio Greggio (“Presto che è tardi”), Woody Allen (“A proposito di niente”), Jim Carrey (“Sogni e bugie”), mi manca l’autobiografia di Ibra, spero di rubarla a qualche bookcrossing. Sono un pettegolo, mi piace curiosare nelle storie dei personaggi famosi, per questo non faccio lo schizzinoso quando esce il libro di Gerry Scotti a Natale. Per quanto riguarda la narrativa invece, non ho avuto molti autori considerati trash o mainstream. Uno che ho letto per tanto tempo, e che mi piacerebbe ogni tanto tornare a rileggere, è Andrea de Carlo. Come molti, ho amato il suo “Due di due”. Ma, dato che sono un grande curioso, consiglio di leggere un suo libro oggi meno conosciuto, in cui racconta la sua esperienza con Fellini, che poi portò a un nulla di fatto. Il libro si chiama “Yucatàn”. Però qui stiamo già parlando di un altro universo, rispetto ai nomi fatti in precedenza.

Simone: Ho iniziato a leggere tardi – e con leggere intendo comprare in autonomia un libro e leggerlo dall’inizio alla fine. A 14-15 anni avevo un particolare interesse per il genere thriller, giallo, thriller psicologico, e quindi ho iniziato con Giorgio Faletti (ho persino una fotografia di me, con la faccia serissima da sfigato tormentato, affianco a Faletti mentre firma la mia copia di Io uccido – anche se la presentazione era di Io sono Dio). In quel periodo cercavo di sfogare l’aggressività – anche – con la lettura, ed ero a caccia del “male”, come piace dire a chi tratta la materia crime. Poe, Simenon, Sciascia tra i classici, ma poi i più commerciali Carrisi, Kepler, Dorn, McBride. Ricordo di aver perso la testa per un autore tedesco che mi ha introdotto a una nuova – almeno per me – visione sul concetto di suspense e plot twist, Sebastian Fitzek.
Crescendo sono cambiati i riferimenti. Crescendo non si impara solo a scrivere meglio, ma anche ad aprire gli orizzonti, a leggere cose diverse. I miei riferimenti di oggi sono ben diversi da quelli che mi hanno spinto a continuare a leggere. Ma quello è stato il punto di partenza di me da lettore, prima che da scrittore.  

Giulio Lepri: Chuck Jones, uno dei più importanti autori di Bugs Bunny e della Warner Brothers, sosteneva che per scrivere un bel cartone animato fosse necessario guardare meno cartoni animati possibili e informarsi invece su tutte le altre forme d’arte. Nella letteratura più moderna sono tanti i tentativi di “far suonare” la musica nei libri, per non parlare dell’influenza del cinema, tantissime descrizioni sono estremamente “cinematografiche”, per esempio. Ecco, quali sono i vostri miti fuori dalla letteratura che influenzano le vostre storie? C’è qualche artista che ammirate e che vi è di ispirazione?

Federico: Il cinema è la forma d’arte che più di tutte ha influenzato il mio modo di vedere le cose. Per “cinema” io intendo guardare i film, non studiarli inquadratura per inquadratura come se fossi un ricercatore universitario. Guardarli vuol dire (o “voleva dire”, prima delle piattaforme) comprarli e avere con l’oggetto vhs o dvd un rapporto simbiotico. Per “cinema” intendo lasciarmi trasportare in una storia, non chiedermi il perché stia accadendo una tal cosa. Marcello in “La dolce vita”, con quello sguardo malinconico, mi porta ogni volta verso un piccolo orgasmo. Io fuggo da me stesso ogni volta che guardo un film. 
Da piccolo avevo tutte le videocassette dei film di Jim Carrey. A scuola mi prendevano in giro perché avevo gli occhiali, perché studiavo, perché non sapevo giocare a calcio. Io sapevo che la sera, abbandonato tutto e tutti, potevo chiudermi e guardare “The Mask” per la duecentesima volta e sognare delle immagini che venivano proiettate sullo schermo. Non amerò mai un altro artista come Jim Carrey. Perché ho condiviso con lui i pomeriggi e le sere più belle della mia vita. Sapere che esiste, da qualche parte nei miei dvd, mi rende fiero di essere vivo. Così come sapere che Fellini abbia pensato di fare un film come “La strada”, mi fa sentire felice. La scena con De Niro e Al Pacino in “Heat”? Io mi sento meravigliosamente bene a sapere che questa roba sia stata realizzata. 

Simone: Mi lascio influenzare parecchio da cinema, serie televisive e musica, soprattutto quest’ultima. Nella maggioranza dei casi, la trama di un racconto o una scena partono dalla frase di una canzone che mi stuzzica l’immaginazione, mi riporta a un ricordo o mi spinge a una riflessione. Penso che oggi non scriverei se a quattordici anni non avessi ascoltato Fabri Fibra cantare dei suoi problemi di famiglia, dei casi di cronaca, dell’ipocrisia nel mondo dello spettacolo, denunciando un mal de vivre che andava oltre il mal d’amore, che fosse anche denuncia, frustrazione, rivalsa, fallimento. Mi ha fatto capire che tutto si può dire, ma non tutti sono pronti ad ascoltare, e che anziché odiare la realtà, odiamo chi ce la racconta. Poi Marracash, Caparezza, Dargen D’Amico, questi più di altri, anche se nelle mie playlist di Spotify trovi ogni genere possibile e ciascun artista mi ha dato qualcosa su cui lavorare.

Giulio Iovine: Sentiamo spesso autori che parlano della scrittura come sofferenza – gente che di solito ha già di suo una vita sofferente, e quindi quando scrive, si compiace di definirla un’esperienza traviante, quasi una violenza. Voi lavorate con la scrittura: come la vivete, al netto del ritorno economico? È almeno un po’ divertente?

Federico: Un saggio disse: “Se me lo devi mettere nel culo, almeno toccami le tette”. Se non è divertente, non si può fare. In generale, a me scrivere diverte e basta. Il mio modo di scrivere è completamente disordinato: mentre scrivo mangio (il più delle volte, ammetto, junk food), bevo (solitamente qualche piccolo alcolico innocente), ascolto musica imbarazzante. Mi alzo, vado in giro, torno a sedermi, rido. E non perché io la veda come un hobby (non è un hobby), ma un conto è fare le cose seriamente, un conto è farle in modo triste. Piuttosto, la sofferenza esce – non so bene come, ma esce – da questo processo qui, di gioco serissimo, di ritorno allo stato primordiale di libertà, dove davvero posso scrivere quello che mi pare. Ma non è lo stato d’animo con cui affronto la scrittura. Quando voglio soffrire soffro e basta. 

Simone: Ho iniziato a scrivere proprio perché sentivo, da adolescente, di esorcizzare qualcosa di scomodo e incomprensibile. Solo con il tempo si è trasformata in un’esigenza creativa. Banalmente, la scrittura è ed è sempre stata, per me, un modo per dire qualcosa, punto. Se prima era nata come uno sfogo, ora è diventata un’esperienza liquida, che ogni volta assume un significato diverso. Ma mai l’ho vissuta come una violenza o come una fatica che ti fa pensare di gettare la spugna, a prescindere dal ritorno economico o dalla gratificazione personale. Per quanto mi riguarda, mi frega poco se vivi la scrittura come uno strazio, se scrivi per autoterapia o perché vuoi portarti a letto qualcuno. Quello che conta è che tu sia sincero con il foglio. 

Giulio Iovine: Siete d’accordo con me che “va bene tutto, purché funzioni”?

Federico: Ti ringrazio per avermi dato la possibilità di rispondere a una domanda che, il più delle volte, viene bollata come qualunquista o troppo semplice. Sì, sono completamente d’accordo, non ne faccio solamente un discorso editoriale, ma è una vera e propria “lezione di vita”, questa. Se un prodotto culturale funziona, funziona e basta, inutile incaponirsi inutilmente con pippe mentali che addirittura ne vorrebbero una censura (il classico “questa cosa l’autore non doveva farla” che non solo fa cadere i coglioni, ma è veramente inutile). C’è davvero qualcuno che vuole impedire a Fabio Volo di scrivere le sue cose? C’è per forza bisogno di aggiungere “Sì, ma…” a coloro che analizzano in maniera oggettiva il caso Sally Rooney? Non stiamo piuttosto catechizzando il lettore, così facendo? 

Simone: In questo periodo storico, dal mio canto, stiamo assistendo a un appiattimento. Se fossi Marracash direi che “ogni anno si abbassa l’asticella, provo a farci il limbo, con la testa tocco terra”. Anche Neo Edizioni, su Instagram, ha pubblicato un estratto di Power Slap di Marra, dove dice “stesse producer e stesse guest / stessi argomenti e le stesse reference”, alludendo al fatto che, come nella scena musicale, in editoria alla fine circolano gli stessi editori, gli stessi autori bestseller, tutti scrivono delle stesse cose e tutti si citano a vicenda, come un salotto chiuso. In termini letterari, ha sollevato la questione Siti in “Contro l’impegno”. Ci sono libri di narrativa che sembrano progettati con la carta carbone, privi di una plasticità non solo semantica, ma anche espressiva, creativa. Sally Rooney, per fare l’esempio di una che mi piace, vince perché è un’ottima scrittrice, che io apprezzo, ma che capisco “addormenti” una certa fascia di lettori o di autori che hanno bisogno invece di osservare la realtà sotto altre lenti. Molti punteranno a scrivere il romanzo di impegno civile con struttura semplice, con una sintassi terra terra. Periodo, punto, periodo, punto, con poche subordinate e pochi ragionamenti, ché altrimenti il lettore si perde, poverino. Pura fabula, poco intreccio e buoni sentimenti, perché vedono che è questo il comportamento premiante ai fini della pubblicazione, dell’engagement dei lettori e del posizionamento social e sociale. Il risultato sono gli scaffali pieni di libri vendibilissimi, ben confezionati e magari avvincenti per alcuni, ma poco memorabili, che incidono poco nello stato di salute non del mercato editoriale ma della letteratura. Ci sono voci fuori dal coro pubblicate da grandi editori, ma spesso chi propone una controtendenza è la piccola-media editoria. 

Giulio Lepri: Un mio grande pallino quando parlo di scrittura è il target. O per dirla in una lingua ormai in disuso, e cioè l’italiano, il proprio pubblico. Voi scrivete con la consapevolezza di un pubblico specifico che vi leggerà? Quanto è importante conoscere il proprio pubblico, ma soprattutto per qualcuno che ha cominciato o vuole cominciare: come ci si crea un pubblico oggi?

Federico: Il mio pubblico è sempre stato millennial, diseredato, sconfitto, rassegnato dalla vita ma con quei due/tre ricordi inamovibili, custoditi in qualche angolo remoto del proprio cuore. Non l’ho cercato perché anche a me non fregava nulla, anzi mi ripetevo “Il mio pubblico non esiste”, quasi fosse uno stupido mantra. Mi sono poi reso conto che i boomer (o almeno la maggior parte di essi) non capivano nulla dei racconti che scrivevo, mentre i miei coetanei sì, anche quando le storie toccavano altre generazioni. Il fatto è che il protagonista dei miei racconti molto raramente sarà un vecchio, la voce narrante coincide sempre con un trentenne che non può scappare dalla sua condizione esistenziale. Non posso che rivolgermi a un branco di disperati. 

Simone: Mi piacerebbe vivere la scrittura come mi pare. Un artista deve prendersi la libertà di tradire e tradirsi. Dal mio canto, non voglio essere riconosciuto come “quello che scrive x”. Mi deprime solo l’idea, esaurirei presto le cartucce. Mi piace invece stare al passo con il mondo, osservarlo e vivo per la libertà di sperimentare, di cambiare il mio punto di vista. Perdere qualche lettore per strada è il prezzo che si paga e nessuno si mette a piangere. A mio parere si prende troppo seriamente il concetto di “voce letteraria”, dove si richiede all’autore di scrivere tutti i libri con un solo registro, dimenticandosi che un autore che scrive per il pubblico non è più un artista ma un performer, uno che presta un servizio di intrattenimento – niente di male, per l’amor di dio, fai pure. Quando mi chiedono quale sia il mio lettore ideale, io, lo ammetto, mi fingo morto. Perché non penso a nessuno quando inizio a scrivere, piuttosto penso dopo a chi potrebbe intercettare la mia storia, il mio stile. Sbaglio, lo so, ma non scrivo per vendere a tutti i costi. Se qualcuno mi legge sono la persona più felice del mondo, se ci guadagno qualcosa ancora meglio, ma se non mi leggono in cento anziché in mille va bene lo stesso. 
Come ci si crea un pubblico oggi? Mi pare di aver capito che creare un personaggio oltre la persona in alcuni casi aiuti. Il pubblico ti inquadra più facilmente, instauri un legame, aumenta l’engagement. Alla fine è solo questione di sapersi vendere. Se vuoi che i tuoi libri vendano, il primo prodotto da vendere sei tu. Essere coerente è un ottimo punto di partenza, essere riconoscibile, avere una voce unica e speciale, ben distinta dalle altre. Scegli il tuo archetipo e il tuo schieramento, il grande pubblico vuole questo, credo. Lo scrittore, per funzionare, deve suscitare emozioni e riflessioni, di base. Il lettore vuole qualcuno in cui rispecchiarsi o proiettarsi, quindi lo scrittore deve saper dire ciò che gli altri intuiscono ma non riescono a dire (proiettarsi) oppure dire quello che gli altri pensano ma non dicono (rispecchiarsi). Un artista dice quello che nessuno avrebbe mai pensato di concepire lucidamente, ma che è sepolto da qualche parte nell’inconscio individuale e collettivo. 

Giulio Lepri: Si parla, si parla, si parla… Ma quando si mangia? Siamo pur sempre Spaghetti Writers… Per cui vi chiedo: qual è il vostro cavallo di battaglia ai fornelli, e quando ci invitate a mangiare da voi

Federico: Lepri, sai bene che ti aspettavamo in Brianza una domenica a pranzo ma il destino ha voluto che non ci vedessimo più. A me piace cucinare il gateau di patate al forno: ci metto dentro solitamente pezzi di provola affumicata, mortadella, mozzarella di bufala. Oppure gli spaghetti con le vongole, ma mi capita solo a Natale. Poi esistono quelle ricette in cui sono bravo ma il successo dipende molto dall’energia che ho in quel momento. Vado forte con il risotto alla zucca, ma quando è venuto Iovine l’ho toppato miseramente. Ecco, cucino tanto ma sbaglio anche. Il fatto è che mentre cucino bevo molto vino, l’ho detto.

Simone: Se dovessi invitarvi a cena, cosa che mi guardo bene dal fare, penso che andrei su una busiata con melanzane, pomodorini e pesce spada. Oppure spaghetti grossi, pesto al limone con pinoli e stracciatella. Oppure una pasta corta con pomodori secchi, pistacchi e ricotta. Sono negato con la carne. Per i dolci lascio fare a Martina. Se dobbiamo fare una cosa sciuè sciuè pasta con burro e acciughe o puttanesca o la classica spaghettata di mezzanotte aglio olio e peperoncino.